Professionisti cinofili e volontari come proteggere la salute mentale di chi lavora con i cani
Abbiamo approfondito il tema del benessere psicologico di chi lavora in relazione con animali e umani con Elisa Silvia Colombo, psicologa e psicoterapeuta.
ATTENZIONE: questo è un articolo divulgativo e non può in alcun modo sostituire il parere diretto di un esperto. Se avete bisogno di aiuto e/o di un supporto psicologico, rivolgetevi a medici e centri specializzati che potranno elaborare una diagnosi e la terapia più corretta da seguire.
Lavorare con i cani, per il loro benessere.
Quando avete iniziato è sembrato un sogno che si avverava: il contatto con gli animali, la sensazione di essere utile, di dare un aiuto concreto, di migliorare o salvare delle vite.
Le strade attraverso le quali avete intrapreso questo cammino possono essere state diverse: una professione cinofila, come l’educatore o l’istruttore, o il volontariato in un canile.
A un certo punto, però, qualcosa dentro di voi ha iniziato a scricchiolare.
Vi siete sentiti stanchi, incompresi.
Non siete riusciti a raggiungere i risultati sperati con quel Jack Russell che i proprietari trattano come un giocattolo e che dovrebbe trascorrere più tempo all’aria aperta; non avete trovato la famiglia giusta per quel cane anziano che ha passato anni in gabbia.
Credete di essere inutili e il pensiero di non aver fatto abbastanza non vi abbandona mai.
Non state bene.
Non si parla spesso della salute mentale di chi lavora in relazione con umani e animali, professioni a rischio come tutte quelle in cui dobbiamo prenderci cura di qualcuno. Abbiamo chiesto a Elisa Silvia Colombo, psicologa e psicoterapeuta, esperta di relazione essere umano-animale, di spiegarci quali possano essere i problemi legati al benessere psicologico in questi ambiti.

Il rovescio della medaglia del lavoro con i cani
Il lavoro con i cani è sempre dipinto come un’occupazione ideale, ma nasconde un lato problematico.
C’è un rovescio della medaglia «soprattutto per chi ha contatto con gli animali per ragioni professionali e con animali in situazioni di difficoltà, di sofferenza o che sono o sono stati soggetti a maltrattamento.
Sussistono diversi fattori che possono causare un livello di stress elevato in chi svolge questo tipo di professione, come ad esempio i veterinari.
Si sa meno degli educatori cinofili, perché è ancora un ambito poco studiato», spiega Colombo.
Sono stati pubblicati ancora pochi studi sul benessere psicologico di educatori e istruttori, in Italia e al di là dei confini nazionali.
Inizialmente anche l’attenzione sui medici veterinari era scarsa.
«Fino a pochi anni fa nessuno si preoccupava del benessere dei veterinari.
Era un po’ come se si sposasse lo stereotipo per cui li immaginiamo lavorare con i gattini e cagnolini e tutto è bellissimo, avvolto in una nuvola rosa. In realtà, negli ultimi vent’anni, si è cominciato ad approfondire in maniera sistematica questo argomento e ci si è resi conto che il lavoro del medico veterinario è tutt’altro che semplice».
Il veterinario deve affrontare non solo il dolore dell’animale, ma anche i sentimenti di ansia, rabbia e sofferenza dei proprietari.
Le professioni cinofile, in questo momento storico, non sono state ancora oggetto sistematico di studi che ne valutino i rischi riguardanti la salute mentale, eppure sono ruoli che sopportano un carico di responsabilità ed emozioni considerevole.
Si conoscono storie e dinamiche familiari, si entra in contatto con le paure degli umani di riferimento, oltre che con le emozioni ed eventuali difficoltà del cane e con la specificità delle relazioni umano-animale che si sono instaurate.
