Notizie sul cane

Sapiens, abbiamo un problema: non riusciamo più a rispettare gli animali, cani compresi

La notizia dell’uomo ucciso da un’orsa in Romania, poi ammazzata a sua volta dalle autorità condannando a morte così anche i suoi cuccioli, è l’ultimo, tragico segnale di un problema gravissimo e sempre più diffuso: non riusciamo più a rispettare, e quindi ad accettare, gli animali per ciò che sono.

L’ultimo video del morto mostra che è praticamente arrivato a un metro dall’orsa con i piccoli: per farsi un selfie come altri trovati nel suo cellulare? Perché voleva raggiungere un lago attraversando una foresta dove ci sono più orsi che alberi (sapendolo perfettamente) come riportato da alcuni media?

Non cambierebbe nulla: cinque vite buttate, l’uomo, l’orsa e i suoi tre piccoli, per cosa? Per ignoranza, dice qualcuno. Non sono d’accordo: il morto aveva 48 anni, quindi adulto e vaccinato, e viene descritto da chi lo conosceva come una persona normale, consapevole e cosciente, non come il demente suicida quale appare da una lettura superficiale di questa triste storia.

E allora, cosa può essere successo? Quale cortocircuito mentale spinge una persona considerata normale a ignorare i mille cartelli di “pericolo-orsi” posti lungo quella strada e a violare la distanza intima di un animale selvatico che pesa anche più di due quintali, che ha artigli come coltelli e una forza spaventosa, che corre a 50 chilometri orari e che, lo sanno anche i bambini, quando ha i figli accanto è pericolosissimo, come ogni madre che si rispetti?

Decadimento cognitivo di massa

La mia personale risposta è semplice: abbiamo perso il senso della realtà nel nostro rapporto con gli animali non umani (quello con i nostri simili non è mai esistito, visto che nel 2025 continuiamo a massacrare, deportare, stuprare e e persino irridere le nostre stesse vittime, come abbiamo sempre fatto per millenni).

Questa tragica storia, infatti, è solo la più eclatante tra molte altre e tutte a mio parere figlie di un terribile decadimento cognitivo di massa che ha creato una dicotomia altamente nociva in entrambe le sue declinazioni:

− da un lato, gente convinta che gli animali siano “buoni” e che ci si debba rapportare a loro come in un cartone animato per bambini di 5 anni non particolarmente svegli

− dall’altro, gente che quando hanno distribuito l’intelligenza e l’empatia era assente e quindi pensa che gli animali debbano comportarsi come vogliamo noi “esseri superiori”; se non lo fanno, vanno ammazzati

Già così, la faccenda è drammatica. Solo che non riguarda soltanto gli orsi e i lupi, due animali divenuti icone del problema, in positivo e in negativo a seconda del tipo di decadimento cognitivo scelto. No no, la cosa riguarda anche i cani!

Fateci caso: quando succede qualche incidente grave che vede protagonisti i nostri fratelli con la coda, il decadimento cognitivo balza subito all’attacco, da entrambi gli schieramenti.

Ecco quindi che risuonano raffiche di “non esistono cani cattivi, solo cattivi padroni!” (come se ai cani si potessero affibbiare categorie morali afferenti solo agli esseri umani), cui rispondono bordate di “è il risultato di anni di gentilismo: con i sistemi tradizionali queste cose non succedono!” (come se prima di John Fisher i cani non avessero mai ammazzato nessuno).

E chi prova a ragionare da individuo evoluto, usando l’etologia e le competenze reali per cercare di spiegare, caso per caso, cosa accade e come si potrebbe evitare, che si tratti di cani, di lupi o di qualsiasi altro animale, viene generalmente sommerso dai pareri, e a volte dagli insulti, di chi si è formato all’università della strada, su FB, su Tik Tok, seguendo i corsi di ammioccugino o, pagando pure salato, gli insegnamenti illuminati di qualche guru, di solito barbuto chissà perché, alfiere osannato dell’una o dell’altra deriva cognitiva. 

Il risultato è che scienza, conoscenza e competenza spariscono, affogate in un mare magnum di pressapochismi e idiozie più o meno palesi, spesso scritte in una nuova lingua italiana che rinnega grammatica, punteggiatura, tempi dei verbi e soprattutto le “h”.

“Andiamo ad accarezzare i cervi?”

Ma questo è solo uno dei due aspetti del problema, a mio modesto avviso. L’altro è persino peggiore.

Consiste nel fatto che molti hanno perso consapevolezza, e di conseguenza un salutare rispetto, della forza, della velocità e degli istinti innati degli animali.

Ecco perché, per esempio, nel Parco Nazionale di Yellowstone decine di persone si fanno incornare e scagliare in aria dai bisonti: gli vanno a un metro per fotografarli pensando che siano mucche (sbagliando due volte, tra l’altro, perché le mucche accoppano parecchia gente ogni anno…).

