Fuori dai Denti

La cinofilia con l’etica “elastica”

Il caso “Csen-Scuola per Cani” solleva una questione che riguarda tutte le organizzazioni cinofile: che valore hanno, davvero, i nobili codici etici che tutti gli affiliati devono sottoscrivere?

Se bastassero i codici etici a tutelare i cani, la cinofilia italiana sarebbe un paradiso. Tutti concordano sull’importanza del benessere animale, condannano i maltrattamenti, promettono professionalità e rispetto. Alcune organizzazioni vietano espressamente strumenti e tecniche coercitive, prevedendo sanzioni che arrivano fino alla radiazione.

Tutto molto bello, rassicurante, evoluto. O no?

Il recente comunicato (firmato da Massimo Perla e Francesco Brescia), con cui Csen Cinofilia ha difeso l’affiliazione della struttura di Tommaso Castellano, duramente contestata sui social, e il riconoscimento dei suoi “percorsi formativi” offre l’occasione per affrontare un problema che va ben oltre questa vicenda: quanto vale, davvero, un codice etico nell’operatività di queste associazioni?

Csen ha un codice etico-deontologico approvato dalla Direzione nazionale e reperibile sul sito. Contiene diversi principi che gli associati si impegnano a rispettare e contempla la possibilità di azioni disciplinari in caso di violazione.

Il primo principio impone di “considerare prioritario il benessere a lungo termine del cane”. Il secondo prescrive di “astenersi da crudeltà e maltrattamenti”. Il quarto richiede “tecniche fondate sulla ricerca scientifica, con particolare riferimento ai principi del rinforzo positivo”. Il punto 19 riconosce poi la legittimità di metodi differenti, ma solo se compatibili con i principi etici precedenti.

Dunque, il “pluralismo professionale” è già previsto e non occorre inventarlo, come fatto nel comunicato, per giustificare nuove collaborazioni: basta ricordarsi delle condizioni etiche che lo disciplinano e, magari, applicarle.

Nel comunicato, invece, Csen riduce il confronto sui metodi a una banale “diatriba”, rivendica la necessità di superare le contrapposizioni e sostiene che la valutazione di un metodo debba concentrarsi soprattutto sulla qualità della vita del cane dopo l’intervento, senza fermarsi allo strumento utilizzato.

Una tesi risibile per chiunque abbia una formazione anche minima sul comportamento: un cane può smettere di manifestare un comportamento perché inibito mediante dolore, paura e violenza psicologica ma senza aver affatto superato il disagio che lo provocava. Disagio che resta e che spesso riemerge, a volte in modo peggiore rispetto a prima, a volte con altre manifestazioni di disequilibrio comportamentale. Sono cose note, tra i professionisti del settore.

Nel comunicato Csen parla anche di “correzione proporzionata”: ma proporzionata a che cosa? Quali strumenti sono ammessi? Quali effetti fisici ed emotivi sono considerati accettabili? E chi lo stabilisce?

Sono dettagli chiave, dirimenti, da cui non è possibile prescindere.

Quei filmati e le domande senza risposta

La vicenda assume poi aspetti incredibili se si considera ciò che l’ha preceduta. Per diverso tempo sono circolati filmati, diffusi anche dal titolare di Scuola per Cani, oggi affiliata a Csen, nei quali molti riscontrarono tecniche di “educazione” di tipo altamente coercitivo, con conseguenti proteste e discussioni.

Quei video sono poi stati rimossi ma li abbiamo visti in tanti e, presumo, qualcuno li avrà anche salvati.

Poi, nel giugno 2026, la Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari Italiani è intervenuta ufficialmente sulla serie televisiva Cani da incubo con protagonista sempre il titolare di Scuola per Cani, stigmatizzandone i contenuti alla luce delle conoscenze scientifiche e della tutela del benessere animale. Poco dopo, Amazon Prime Video ha interrotto la programmazione della serie.