Molto spesso, però, educatori e istruttori non hanno maturato una formazione psicologica che coinvolga il lato umano: «È qualcosa che non si può improvvisare: nel momento in cui una persona entra in un sistema familiare e deve agire per modificare determinate dinamiche con animali, lo può fare solo passando attraverso il proprietario, perché non ci sono altre vie. Bisogna guadagnare la sua fiducia e, talvolta, aiutarlo a cambiare punti di vista che possono essere radicati. È necessario trovare delle strategie che facciano sì che quella persona possa seguire le nostre indicazioni. È difficile. — illustra Colombo — Lo fanno gli psicologi che lavorano con i bambini, quando si trovano a interagire con i genitori e devono necessariamente passare attraverso loro per poter migliorare la situazione dei figli.
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Questo richiede delle competenze importanti, legate alla consapevolezza di sé, dei propri limiti, delle proprie modalità d’interazione, alla conoscenza delle strategie che possono essere più utili per entrare in relazione con l’altro, per produrre un cambiamento.
Credo che, salvo alcune realtà, non ci sia una formazione sistematica degli educatori in questo senso e ciò potrebbe contribuire grandemente ad alleviare lo stress, probabilmente, nella maggior parte dei casi, legato alla frustrazione del vedere un animale in difficoltà, sapere come poterlo aiutare, ma non riuscire a convincere il proprietario a intraprendere le azioni opportune».
Le difficoltà nel volontariato in canile
Il benessere psicologico è un aspetto ancora poco curato anche nel volontariato all’interno dei canili, luoghi in cui si è esposti alla sofferenza di animali il cui destino può essere incerto.
Elisa Silvia Colombo evidenzia i fattori di rischio di queste attività: «I volontari in canile sono spesso esposti ad animali che sono in una condizione di disagio: possono essere accuditi adeguatamente da un punto di vista di gestione dell’alimentazione, di pulizia, di cure veterinarie, però sappiamo che il cane, in una situazione come quella di un canile, è un animale che il più delle volte soffre.
Essere esposti continuamente a questo tipo di sofferenza può essere stressante. Consideriamo anche che i volontari possono essere a contatto con un gran numero di animali sofferenti: un canile può contenere centinaia di animali e tutto questo poi va ad amplificare quello che è lo stress percepito». La mancanza di una formazione specifica può esercitare un peso. «Dal punto di vista della gestione degli animali, spesso viene offerta una formazione di base di fronte a situazioni complesse e il volontario può sentirsi frustrato, perché sente di non avere le competenze per aiutarli in un modo adeguato. Questo va ad aumentare il carico di stress».

È evidente che, purtroppo, i professionisti della cinofilia e i volontari sono troppo spesso sprovvisti di una preparazione che permetta una gestione emotiva e dello stress. Quindi, chi è dotato di maggiore empatia o è più fragile, finisce per non essere in grado di prendersi cura del proprio benessere, oltre che di quello degli animali.
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I campanelli d’allarme del malessere
C’è un momento in cui il malessere provato supera il limite e diviene un campanello di allarme di una condizione che potrebbe aggravarsi. Quali sono i segnali, quei sintomi che ci dovrebbero mettere in guardia?
Colombo fornisce alcune indicazioni: «Se parliamo di stress, sicuramente una delle prime manifestazioni è sotto forma di somatizzazioni. Ognuno somatizza a modo proprio, però di solito è l’apparato gastrointestinale a essere interessato, quindi si avranno sensazioni di nausea, gastriti o altri problemi a livello intestinale.
Ci può essere una diminuzione dell’appetito oppure, al contrario, la ricerca di conforto attraverso il cibo. O ancora, disturbi del sonno: sentirsi sempre stanchi, nonostante si sia riposato durante la notte.
Inoltre, ci si può rendere conto di non riuscire mai a staccare mentalmente. Ad esempio, anche se non sono al lavoro, se non sono in canile, continuo a pensare agli animali di cui mi sto prendendo cura, alle loro storie. Magari, invece, quando sono lì, sperimento delle emozioni negative, di rabbia, di tristezza, di dolore, non riesco a trovare nulla che mi faccia percepire piacere.
