Entra in Academy
Le interviste di Dogsportal.it

Quando muore un cane, l’altro cambia: quasi 7 su 10 cercano più attenzioni

Uno studio su 655 persone in Italia e nel Regno Unito ha messo in relazione il modo in cui è morto un cane con il lutto delle persone e con i cambiamenti osservati negli altri cani di casa. Ne abbiamo parlato con Federica Pirrone, dell’Università di Milano, una delle autrici: «Il benessere delle persone e quello degli animali con cui convivono sono strettamente intrecciati, anche nel momento della perdita».

Sto prendendo la decisione giusta? È troppo presto? Sto aspettando troppo?

Chi ha accompagnato un cane alla fine della vita conosce bene queste domande. Federica Pirrone le elenca una dopo l’altra, così come le sentono le famiglie, e aggiunge quella che spesso resta più a lungo: «Avrei potuto fare qualcosa di diverso?». Sono domande, dice, che «possono alimentare sentimenti di colpa, anche dopo la morte».

Se in casa vive un altro cane, se ne aggiunge una: come starà lui?

Una ricerca pubblicata sul Journal of Veterinary Behavior prova a rispondere a entrambe. Il gruppo internazionale di autori comprende Stefania Uccheddu e Federica Pirrone. Hanno analizzato le risposte di 655 persone, 428 in Italia e 227 nel Regno Unito, che avevano perso un cane mentre ne avevano almeno un altro in casa.

I cani scomparsi avevano in media 11 anni e mezzo e avevano vissuto con la famiglia per quasi dieci anni. Due su tre erano morti per eutanasia, quasi sempre per motivi di salute. In circa metà dei casi la morte era attesa.

Una domanda rimasta aperta per anni

«Questo studio nasce da un percorso di ricerca che portiamo avanti da diversi anni», racconta Pirrone. Alla base c’era una domanda precisa: «che cosa accade quando una famiglia perde un cane, non soltanto alle persone, ma anche agli altri cani che continuano a vivere in quella famiglia?».

Nei lavori precedenti il gruppo aveva già documentato, attraverso le osservazioni dei proprietari, i cambiamenti di comportamento nei cani rimasti. Questa volta l’attenzione si è spostata su due aspetti che Pirrone definisce «particolarmente delicati e ancora poco esplorati»: il ricorso all’eutanasia e la possibilità di prevedere la morte dell’animale.

Prepararsi alla perdita: che cosa cambia per chi resta

I risultati distinguono le due circostanze.

  • Morte attesa. Chi sapeva che la perdita era vicina ha riportato meno dolore, meno rabbia e meno senso di colpa.
  • Eutanasia. Rispetto alla morte non assistita è emersa meno rabbia e meno colpa. Sul dolore del lutto non c’è invece una differenza significativa.

Nella maggior parte dei casi le due situazioni andavano insieme: l’eutanasia riguardava quasi sempre un cane anziano la cui morte era attesa.

Per Pirrone il dato suggerisce che «poter affrontare la morte con una certa consapevolezza e partecipare alle decisioni sul fine vita possa aiutare alcune persone a elaborare la perdita». La parola chiave è alcune. L’eutanasia non rende la perdita meno dolorosa e non cancella il senso di colpa.

C’è poi un risultato controintuitivo. Chi si aspettava la morte aveva un benessere psicologico generale più basso. Gli autori ipotizzano che prepararsi alla perdita attenui il dolore acuto ma possa pesare nel tempo, soprattutto per chi ha assistito a un lento declino.

Lo studio è esplorativo e trasversale, basato su questionari: rileva associazioni, non rapporti di causa ed effetto. Gli stessi autori avvertono che potrebbe valere il contrario: le persone più propense ad accettare la morte potrebbero essere anche quelle che la prevedono o scelgono l’eutanasia.

Il veterinario, oltre la clinica

Se c’è un messaggio che Pirrone vuole far arrivare a chi sta vivendo questi dubbi, riguarda chi sta accanto alla famiglia. Il medico veterinario o la medica veterinaria, spiega, servono per valutare le condizioni cliniche e la qualità della vita dell’animale, ma non solo. Servono anche per «ascoltare, spiegare e accompagnare la famiglia nelle decisioni, senza giudicare e senza lasciarla sola di fronte a scelte così delicate».

Le scelte cliniche, naturalmente, restano da prendere con il veterinario, sulla base delle condizioni e del benessere dell’animale.