Possibile che Csen ignorasse l’esistenza dei suddetti video, della serie televisiva e l’intervento dei veterinari? 

L’associazione dichiara però nel comunicato di avere espresso alcune perplessità durante gli incontri che hanno preceduto l’affiliazione e riferisce che “in queste occasioni abbiamo conosciuto un Tommaso mosso da passione (sic), pronto a riconoscere gli eccessi della sua comunicazione”.

Gli eccessi della sua comunicazione? 

Non dei metodi, quindi, ma di come li racconta? 
E qui Tajani, secondo me, si inchina.

Solo che una pratica potenzialmente lesiva del benessere psicofisico del cane non diventa accettabile soltanto perché viene raccontata in modo più civile rispetto a prima…

Ampliamento dell’utenza e percorsi formativi

Csen spiega inoltre di aver considerato l’affiliazione di Scuola per Cani utile per raggiungere proprietari e futuri operatori che il mondo cinofilo sportivo fatica a coinvolgere (chissà perché…). Argomento comprensibile se si vuole ampliare la propria presenza (cioè il business, del tutto legittimo) ma assai meno convincente quando si tratta di giustificare il riconoscimento di percorsi formativi.

Il numero di persone raggiunte, infatti, non dimostra la qualità dell’insegnamento ma la validità del marketing. E il fatto che una collaborazione possa portare nuovi utenti non risponde alla domanda fondamentale: i metodi usati rispettano il codice etico?

Peraltro, Csen dispone di procedure per verificare proprio i percorsi formativi. Il disciplinare  prevede l’obbligo di autorizzazione dei corsi da parte dell’organizzazione, che a logica dovrebbe arrivare solo se conformi alle proprie regole, incluse quelle etiche. 

Le norme, dunque, ci sono.

Chi ha esaminato i programmi di Scuola per Cani? Chi ne ha valutato la compatibilità con il codice? E soprattutto: qualcuno ha verificato come vengono insegnate le tecniche durante le lezioni pratiche? Il metodo rispetta il codice etico? 

Controllare che un programma sia compatibile con la propria impostazione tecnica non equivale ad accertare che i metodi siano rispettosi del benessere animale. Una distinzione che dovrebbe essere piuttosto familiare a chi rilascia qualifiche cinofile.

E Fisc, Ficss, Aics eccetera, tutto ok?

A ben guardare, però, questa triste vicenda non riguarda solo Csen ma anche tutte le altre organizzazioni cinofile che rilasciano qualifiche e concedono affiliazioni, presentando i propri codici etici come garanzia.

Per esempio, la Federazione Italiana Sport Cinofili (Fisc) vieta espressamente coercizione fisica e psicologica, violenza, punizioni sproporzionate e pratiche che producano paura, dolore o stress prolungato. Considera incompatibile con i propri valori l’addestramento fondato sull’imposizione o sulla sottomissione e sanziona anche la promozione pubblica dei metodi coercitivi. Il codice prevede provvedimenti che possono arrivare alla revoca della qualifica tecnica e alla radiazione.

Ficss (Federazione Italiana Cinofilia Sport e Soccorso) vieta espressamente collari a strangolo montati fissi o scorrevoli, collari a punte interne, collari elettrici e tecniche coercitive. Considera gravi violazioni le procedure che provocano dolore, sofferenza o potenziali danni fisici. Gli aderenti accettano espressamente i controlli e il codice contempla la radiazione.

Aics Cinofilia vieta metodi coercitivi fisici e psicologici, collari a strangolo, elettrici, con le punte e altri strumenti che inducano coercizione. Come in tutti gli altri casi, il codice etico deve essere sottoscritto dagli aderenti.

Per Enci, Fitac e Fidasc occorre distinguere le norme generali dai regolamenti delle singole discipline. Enci dispone di procedure disciplinari e pubblica massimari delle decisioni. Fitac prevede divieti specifici nei regolamenti sportivi. Fidasc richiama, nella formazione dei tecnici, il rispetto del codice etico e comportamentale federale e la tutela del benessere animale.