Questi sono tutti segnali che vanno colti e di cui bisogna prendersi cura, perché ci dicono che non stiamo bene». Non si prova più la sensazione di appagamento dei primi tempi, il bicchiere è sempre mezzo vuoto.
Ci sono, poi, i sintomi di condizioni più gravi. La dottoressa espone alcuni esempi: «Sperimentare dei flashback continui degli animali che si trovano in situazioni di particolare difficoltà o delle immagini intrusive che ci si presentano alla mente nel corso della nostra giornata, può essere un segnale grave. Può accadere anche di non riuscire più a entrare in relazione con gli altri, quindi di diventare molto cinici e distaccati, e tendere a reagire con rabbia, con fastidio, di fronte a persone che vorrebbero aiutare gli animali, aspiranti adottanti per esempio.
Può capitare che abbiamo sviluppato una tale delusione nei confronti del genere umano, che poi anche quando qualcuno si propone con le migliori intenzioni tendiamo a guardare solo l’aspetto negativo e quindi, poi, a interagire in una maniera conflittuale.
Così non stiamo più facendo il bene degli animali di cui ci prendiamo cura.
Questi sono sintomi da considerare, che possono indicare una situazione di burnout o fatica da compassione».
Cos’è la fatica da compassione?
La fatica da compassione è una condizione di chi lavora con esseri umani o animali in stato di bisogno, e colpisce soprattutto chi è particolarmente empatico.
Queste persone, spinte dal desiderio di aiutare, tendono a sintonizzarsi emotivamente con gli altri e a dedicarsi completamente al loro benessere. Tuttavia, se questa dedizione non è bilanciata da una cura di sé, le risorse emotive si esauriscono.
Col tempo, si fatica a essere disponibili e attenti, ci si sovraccarica e ci si sente frustrati o infastiditi dalle continue richieste. Questa condizione può interessare anche educatori e istruttori cinofili, volontari, e qualsiasi caregiver che si dedichi agli altri in modo empatico e costante. Anche chi si sente più forte e capace si ritrova a fare i conti con la propria energia che si esaurisce.
Alcuni consigli per stare meglio quando si lavora con i cani (e gli umani)
In quale modo possiamo gestire le nostre energie? Come si nutre la forza che ci permette di dedicarci agli altri? Elisa Silvia Colombo ci dà alcuni consigli: «È essenziale ritagliare degli spazi per sé.
Ci devono essere necessariamente dei momenti in cui stacchiamo, anche mentalmente, da quella che è la nostra dimensione di cura nei confronti degli animali e ci dedichiamo ad altro.
Possono essere attività che ci consentono di scaricare lo stress, come ad esempio l’esercizio fisico, la cura delle relazioni sociali, o attività più strutturate, come la mindfulness [una pratica di meditazione, NdA]. Può essere utile anche scegliere un modo di esercitare il proprio ruolo che sia adeguato rispetto alle proprie energie: possono esserci dei momenti in cui non ci sentiamo in grado di occuparci di animali, di situazioni particolarmente difficili, e non c’è nulla di male ad affidare a qualcun altro questi casi e scegliere per noi quelli più semplici, che possano essere più appaganti in senso positivo.
Ci dovrebbe essere una rete di supporto. Quando si svolge una professione di aiuto è molto rischioso lavorare completamente da soli, è sempre importante poter avere qualcun altro con cui confrontarsi, con cui confidarsi, a cui poter delegare. La presenza di una rete contribuisce a contenere il senso di colpa che potremmo avvertire quando decidiamo di non occuparci di un particolare animale.
Se ho un network di colleghi, non sarò incerta sul futuro di quell’animale e potrò affidarlo a loro, per poi tornare quando starò meglio e avrò raccolto le forze necessarie per i cani più impegnativi».
Non solo una rete professionale, ma una vera e propria rete di sicurezza.
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