Notizie e approfondimenti sul lupo

La guerra al lupo in stile mafioso, con esecutori e mandanti

Dieci lupi trovati morti in Abruzzo, dentro un Parco Nazionale, con ogni probabilità avvelenati. In Toscana, due teste di lupo mozzate e appese in luoghi pubblici pochi giorni prima.

Se qualcuno ancora non avesse capito dove ci hanno portato la promozione dell’ignoranza e il clima d’odio costruito contro questa specie, la risposta ce l’ha davanti: nella perfezione oltraggiata di quei poveri corpi, ora irrigiditi dal dolore di una morte atroce, e nella crudeltà di chi vuole suscitare paura appendendo teste di lupo lungo la strada, come fanno i narcos messicani con le loro vittime mutilate e impiccate ai cavalcavia, in perfetto stile mafioso.

La cosa non dovrebbe stupire: la mentalità è la stessa. Intimidire, ostentare violenza, imporre il proprio dominio attraverso il terrore. E provoca lo stesso ribrezzo in chiunque non sia infettato dalla medesima peste morale.

Eppure, facendo un giro sui social, non mancano post e commenti che giustificano gli scempi appena citati. In genere arrivano da cacciatori, allevatori e simpatizzanti di quel mondo violento e ignorante che ancora alligna in certi ambienti. La mentalità mafiosa di cui sopra non è appannaggio esclusivo di Cosa Nostra.

Da tempo, in Italia, il lupo è diventato il bersaglio ideale su cui indirizzare l’odio della parte più retriva e disumana del paese (rigorosamente minuscolo). E questo grazie all’opera di svariati esponenti politici e organi di stampa, soprattutto testate locali, che sul tema raramente rispettano la verità dei fatti e la completezza dell’informazione, soffiando sul fuoco e diffondendo paura.

Ma additando i lupi come “nemici” e come “pericolo” si corteggiano i settori più arretrati e rabbiosi del mondo agricolo e venatorio, si assecondano pulsioni antiche tipiche di chi non è riuscito a evolversi oltre il livello dell’uomo di Cro-Magnon e si alimenta l’ignoranza, invece di contrastarla.

Il fatto è, però, che odio e ignoranza portano voti e anche click: l’unica cosa che conta per parecchi politicanti e presunti giornalisti nostrani.

Così si normalizzano parole come “abbattimento”, cioè uccisione, magari travestendole con termini più morbidi come “contenimento” o “gestione”. O con quel raccapricciante capolavoro di ipocrisia che è “prelievo”: come se la natura fosse un bancomat.

Intanto ci sono associazioni venatorie che arrivano a candidarsi come esecutori materiali di future esecuzioni “regolate”, ammantando di utilità pubblica il loro consueto piacere nell’ammazzare, reso in questo caso ancora più intenso dal fatto che il lupo è considerato, da alcuni di questi personaggi, un concorrente. Come se vivessimo ancora nelle caverne e dovessimo cacciare per sopravvivere.

Ma il problema non riguarda solo il lupo. Riguarda una politica che da anni ha imboccato una china pericolosa per tutto ciò che concerne gli animali selvatici. Una visione ideologica, miope e mortifera. Una visione in cui gli altri esseri viventi valgono solo se utili, docili, sfruttabili o invisibili. Se tali non sono, e il lupo non lo è di certo, allora bisogna contenerli, limitarli o, meglio ancora, ucciderli.

Questa è la stessa matrice culturale, si fa per dire, che sta dietro a ogni gerarchia arbitraria fatta di esseri “superiori” ed esseri “inferiori”. È la versione più antica e rozza del potere, figlia dell’ignoranza, dell’egoismo, spesso della crudeltà, di certo del piacere di sentirsi i padroni del mondo e in quanto tali liberi di ammazzare a proprio gusto.

Nei primi mesi del 2026, secondo i monitoraggi pubblici diffusi da osservatori e associazioni, i lupi morti per uccisioni illegali o incidenti erano già una trentina. Sommando anche le dieci vittime abruzzesi, siamo già quasi alla metà delle quote teoriche di abbattimento di cui si discute nei tavoli politici e tecnici. 

Tradotto: mentre qualcuno parla di uccisioni “legali”, i criminali hanno già portato avanti il lavoro sporco. Tutte queste vittime vanno conteggiate nell’elenco degli abbattimenti resi possibili dalla riduzione della tutela del lupo. Che rimane “specie protetta”, nonostante ci sia chi fa finta di dimenticarselo.

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In Abruzzo l’oltraggio è gravissimo anche simbolicamente. Parliamo di territori che rappresentano la storia della conservazione italiana, luoghi dove il lupo è sopravvissuto all’estinzione grazie a decenni di tutela. E non pare affatto un caso che gli assassini abbiano voluto colpire proprio lì.

In Toscana, invece, l’esposizione delle teste mozzate racconta un altro salto di qualità: la volontà di intimidire, provocare, rivendicare. È barbarie di stampo mafioso con finalità comunicative.

D’altra parte, come tutti i vigliacchi, anche gli assassini di lupi sanno perfettamente che la legge, in caso di individuazione e condanna (entrambe rare), difficilmente li manderà in carcere. Nella peggiore delle ipotesi rischiano pene modeste, senza vedere sbarre, e sanzioni ben poco dissuasive; checché ne cianci l’onorevole Brambilla, la sua legge non manda in galera nessuno.

Ma chi pensa di liberarsi del lupo con le uccisioni illegali, oltre che un criminale è un notevole ignorante. I territori adatti non restano vuoti. Se c’è spazio ecologico e disponibilità di prede, arriveranno altri individui in dispersione e nascerà una famiglia, oppure arriverà un branco in cerca di un’area più adatta a prosperare. In altre parole: ammazzare lupi non elimina il lupo, ora che i numeri della specie sono abbastanza solidi e che non esiste alcuna possibilità di tornare all’epoca dei “lupari” e dello sterminio.

C’è poi un dettaglio che dettaglio non è: l’articolo 9 della Costituzione, modificato all’unanimità in anni recenti, affida allo Stato il dovere di tutelare ambiente, biodiversità ed ecosistemi. Chi alimenta odio e ignoranza sui lupi per interesse politico agisce contro il dettato costituzionale e agli italiani la Costituzione piace: lo abbiamo riscoperto di recente. Quindi, qualcuno potrebbe pagare nelle urne elettorali la scelta di appoggiare gli odiatori del lupo. Glielo auguro di tutto cuore.

Ma questo predatore, essenziale per l’equilibrio naturale e, non scordiamolo mai, “padre” di tutti i cani, non è il problema dell’Italia come alcuni vogliono far credere. Il problema è un pezzo d’Italia che, per raccogliere consenso, ha scelto di accarezzare il peggio di sé. 

E quando politica e cattiva informazione allevano odio e ignoranza verso gli animali, prima o poi qualcuno entra in un bosco con il veleno in tasca. 

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Andrea Comini

Educatore Cinofilo & Giornalista

Educatore e istruttore cinofilo FISC da oltre vent’anni, consulente comportamentale e giornalista professionista. Studioso di etologia del cane e del lupo, si è formato con maestri internazionali ed è docente in corsi per educatori.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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