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I governi trattano i nostri animali come bagagli»: intervista a Sonia Aguado di FlyTogether

Sonia Aguado ha scoperto relativamente tardi il proprio legame con gli animali. Dopo esperienze nel marketing, nell’imprenditoria e nell’insegnamento, nel 2016 si trasferisce nel deserto sudafricano insieme ai suoi cani e gatti. È lì che inizia il suo percorso nell’attivismo, dedicandosi ai salvataggi e alla tutela degli animali.

Nel 2021 comprende che tornare in Spagna significherebbe esporre i propri animali a rischi concreti legati al trasporto in stiva. Una consapevolezza che segna una svolta: decide di restare e impegnarsi per cambiare un sistema che considera ingiusto. Da questa scelta nasce FlyTogether, un progetto che oggi si traduce in un’attività quotidiana di sensibilizzazione, denuncia e pressione per riforme normative a livello internazionale. Abbiamo intervistato Sonia sul drammatico problema dell’imbarco di animali da Dubai in questo periodo di guerra. Il quadro che ne emerge deve far riflettere. E, per i governi, deve spingere ad agire. Presto e per sempre.


Come descriverebbe la situazione attuale a Dubai e negli Emirati Arabi Uniti per le persone che cercano di partire con i propri cani e gatti?

La situazione attuale a Dubai e negli Emirati Arabi Uniti è estremamente complessa e angosciante per molte famiglie che cercano di lasciare il Paese con i propri cani e gatti. Quello che stiamo osservando mette chiaramente in luce quanto il sistema sia fragile, rigido e disumano. Requisiti normativi stringenti – come microchip, titolazione degli anticorpi antirabbici e protocolli vaccinali – stanno di fatto diventando barriere, lasciando gli animali esposti al rischio di essere abbandonati quando potrebbero invece essere messi in sicurezza.

La situazione è ulteriormente complicata dalla mancanza di informazioni chiare e affidabili, dalla chiusura degli aeroporti e da vincoli logistici, come le difficoltà di accesso ai trasporti all’interno delle città per raggiungere gli scali. A questo si aggiungono cancellazioni di voli e cambiamenti improvvisi nelle politiche delle compagnie aeree, inclusi rifiuti all’ultimo momento di accettare animali a bordo, anche in stiva, aumentando ulteriormente l’incertezza. Senza contare le famiglie che cercano di viaggiare con conigli.

Infine, i governi – responsabili in ultima istanza di consentire ai propri cittadini di rientrare – non stanno mostrando sufficiente flessibilità sui permessi di importazione e sui requisiti di certificazione sanitaria. Restrizioni normative improvvise e continui disservizi logistici fanno sì che molte persone non riescano a completare le procedure entro il periodo di validità dei documenti ufficiali. Di conseguenza, le famiglie si trovano spesso di fronte a scelte impossibili: rischiare conseguenze legali cercando certificazioni accelerate o informali, partire senza i propri animali o non riuscire a partire affatto.

Non si tratta semplicemente di un problema logistico: è un fallimento sistemico che mette inutilmente in pericolo persone e animali. Credo valga la pena citare un account Instagram che ho scoperto un giorno fa, @NOPETLEFTBEHIND.UAE, guidato da due ragazze, Niki e Shika, impegnate a non lasciare indietro nessun animale e a fornire supporto e indicazioni a chi si trova in difficoltà.


In questo contesto specifico, quali sono le principali barriere tecniche e logistiche che impediscono agli animali di viaggiare con i loro proprietari?

Le principali barriere non sono solo logistiche, ma anche normative. I certificati sanitari hanno periodi di validità molto brevi: questi documenti scadono rapidamente e, in situazioni di crisi, le persone possono perdere i voli per cause indipendenti dalla loro volontà (rischi per la sicurezza, interruzioni dei trasporti ecc.). La disponibilità di voli pet-friendly è limitata: non tutte le compagnie aeree consentono animali in cabina e il trasporto in stiva è spesso ristretto o inaffidabile in contesti instabili. Le procedure sono complesse e frammentate: le norme su esportazione, transito e importazione non sono armonizzate, causando ritardi e confusione. Inoltre, manca qualsiasi protocollo di emergenza: non esistono meccanismi di adattamento o estensione dei requisiti in situazioni eccezionali. Queste barriere diventano critiche quando il tempo è limitato e le condizioni sono imprevedibili.