Accanto alla decisione c’è il dolore, che secondo Pirrone ha bisogno di essere riconosciuto. «Il dolore per la morte di un animale è autentico e merita rispetto e comprensione», dice. Il legame con un cane o con un gatto «può essere profondissimo» e la sua scomparsa lascia un vuoto nella vita quotidiana e affettiva.

Eppure questo dolore, osserva, viene ancora «sottovalutato o banalizzato, quasi fosse qualcosa da superare rapidamente». Poterlo esprimere e condividere senza sentirsi giudicati, invece, «è essenziale».

E il cane che resta?

«Non dobbiamo poi dimenticare gli altri animali della famiglia», ricorda Pirrone.

Secondo quanto riferito dalle persone, dopo la perdita il cane rimasto spesso cambiava abitudini:

  • cercava più attenzioni: 68%
  • giocava meno: 60%
  • era meno attivo: 46%
  • dormiva di più: 40%
  • mostrava più paura: 36%
  • mangiava meno: 30%
  • vocalizzava di più: 30%

Solo poco più di un cane su dieci non mostrava alcun cambiamento. In più di un caso su quattro (27%), il cambiamento più persistente era durato oltre sei mesi.

Il peso del legame tra i due cani

Contava molto la vita che i due cani condividevano:

  • quando il cane morto era il genitore di quello rimasto, era più probabile che il cane rimasto mangiasse meno e mostrasse più paura;
  • chi condivideva il cibo con il compagno tendeva più spesso a mangiare meno dopo la perdita;
  • una convivenza lunga e il gioco frequente si associavano a più sonno e a cambiamenti più duraturi;
  • i cani che condividevano gli oggetti con il compagno erano invece meno propensi a evitarli dopo.

Gli autori descrivono le esperienze condivise come «ancore» della giornata. Quando vengono a mancare all’improvviso, possono seguire ritiro o difficoltà a regolare le emozioni.

Il peso delle emozioni umane

L’eutanasia e la morte attesa non risultano legate in modo diretto a specifici cambiamenti nel cane rimasto. Il collegamento passa invece dalle persone. Quando il dolore era più intenso, era più probabile che venissero riferiti nel cane meno appetito, paura, più vocalizzazioni e più ricerca di attenzione. Quando era più forte la rabbia, il cane dormiva di più, evitava gli oggetti del compagno e i cambiamenti duravano più a lungo.

Le spiegazioni possibili sono diverse. Il cane potrebbe risentire del cambiamento delle routine e delle attenzioni ricevute. Potrebbe esserci un “contagio” emotivo tra specie, o il cane potrebbe vivere a sua volta un disagio e cercare conforto. Conta però anche la percezione: una persona più addolorata potrebbe leggere nel comportamento del cane il proprio stato d’animo.

Questi dati non dicono che il dolore della persona causi quello dell’animale, e non devono diventare un altro motivo di colpa per chi sta già soffrendo. L’indicazione di Pirrone è concreta: prestare attenzione agli animali che restano, «preservando per quanto possibile le loro routine, osservando eventuali segnali di disagio e garantendo un ambiente stabile e rassicurante».

Fargli vedere il corpo del compagno serve?

Nel campione, 300 cani, circa il 46%, avevano visto il corpo del compagno dopo la morte. Succedeva più spesso nelle morti non assistite (65%) che dopo l’eutanasia (36%). I cambiamenti comportamentali riferiti erano però gli stessi, che il cane avesse visto il corpo o no.

Il dato non sostiene l’idea che vedere il corpo aiuti il cane a “capire” la morte. Non dimostra nemmeno il contrario, perché questa capacità non è stata misurata. Gli autori ritengono improbabile che il concetto di eutanasia sia accessibile a un cane. Non escludono però che possa cogliere segnali indiretti, come una malattia lunga o il cambiamento delle interazioni.

Non c’è dunque una regola valida per tutti: nessun obbligo di far vedere il corpo, e nessun motivo di sentirsi in colpa per non averlo fatto.

Italia e Regno Unito: un lutto, due contesti

Anche le risposte umane sono cambiate tra i due Paesi. I partecipanti britannici hanno riferito più dolore ma meno senso di colpa.

Per Pirrone il confronto era una scelta di metodo. «Per affrontare domande così complesse non bastava una prospettiva esclusivamente veterinaria, né limitata a un solo Paese», spiega. Il rapporto con gli animali, il significato attribuito alla loro morte e gli atteggiamenti verso l’eutanasia, aggiunge, «possono variare sensibilmente tra culture diverse». Lo stesso vale per le norme che regolano il fine vita degli animali.

