DDL 1552, un abominio legislativo: l’avvocato Libbra smonta la riforma della caccia
Ha impiegato più tempo del previsto per studiare e analizzare quello che definisce un abominio legislativo che, su carta, tutela l’ambiente ma che in realtà va ad impattare in modo severo sulla normativa venatoria. Ha letto tanti post interessantissimi e altri, come al solito, sensazionalistici e scritti talmente male da creare solo una gran confusione. Ha quindi pensato di riassumere in poche righe il suo punto di vista da “quisque de populo” ma da amante della natura e degli animali.
Il DDL 1552, spiega, impone una seria riflessione giuridica al di là delle contrapposizioni ideologiche. L’analisi del testo evidenzia criticità strutturali che rischiano di scardinare l’architettura del diritto ambientale nazionale ed europeo. Come avvocato, non può non rilevare tre principali profili di frizione normativa.
Il primo riguarda la riformulazione dell’attività venatoria quale pratica che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”, che gli appare come un paradosso logico-giuridico. La compressione del ruolo dell’ISPRA, il cui parere scientifico si degrada da vincolante a mero apporto consultivo a favore del Comitato tecnico faunistico-venatorio, contrasta apertamente con il principio di precauzione (art. 191 TFUE). Tale arretramento si pone in palese controtendenza rispetto al nuovo dettato dell’art. 9 della Costituzione, che impone alla Repubblica la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi come valore primario e assoluto.
Il secondo profilo è il contrasto delle direttive “Uccelli” e “Habitat”. L’estensione dei calendari venatori regionali a ridosso delle delicate fasi di migrazione e nidificazione, unitamente all’ampliamento delle aree di prelievo (che arrivano a lambire spiagge e zone protette), si pone in rotta di collisione con la Direttiva Uccelli (2009/147/CE) e la Direttiva Habitat (92/43/CEE). “De-regolare” queste finestre temporali e spaziali significa esporre lo Stato italiano all’ennesima e onerosa procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, con conseguenti ricadute erariali.
Il terzo è il rischio di una stagione di contenziosi generati dalla frammentazione locale, in quanto affidare alle singole Regioni e Province Autonome margini così ampi nella definizione dei calendari e dei piani di abbattimento, svincolandoli da un rigido controllo scientifico centralizzato, produrrà un’inevitabile frammentazione regolatoria. Il rischio concreto è la paralisi amministrativa: si assisterà a una stagione di sistematici ricorsi d’urgenza davanti ai TAR, sollevati dalle associazioni protezionistiche, con conseguente grave incertezza del diritto sia per i cittadini che per le stesse amministrazioni locali.
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