Innanzitutto, molte compagnie aeree commerciali stanno rifiutando del tutto il trasporto di animali.

Leggi la nostra inchiesta: Cani in cabina anche se grandi? La risposta delle compagnie aeree e la nostra guida ufficiale.

Per questo motivo i voli di rimpatrio organizzati dai governi che consentono la presenza di animali sono così importanti. Tuttavia, come si è visto recentemente in Francia, anche quando le procedure post-arrivo consentono di verificare permessi e certificati successivamente all’ingresso, gli animali non vengono comunque ammessi a bordo di questi voli. Di fatto, anche quando i cittadini vengono evacuati, i loro animali sono trattati secondo un sistema completamente separato: questo è il cuore del problema.

La Grecia resta, ad oggi, l’unico esempio in Europa di rimpatrio “multispecie”: 101 persone e 45 animali sono stati evacuati da Abu Dhabi con un volo governativo appositamente adattato, proprio perché molte compagnie commerciali non accettavano animali.

In secondo luogo, anche quando le compagnie aeree consentono il trasporto, la documentazione è spesso incompleta a causa delle condizioni logistiche estremamente difficili. Di conseguenza, le autorità sanitarie possono rifiutare l’ingresso degli animali, rendendo impossibile il loro accesso al Paese – come è già accaduto in Spagna, che non sta facilitando la situazione.

Per queste ragioni, è essenziale sollecitare le autorità europee a consentire l’ingresso di animali domestici e animali salvati provenienti da zone di conflitto, anche quando i requisiti sanitari, la documentazione o i test veterinari non sono completamente aggiornati. In alternativa, i governi devono assumersi la responsabilità di organizzare voli dedicati in cui le famiglie “multispecie” possano rientrare insieme in sicurezza.


Ciò che sta accadendo a Dubai mette in luce una debolezza strutturale delle attuali normative sul trasporto aereo degli animali da compagnia?

Assolutamente sì. La situazione di Dubai evidenzia chiaramente una debolezza strutturale nelle normative attuali sul trasporto aereo degli animali da compagnia. Quello che stiamo osservando rende semplicemente visibile questo fallimento sistemico.

Ogni giorno, in tutto il mondo, molti animali vengono lasciati indietro non perché i proprietari non rispettino le regole, ma perché i certificati sanitari hanno tempi troppo rigidi o perché le compagnie aeree rifiutano di trasportarli, talvolta anche in stiva. Negli ultimi cinque anni, solo sui voli commerciali statunitensi, 40 animali sono morti, 27 sono arrivati feriti e 4 sono stati smarriti. La maggior parte dei decessi è stata causata da soffocamento, colpi di calore, arresti cardiaci e ansia grave: condizioni completamente evitabili e inutili. Si sono verificati anche decine di casi di animali fuggiti dalle gabbie in pista, soprattutto gatti, poi investiti da veicoli o scomparsi per sempre. Ancora oggi non esistono protocolli adeguati. Per quanto riguarda gli animali feriti, molti casi riguardano cani che si lesionano zampe e bocca tentando di uscire dal trasportino.

Questi episodi non sono eccezioni, ma segnali evidenti di gravi criticità: mancano regolamentazione, protocolli, formazione e responsabilità. Possiamo solo immaginare quanto tutto ciò si amplifichi in situazioni di crisi.

Il problema centrale è che i quadri giuridici internazionali continuano a classificare gli animali come merci, anziché come esseri senzienti o membri della famiglia. Questo crea una frattura profonda tra diritto e realtà sociale: oggi gli animali sono ampiamente riconosciuti come parte della famiglia, ma le normative non si sono adeguate. Nella pratica, questo significa che anche in situazioni di emergenza gli animali possono essere esclusi dai voli di evacuazione, separati dai proprietari o sottoposti a ostacoli burocratici inutili. Trasportare esseri viventi in stive progettate per merci è come spedire oggetti fragili senza alcuna protezione: assurdo, inefficiente e potenzialmente letale per i nostri familiari.