Per lo stesso motivo, sono in aumento quelli che cercano di farsi incornare dai cervi in Abruzzo (pensando che si tratti di Bambi, evidentemente) o quelli che, è in rete il video, provano ad accarezzare uno stambecco maschio con due metri di corna… rischiando di farsi spedire su Betelgeuse con una testata.

L’incremento degli incidenti tra cani ed esseri umani penso dipenda dalla stessa lacuna: stiamo perdendo la cognizione del fatto che non sono peluche, anzi sono predatori, e che per natura, non per cattiveria, i cani a volte MORDONO!

Coevoluzione, morsi e amnesia

L’hanno sempre fatto: da quando il primo lupo ha deciso che la vita con quegli strani primati poco pelosi e spreconi con il cibo poteva dare vantaggi evolutivi non indifferenti, tipo diventare la seconda specie dominante del Pianeta, e si è mutato in cane, seguito poi da altri. È da allora che ci mordono. A volte con tutte le ragioni, tra l’altro.

Come abbiamo fatto a dimenticarci chissà quanti milioni di morsi, rimuovendo questo non secondario dettaglio? Perché, oggi, ci si scandalizza se un cane ci morde? Quando ero bambino non sembrava una cosa tanto anomala. E giuro che non sono nato mille anni fa.

Ci dovremmo scandalizzare, invece, del fatto che in 30.000 anni non siamo stati capaci di imparare a comunicare con chiarezza con i cani; anzi, pretendiamo che siano loro a capire cosa diciamo e a fare ciò che gli chiediamo, nella nostra lingua e con la nostra gestualità scimmiesca.

Ci dovremmo scandalizzare del fatto che, oggi, moltissimi ignorano le caratteristiche di selezione e credono che i cani siano tutti uguali, mentre si tratta dell’animale che vanta la più vasta differenziazione non solo morfologica ma anche comportamentale nell’ambito della medesima specie!

Per forza poi prendono un Rottweiler (esempio casuale di razza molto forte, fisicamente e mentalmente, selezionata per esibire reazioni di difesa attiva di fronte a svariati stimoli: lo specifico se no arrivano accuse e insulti. Che arriveranno ugualmente) e credono che si gestisca come una femmina di Golden (altro esempio casuale: lo so che è un cane eccezionale sotto molti aspetti, ma due righe più “facile” di un Rott, ne converrete).

Il cane è due creature in una

Però, non sono sicuro che questa incapacità di capire che i cani non sono tutti uguali e non sono affatto peluche, neanche i più “tenerosi”, dipenda solo da un’epidemia di analfabetismo cinofilo non funzionale.

Temo che ci sia dell’altro. Temo che, scavando un po’ più a fondo, ci sia il desiderio inconscio di molti di non accettare il cane per ciò che realmente è per trasformarlo nella proiezione dei propri desideri, in particolare quelli della deriva cognitiva “buonista”.

Per farlo, devono per forza rinnegare metà della natura del cane, quella costituita dall’eredità genetica e quindi comportamentale del lupo: un predatore sociale che attacca e uccide per nutrirsi ma anche per altre ragioni, come difendere il territorio, i figli, l’intera famiglia, anche dai suoi simili esterni al branco.

Questa eredità, nel cane convive con la sua componente domestica e neotenica (è mentalmente immaturo rispetto al lupo), quella che ci consente di vivere insieme a lui da millenni, fatta di affettività, contatto fisico, appagamento emotivo reciproco, collaborazione sul campo a livelli incredibilmente efficienti e così via.

Ma se pensiamo che il cane sia solo il secondo lato della medaglia evolutiva sommariamente descritta, gli facciamo il torto peggiore possibile, perché gli neghiamo il sacrosanto diritto di comportarsi anche come quella parte di lupo che è dentro di lui e che non se andrà mai, a meno che non scompaiano tutti i cani del mondo.

Negandogli quel diritto, diamo implicitamente il via libera ai discepoli della deriva cognitiva “suprematista”, che non ama il cane per ciò che realmente è, esattamente come la sua antagonista, e lo vede solo come un “servo” ai nostri ordini.

Dobbiamo uscire da questa dicotomia, letale per gli animali e a volte, come nel caso della povera orsa, del povero disgraziato ma anche dei tanti, troppi poveri cristi ammazzati da cani non capiti e non gestiti perché non rispettati nella loro reale identità.

Come ne usciamo? Studiando davvero, con umiltà, e osservando con cura, perché è il solo modo per recuperare il rispetto di ciò che gli animali, cani in primis, sono. O perlomeno, evitando di credere che siano ciò che vorremmo noi a nostro esclusivo vantaggio: perché questo non è amore, è malsano e irrispettoso egoismo.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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