Allevamenti lager affissi ufficiali e mancati controlli: di chi è davvero la responsabilità?
Quando leggo notizie di allevamenti lager (talvolta anche con affisso ufficiale) che vengono sequestrati, mi chiedo sempre chi sia maggiormente responsabile.
Giustamente pagano gli pseudo allevatori e ci mancherebbe altro. La legge deve fare il suo corso e punire chi maltratta. Ma facciamoci due domande scomode.
Gli affissi come vengono concessi? Come vengono verificati nel tempo? Le Asl veterinarie come e quando verificano? Cosa succedeva negli anni precedenti, prima del sequestro su mandato delle forze dell’ordine? E infine, le persone. Perché le persone si ostinano a comprare animali in queste condizioni?
Proviamo a rispondere, perché l’indignazione sui social, da sola, non salva nessun cane.
Il mito dell’affisso e i controlli mancati

Spesso l’acquirente medio vede il logo dell’Ente cinofilo come un marchio di garanzia assoluta su salute, benessere ed etica. Purtroppo, non è sempre così automatico.
L’affisso è la “denominazione” di un allevamento. L’Ente preposto possiede un suo Codice Etico e richiede precisi requisiti burocratici e zootecnici per concederlo, ma il mantenimento di questi standard nel tempo è il vero punto critico. I controlli istituzionali spesso si concentrano sulla correttezza dei documenti, sulle iscrizioni delle cucciolate e sui risultati in esposizione. Ma è difficile verificare quotidianamente cosa succede dietro i cancelli chiusi di ogni singolo allevatore.
Avere un affisso non rende automaticamente un allevatore un “santo”, così come non averlo non lo rende un “diavolo”. L’affisso certifica una selezione genealogica, ma l’etica quotidiana rimane una scelta personale dell’allevatore che nessun bollino può garantire al 100% se mancano ispezioni a sorpresa frequenti.
Il ruolo (e i limiti) delle ASL
Le Aziende Sanitarie Locali sono l’organo preposto alla vigilanza sul benessere animale. Sulla carta il sistema è strutturato, ma nella realtà si scontra spesso con la carenza di personale e con una burocrazia complessa.
Spesso le ASL intervengono su segnalazione esterna. Ma finché non c’è una denuncia formale, circostanziata e grave, un allevamento situato in una zona isolata può operare indisturbato per anni. Inoltre, bisogna fare i conti con le normative vigenti: se il cane ha acqua, cibo, un riparo e i vaccini in regola, spesso non sussistono gli estremi legali per il sequestro preventivo immediato, anche se il benessere psicofisico reale dell’animale appare compromesso o se vive in condizioni di isolamento.
Il “lager” non nasce in un giorno. È il frutto di anni di disattenzione, di zone grigie normative e, talvolta, di vicini che si voltano dall’altra parte.
L’anello debole (o forte) della catena: NOI acquirenti anzi voi che vi affidate agli spacciatori di cani, perché io anche se non ho nulla in contrario non ho mai comprato un cane. Nel caso scegliere benissimo l’allevatore. Ma questo è del tutto irrilevante.
E qui arriviamo al punto più dolente. Se esistono allevatori che producono cuccioli in batteria ignorando il benessere animale, è perché c’è la fila fuori per comprarli.
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Perché le persone comprano lì?
- Il prezzo: La ricerca dell’affare, del cane di “marca” “scontato”, è il motore principale di questo mercato. Un cane allevato con tutti i crismi ha costi di gestione elevati (test sanitari, alimentazione, socializzazione) che non possono essere abbattuti. La selezione seria di una razza è cosa ben diversa dallo smercio di cani di “marca” per iperconsumisti falsi amanti dei cani.
- La “sindrome della crocerossina”: Molti, arrivati sul posto, vedono la situazione terribile. Vedono cuccioli sporchi, madri sfinite, occhi tristi. E cosa fanno? Comprano per salvare quel cucciolo. Ma non denunciano.
È un gesto umanamente comprensibile, ma terribilmente dannoso. Comprare un cucciolo per “salvarlo” significa finanziare l’attività. Significa liberare una gabbia che verrà riempita il giorno dopo da un altro sventurato. Quei soldi lasciati lì sono il carburante che permette a queste strutture di continuare a operare.
Rompere il circolo vizioso
La responsabilità penale è di chi detiene gli animali in condizioni pietose. Ma la responsabilità morale è diffusa.
È delle istituzioni, chiamate a rendere i controlli preventivi la norma e non l’eccezione post-disastro. È degli enti cinofili, che dovrebbero essere sempre più severi nel sanzionare chi viola il codice etico. Ma è soprattutto nostra.
Dobbiamo smettere di cercare il cane di razza sottocosto su siti di annunci generici. Dobbiamo avere il coraggio di girare i tacchi e andarcene (e denunciare subito dopo alle autorità competenti!) se l’allevatore non ci fa vedere la madre, se l’ambiente è sporco, o se i cuccioli sono timorosi.
L’unico modo sicuro per chiudere i lager è, molto banalmente, smettere di dar loro i nostri soldi. Senza domanda, l’offerta crudele muore.
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