Gli equidi verso lo status di animali d’affezione: una proposta di legge di iniziativa popolare vuole fermare la macellazione di cavalli, asini e muli
Il testo, che ci è stato trasmesso dall’avvocata Giada Bernardi, presentato da Animal equality Italia e Fondazone Islander punta a riconoscere gli equidi come animali da compagnia, a vietarne l’allevamento a scopo alimentare e a chiudere le falle di una filiera che, dati alla mano, presenta rischi concreti per la salute dei consumatori
Una proposta di legge di iniziativa popolare punta a cambiare per sempre lo status giuridico di cavalli, asini, muli e bardotti in Italia: riconoscerli come animali d’affezione, al pari di cani e gatti, e vietarne la macellazione su tutto il territorio nazionale. Il testo ci è stato trasmesso dall’avvocata Giada Bernardi, tra i firmatari dell’iniziativa insieme a Matteo Cupi, Nicole Berlusconi, Edoardo Stoppa, Alfredo Riccio, l’attrice Chiara Vismara, il veterinario Enrico Moriconi, Francesca Flati, Davide Sardi, Susi Cottica e Riccardo Zefilippo.
Cosa prevede la proposta
Il cuore del provvedimento è l’articolo 1: cavalli, asini, muli e bardotti (pony inclusi) vengono riconosciuti come animali da compagnia ai sensi della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia del 1987, ratificata dall’Italia con la legge 201/2010. Da questo riconoscimento discendono i divieti: niente più allevamenti di equidi destinati alla macellazione, stop all’importazione e all’esportazione di esemplari destinati, anche indirettamente, a tale scopo, e divieto di produzione e lavorazione di carne equina sul territorio nazionale.
L’articolo 2 interviene sull’anagrafe: chiunque detenga anche un solo equide dovrà registrarlo entro due mesi dall’entrata in vigore della legge, con identificazione tramite transponder e obbligo di notifica per passaggi di proprietà, trasferimenti, decessi e nascite. Soprattutto, entro lo stesso termine non sarà più consentita la registrazione di equidi come DPA, la sigla che indica gli animali destinati alla produzione di alimenti.
L’articolo 3 si occupa di una categoria spesso invisibile: gli equidi dismessi, quelli che hanno concluso la loro carriera sportiva, terapeutica, ricreativa o lavorativa. Chi li detiene dovrà comunicarlo alla ASL entro 15 giorni, indicando destinazione e condizioni di mantenimento, con divieto assoluto di abbandono o cessione non tracciata e sanzioni da 10.000 a 50.000 euro. È proprio in questa zona grigia, come denuncia da anni chi si occupa di tutela equina, che molti animali a fine carriera scompaiono dai radar per riapparire al macello.
Completano il testo le misure per la riconversione degli allevamenti verso attività più etiche e sostenibili (articolo 4), le sanzioni (fino a 50.000 euro di multa e reclusione fino a tre anni per le violazioni più gravi, con i proventi destinati a un fondo per gli animali salvati dai maltrattamenti) e la copertura finanziaria di 3 milioni di euro annui a partire dal 2026.
Una filiera che fa acqua: i dati sul doping
La relazione illustrativa non si limita all’argomento etico. Cita una ricerca di Animal Equality, già discussa in sede parlamentare, secondo cui tra il 2022 e il 2025 almeno 180 cavalli sono risultati positivi ai controlli antidoping in Italia, secondo i dati del Servizio Veterinaria e Benessere Animale del Ministero dell’Agricoltura. Trattandosi di test a campione, il fenomeno è verosimilmente sottostimato. Tra le sostanze rilevate figurano potenti antinfiammatori come fenilbutazone e flunixin, stimolanti come la caffeina e persino sostanze illegali come cocaina e dermorfina, un potente oppiaceo.
Il dato più inquietante emerso dall’analisi: incrociando i microchip con l’anagrafe equina nazionale, circa il 10% degli equidi positivi (17 su circa 180 casi confermati) risultava ancora registrato come DPA, cioè destinato a finire nel piatto. Due casi di positività alla dermorfina e due al principale metabolita della cocaina, risalenti al 2022 e 2023, a inizio 2026 vedevano ancora i cavalli registrati nel circuito alimentare. Un cavallo positivo al fenilbutazone a novembre 2025 è stato rimosso dal circuito solo a marzo 2026. A questo si aggiungono, sempre secondo l’organizzazione, buchi informativi e dati discordanti tra i database, specie per i cavalli nati all’estero.
Sul fronte del benessere, la relazione richiama un recente parere EFSA sulle conseguenze del trasporto verso i macelli: stress da movimentazione, lesioni, disturbi respiratori documentati dopo viaggi di 10-14 ore, ulcerazioni gastriche dopo 12 ore di digiuno in viaggio, biomarcatori di disidratazione già dopo 1-3 ore.
Il punto di vista di Dogsportal
C’è un paradosso che questa proposta ha il merito di mettere a nudo. Il cavallo, come il coniglio, è tra gli animali protagonisti degli interventi assistiti con gli animali: progetti importanti dedicati a famiglie, bambini, anziani, persone che necessitano di supporto. Affidiamo a questi animali la nostra fragilità, li riconosciamo come partner terapeutici capaci di costruire relazioni profonde con l’essere umano, e poi li mangiamo. Sostenere entrambe le cose contemporaneamente è, appunto, un paradosso.
Sappiamo già che qualcuno, legittimamente, si chiederà: che differenza c’è tra un cavallo e una vacca? È una domanda seria, che merita rispetto e non liquidazione. La risposta onesta è che sul piano della capacità di soffrire e di creare legami la differenza probabilmente non c’è, e la stessa relazione illustrativa parla apertamente di approccio antispecista. Ma le battaglie di civiltà si vincono un passo alla volta: la legge 281/1991 ha cambiato la storia di cani e gatti in Italia con tutte le criticità del caso, questa proposta può cambiare quella degli equidi. Intanto è un passo importante. E ogni animale sottratto a una filiera opaca, dove circolano oppiacei e metaboliti della cocaina, è un risultato concreto sia per gli animali sia per la salute di chi, spesso ignaro, quella carne la porta in tavola.
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