Documenti differenti, obblighi piuttosto simili e una domanda uguale per tutti: chi controlla il lavoro dei professionisti riconosciuti e quanto spesso lo fa? I tecnici affiliati a queste organizzazioni possono riferirci di controlli subiti in tal senso? Sarebbe molto importante saperlo.

Per denunciare una violazione serve la tessera?

C’è un altro aspetto, particolarmente sconcertante, che merita attenzione. L’articolo 20.10 del Codice etico di condotta Fisc stabilisce che le segnalazioni devono essere presentate per iscritto alla Segreteria federale e contenere elementi verificabili. 

Poi arriva la precisazione: “Le segnalazioni anonime, o da non tesserati, non saranno prese in considerazione, salvo casi eccezionali supportati da prove oggettive”.

Dunque, la segnalazione di un non tesserato non è degna di attenzione. Può essere presa in considerazione soltanto in circostanze eccezionali, purché sostenuta da prove oggettive. Curioso.

Naturalmente, le organizzazioni devono difendersi da denunce strumentali, rivalità professionali e accuse infondate. Ma a questo servono gli accertamenti. Non si capisce perché una segnalazione debba essere considerata meno meritevole di attenzione soltanto perché arriva da qualcuno che non è associato alla federazione. O forse si capisce, purtroppo.

Siamo curiosi

Dogsportal.it rivolge quindi una richiesta a Csen, Fisc, Ficss, Ficss professional, Aics, Enci, Fitac, Fidasc e alle altre organizzazioni cinofile che riconoscono centri e qualifiche professionali:

Quanti controlli avete effettuato negli ultimi tre anni sul lavoro degli affiliati? Quanti erano programmati e quanti sono stati avviati dopo una segnalazione? Quante violazioni dei codici etici sono state contestate, quanti procedimenti disciplinari sono stati aperti e con quali risultati?

Ci interessa sapere anche come vengano valutati i metodi di lavoro prima del rilascio delle qualifiche e se siano previste verifiche successive, comprese osservazioni delle normali attività pratiche.

Pubblicheremo volentieri i dati e le spiegazioni che riceveremo. Se esistono sistemi di controllo seri ed efficaci, è giusto che siano conosciuti: sono proprio i professionisti corretti  affiliati a queste organizzazioni ad avere interesse che le qualifiche non vengano svalutate da chi ne disattende gli obblighi.

Invitiamo inoltre proprietari, educatori e istruttori a raccontarci eventuali segnalazioni presentate alle organizzazioni cinofile. Sarebbe interessante sapere come sono andate a finire.

Il problema non è scegliere da che parte stare

Torniamo infine alla vicenda “Csen-Scuola per Cani”. L’ente ha difeso un’affiliazione fortemente contestata sui social, anche da iscritti Csen, richiamando il pluralismo dei metodi, l’importanza dei risultati e la possibilità di raggiungere un pubblico più vasto. 

Ma il suo codice etico aveva già stabilito i principi entro i quali quel pluralismo può essere esercitato. Non basta affermare “vogliamo il bene dei cani”. Occorre dimostrare che i metodi ammessi siano compatibili con gli obblighi etici sottoscritti. E non basta ammettere di aver avuto delle perplessità senza spiegare come e se siano state risolte.

Però, il principio riguarda tutti: un codice etico non serve a dichiarare quanto un’organizzazione tenga al benessere dei cani. Serve a stabilire quali comportamenti siano inaccettabili, quali conseguenze debbano affrontare gli affiliati che non rispettano le regole e chi non può entrare a far parte dell’organizzazione stessa perché non ne condivide l’etica. 

Perché l’etica è la cosa meno elastica che ci sia, se non è solo di facciata. 

E perché se è vero che “il fine giustifica i mezzi”, chi opera in base a un’etica sa anche che, a volte, “i mezzi pregiudicano il fine”. E si ferma prima.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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