Le differenze sono concrete. In Italia l’eutanasia di un animale è ammessa solo quando è giustificata dal punto di vista medico, per esempio per una malattia incurabile o per una pericolosità accertata. La legge 189/2004 punisce l’uccisione di animali «senza necessità». Nel Regno Unito è possibile in un ventaglio più ampio di situazioni e vi si ricorre più spesso: nel campione britannico riguardava oltre otto casi su dieci.

Secondo gli autori, dove l’eutanasia è vista più comunemente come parte di una “buona morte”, la scelta potrebbe essere vissuta con meno conflitto e quindi con meno colpa. Il dolore più alto nel Regno Unito potrebbe invece dipendere anche dal fatto che più partecipanti britannici vivevano da soli. Sono ipotesi, non spiegazioni dimostrate, e i risultati non valgono automaticamente per le intere popolazioni dei due Paesi.

Per tenere insieme tutti questi aspetti il gruppo ha riunito competenze diverse: etologia, medicina comportamentale veterinaria, psicologia, relazione uomo-animale, psicologia del lutto, metodologia e statistica. Vi hanno lavorato ricercatrici e ricercatori di istituzioni italiane, europee e canadesi, tra cui le Università di Milano, Padova, Lincoln, Gand, Vienna e British Columbia. «È proprio questa integrazione di competenze», dice Pirrone, «che considero uno dei punti di forza del progetto».

Che cosa ci dice e che cosa non ci dice

Lo studio è stato pubblicato online il 21 ottobre 2026, ma i dati sono stati raccolti nell’ottobre 2018, all’interno dello stesso programma di ricerca da cui erano già uscite altre pubblicazioni.

I limiti dichiarati dagli autori:

  • la partecipazione era volontaria e via internet, quindi potrebbe aver risposto soprattutto chi ha vissuto la perdita in modo particolarmente intenso;
  • il campione era composto per il 90% da donne;
  • le risposte si basavano su ricordi: per due persone su tre la perdita risaliva a più di un anno prima;
  • il comportamento dei cani è stato descritto dalle persone, senza osservazione diretta;
  • il questionario chiedeva se un comportamento fosse cambiato, non quanto.

Per questo i risultati non vanno presi come una fotografia delle pratiche veterinarie di oggi. Gli autori li descrivono come associazioni che indicano che cosa può succedere.

Del riconoscimento del dolore dopo la perdita abbiamo parlato anche in “Quando muore il cane, cosa dice davvero la scienza del lutto”.

Alla fine dell’intervista, Pirrone indica quella che considera una delle conclusioni più importanti del loro lavoro: «Il benessere delle persone e quello degli animali con cui convivono sono strettamente intrecciati, anche nel momento della perdita».

Accompagnare il fine vita vuol dire prendersi cura del cane e delle persone che gli stanno accanto. E quella cura non dovrebbe finire con la perdita.

Studio di riferimento: Uccheddu S., Ronconi L., Albertini M., Coren S., Da Graça Pereira G., Haverbeke A., Mills D.S., Pierantoni L., Riemer S., Testoni I., Pirrone F., “Caregiver bereavement-related distress and surviving dog behavior after pet dog loss: associations with euthanasia and expected death in a cross-sectional study from Italy and the UK”, Journal of Veterinary Behavior 88 (2026): 85–98. Leggi lo studio open access.


OGGI IN EDICOLA #RassegnaZampa

Hai già letto la Rassegna Zampa di oggi? Le notizie cinofile più importanti selezionate per te.

Leggi l'edizione del 29/10: Rassegna Zampa 29 ottobre: soccorso cinofilo, il cane sul balcone a Torino e le altre notizie

Dogsportal Redazione

Il team editoriale di Dogsportal.it, coordinato dall'editore e fondatore Rocco Voto, garantisce informazione cinofila verificata grazie al supporto di giornaliste specializzate come Lorena Quarta e Alessia Colaianni e di esperti come Mirko Barrera, Andrea Comini, giornalista e cinofilo e firme storiche come Davide Cardìa. Dogsportal è un hub di cultura che negli anni ha coinvolto i migliori professionisti italiani del settore, producendo oltre 2.000 articoli e centinaia di dirette tematiche per divulgare il benessere del cane con competenza e passione

Dogsportal Redazione ha 2521 articoli e più. Guarda tutti gli articoli di Dogsportal Redazione