Riflessioni sugli sport cinofili: l’umano è solo metà del binomio

Di Graziano Gentileschi.

L’addestramento è un ambito in cui spesso e volentieri le problematiche maggiori da affrontare sono l’orgoglio e il desiderio di primeggiare.

Passare a una tecnica o a un metodo nuovo, innovativo o meno, è un processo delicato e che va a toccare profondamente le convinzioni e gli schemi che ci si è creati, magari in anni di lavoro. Questo è abbastanza normale, ma visto dall’esterno può essere talvolta interpretato come rigidità mentale o chiusura. Non è sempre così, e le sfere su cui si va a intervenire sono due: l’idea di aver sbagliato e l’eventuale possibilità di dover reimpostare gran parte del lavoro.

Il primo è un problema che tira in ballo da una parte l’orgoglio, dall’altra magari anni di lavoro tutto sommato di successo. L’orgoglio non è da sottovalutare, anzi talvolta può essere proprio ciò che permette di perseverare in momenti di maggiore difficoltà, ma quando si rimane bloccati perché non si riesce a risolvere un problema, perché un esercizio risulta preciso solo fino a un certo punto ma non come lo si era programmato mentalmente, l’idea di aver sbagliato anche mesi di preparazione ha bisogno di un certo tempo per essere elaborata. Potremmo dire che per rivedere totalmente certe impostazioni e certe idee serve un vero e proprio periodo di lutto, un periodo in cui si ha il coraggio e la voglia di fermarsi, riorganizzare l’impostazione di uno o più esercizi, tornare indietro, se non ricominciare da capo, e rimettere in gioco il lavoro svolto fino a quel punto.

Spesso quella parte di orgoglio che non si riesce a eliminare nasce dal fatto che il metodo è collaudato e ha già portato i suoi frutti su molti cani. Poi però ci si ritrova con un cane che mette qualcosa in discussione, che non reagisce come ci saremmo aspettati. La prima reazione è “incolpare” il cane: è testardo, prova a fregarci, non capisce, non è adatto…

Quello che succede in realtà è che non tutti i cani sono uguali, e quello che può funzionare con cento esemplari può non funzionare con il nostro. 

Ed è a questo punto che bisogna utilizzare correttamente orgoglio, relazione e la capacità di essere artisti. 

Tralasciamo i casi in cui tutto l’errore è umano per parlare di quando realmente il cane ha qualcosa che non va. 

Abbiamo scelto un cucciolo, sembrava promettere bene, nel lavoro va tutto bene per mesi e poi all’improvviso esce un problema: un timore, poca spinta verso un certo tipo di lavoro, poche qualità rispetto alle aspettative. Quello è il momento in cui si fa una scelta, ovvero legarsi al lavoro fatto e alle ambizioni, non voler perdere tempo e cambiare il cane, oppure prendere quello che per mesi è stato il nostro compagno di lavoro, rendersi conto che lo sport col cane è un lavoro di squadra, che il cane è un membro di questa squadra che ha messo tutte le proprie energie nel lavoro che gli abbiamo spiegato, ed essere innovativi, geniali e artisti.

Nello sport i cani “si cambiano”. Non vuole essere un giudizio, ma l’osservazione di un dato di fatto. Lo si è sempre fatto e lo si farà ancora. 

Eppure anche con cani “sbagliati”, con meno doti di quelle previste, si può arrivare a ottenere grandi risultati. Certo, non si potrà forse lavorare come si lavora con il “miglior” cane del mondo, ma cosa ci fa essere sicuri che l’errore sia nel cane?

Solo perché un singolo soggetto non risponde come tutti gli altri, non significa che debba essere messo da parte. Piuttosto innovarci, fare ricerca, studiare nuovi metodi, ci farà capire che forse il nostro modo di lavorare non è universalmente corretto.

Prendiamo un cucciolo, fin dal primo giorno cominciamo a “dirgli” che sarà il nostro compagno di squadra, gli facciamo desiderare più di ogni altra cosa quei momenti di cooperazione, e in tutto questo la maggior parte se non la totalità delle scelte le prendiamo noi. Se le situazioni fossero analizzate in questo modo, probabilmente sarebbe più difficile pensare che un cane “non funziona”.

Si potrebbe arrivare a concepire l’idea che lo sport è una cosa che facciamo con il nostro cane, non che il nostro cane è qualcosa per farci vincere in uno sport.

Resterà sempre un cane con meno capacità o più problemi di altri, ma proprio qua esce l’arte dell’addestratore.

Un’arte che permette di destreggiarsi tra i problemi e le abilità di un cane, esaltandone i punti di forza e lavorando sulle debolezze. 

Prendere il miglior cane del mondo e applicare la miglior tecnica collaudata farà forse nascere un campione, ma prendere il proprio cane con le sue qualità e i suoi difetti e lavorarci mettendo in discussione le proprie certezze farà nascere un binomio vincente, che magari non sarà sempre da podio, ma che avrà coltivato e sviluppato il massimo delle potenzialità.

Dal lunedì al venerdì l’editoriale del mattino a cura del Gruppo Cinofilo Debù

L’umano è metà del binomio, e credere di essere la metà giusta a cui si deve appioppare il cane migliore potrebbe essere segno di eccessiva arroganza.

Se il cane non riesce in qualcosa, sarebbe più produttivo pensare che la squadra ha una carenza su cui bisogna lavorare, così che tutto il team di lavoro possa crescere e migliorare. 

Dogsportal Redazione

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