Che ruolo ha avuto FlyTogether in questa situazione e quale impatto può avere un movimento di advocacy in una crisi di questo tipo?

FlyTogether ha svolto un ruolo importante in questa crisi, sostenendo online i diritti e il benessere degli animali lasciati indietro nelle zone di conflitto, mentre gran parte dei media si concentra sugli influencer che abbandonano i propri animali. Il nostro lavoro si è focalizzato nel sollecitare le autorità a consentire l’ingresso di animali domestici e animali salvati provenienti da aree di conflitto del Medio Oriente, anche quando i requisiti sanitari, la documentazione o i test veterinari non sono completamente aggiornati.

Credo che, pur non esistendo alcuna giustificazione per abbandonare un animale, molte delle persone che lo hanno fatto non lo avrebbero fatto se i processi fossero stati più semplici e fluidi, come avviene per i loro figli. Le organizzazioni e gli attivisti per il benessere animale sono fondamentali in queste situazioni perché danno voce a chi altrimenti rimarrebbe invisibile. La dignità e il benessere degli animali sono aspetti che i canali ufficiali spesso non evidenziano.

Per esempio, la Fondation Brigitte Bardot ha spinto il ministro della Salute francese a concedere una deroga d’emergenza – una sospensione temporanea dei requisiti – per l’importazione di animali da 13 Paesi del Medio Oriente, valida fino al 30 aprile. Purtroppo non ho visto altre organizzazioni di grande portata o partiti politici europei impegnarsi in questo senso.

Il nostro ruolo è portare queste tematiche all’attenzione dei decisori politici e dell’opinione pubblica. Un movimento di advocacy non può sostituire le istituzioni in una crisi, ma può accelerare il dibattito pubblico e fare pressione sulle autorità, spingendo verso soluzioni urgenti e pragmatiche, come dimostrano le misure recentemente adottate in Francia e, due giorni fa, anche in India. Attraverso la visibilità e un’azione costante, abbiamo osservato che autorità e compagnie aeree sono più inclini a considerare misure temporanee o soluzioni eccezionali. Organizzazioni come la nostra sono fondamentali per coordinare questi sforzi e garantire che media, cittadini e istituzioni riconoscano l’urgenza di proteggere gli animali in situazioni di conflitto.


Alla luce di quanto sta accadendo, quali misure dovrebbero adottare immediatamente compagnie aeree e autorità per evitare la separazione tra animali e proprietari nelle emergenze?

Il principio chiave è semplice: nelle situazioni di emergenza, le normative devono adattarsi alla realtà, non il contrario. Nessuna famiglia dovrebbe essere costretta ad abbandonare un animale a causa della rigidità amministrativa. Esistono diverse misure concrete che potrebbero e dovrebbero essere adottate immediatamente:

  1. Estensione automatica dei certificati sanitari nelle situazioni di crisi, quando i ritardi sono chiaramente indipendenti dalla volontà dei proprietari – Ministeri della Salute
  2. Protocolli di rimpatrio che includano l’evacuazione degli animali, coordinati tra i Paesi, come già avvenuto in Grecia – Ministeri degli Esteri
  3. Maggiore flessibilità da parte delle compagnie aeree nelle zone di conflitto, inclusa un’estensione dell’accesso al trasporto in cabina – IATA
  4. Possibilità di regolarizzare la documentazione dopo l’arrivo, come già previsto in Francia. Questa deroga può essere applicata tramite un impegno formale del proprietario a contattare un veterinario designato all’arrivo e a dichiarare l’animale alle autorità competenti. L’India ha appena introdotto un programma simile, mentre la Spagna ha rifiutato qualsiasi deroga d’emergenza per l’importazione di animali domestici.
  5. Linee telefoniche dedicate per i viaggiatori con animali o canali specifici di comunicazione tramite social media
  6. Assistenza diretta negli aeroporti per supportare le famiglie in difficoltà.

Solo così si può evitare che gli animali continuino a essere trattati come un elemento secondario, invece che come parte integrante della famiglia.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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