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Un nuovo farmaco per i tumori aggressivi dei cani. Damiano Stefanello racconta la ricerca e le prospettive future

Il docente di Chirurgia Veterinaria dell’Università Statale di Milano e coautore dello studio pubblicato su Journal of Medicinal Chemistry ci ha spiegato cos’è e come funziona la molecola sperimentata, OncoFAP glidotin, e il suo possibile impiego futuro come terapia per il cancro in ambito veterinario e umano.

Una nuova terapia contro i tumori aggressivi spontanei dei cani è stata utilizzata nell’Ospedale Veterinario Universitario del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali dell’Università degli Studi di Milano. I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Medicinal Chemistry, sono promettenti in ambito animale e non si esclude un possibile uso futuro nel trattamento del cancro degli umani. Inoltre, questo approccio di ricerca potrebbe contribuire a ridurre i tempi di sviluppo e approvazione di farmaci per l’oncologia con un significativo guadagno di tempo e una diminuzione del numero di topi di laboratorio impiegati nella fase sperimentale. Ne abbiamo parlato con Damiano Stefanello, medico veterinario, professore ordinario di Chirurgia Veterinaria all’Università Statale di Milano e responsabile dello studio, che racconta a Dogsportal come funziona il nuovo farmaco e quali potrebbero essere i suoi sviluppi futuri.

Un nuovo farmaco per i tumori di cani e umani

Ad oggi molti dei tumori del cane non hanno farmaci dedicati per il loro trattamento e, a partire da questa situazione, è emersa l’esigenza di trovare un modo nuovo di affrontare le malattie oncologiche negli animali. In molti casi, infatti, le terapie già disponibili si dimostrano inefficaci per l’aggressività del tumore, per le grandi dimensioni che impediscono di agire con la rimozione chirurgica oppure perché si è in presenza di recidive resistenti a qualsiasi trattamento. Damiano Stefanello spiega: «C’era, quindi, un’esigenza clinico-veterinaria pura e semplice che ha incrociato la necessità dell’azienda farmaceutica di indagare su cani con malattie oncologiche spontanee, cresciute in soggetti sani immunocompetenti [con un sistema immunitario che funziona in maniera corretta, N.d.R] e non riprodotte in laboratorio, la sicurezza ed efficacia del loro prodotto, la molecola OncoFAP glidotin. — il professore prosegue — Una parte della sperimentazione dei farmaci avviene con un passaggio sul modello murino, il topo, che non sempre è in grado di descrivere e riprodurre quello che è l’ambiente umano, per cui si è deciso di avviare questo percorso di ricerca con l’azienda partendo da due aspetti importanti. Il primo era ovviamente assicurarsi che tutte le procedure cliniche conservassero il benessere e la buona qualità di vita dei nostri pazienti, motivo per cui il progetto è stato valutato dall’Organismo Preposto al Benessere degli Animali dell’Università degli Studi di Milano; dall’altra l’aspetto principale era quello di provare OncoFAP, un carrier a cui viene legato un chemioterapico che già esiste per uso umano, ma che è particolarmente tossico a dosi normali e su cui c’è pochissima letteratura in ambito veterinario». OncoFAP glidotin è una molecola che può trasportare molecole chemioterapiche e che si lega in modo specifico alla proteina FAP, presente in alcuni tumori. In questo modo il chemioterapico viene rilasciato nel cancro e riesce a bombardarlo in maniera più selettiva.

Lo studio dell’Università Statale di Milano

Lo studio condotto dal team di Damiano Stefanello, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Medicinal Chemistry (https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acs.jmedchem.6c00682 ), ha terminato la fase I e II previste per la sperimentazione clinica dei farmaci, fornendo una prima valutazione della sicurezza, tollerabilità ed efficacia curativa di OncoFAP glidotin. Sono stati trattati con la molecola otto cani con tumori in cui era espressa la proteina FAP e che altre terapie oncologiche non erano state in grado di trattare. I pazienti ammessi allo studio dovevano mostrare, tramite specifici test, di possedere funzionalità cardiaca, epatica e renale regolari, questo per poter capire se eventuali effetti avversi fossero legati alla tossicità del farmaco o a patologie preesistenti. «Siamo partiti da una dose minima e poi, per ogni nuovo paziente arruolato, la dose doveva aumentare fino a raggiungere quella, pubblicata, di 10 mg/m2. — illustra Stefanello — L’oncologia veterinaria, negli ultimi 20 anni, ha raggiunto dei livelli avanzati nella gestione dei pazienti canini e felini, per cui il monitoraggio degli eventuali effetti avversi del trattamento è stato possibile grazie a tabelle che la comunità scientifica medico-veterinaria internazionale utilizza nelle chemioterapie tradizionali quotidianamente e che, per ogni sintomo, indicano gli effetti tossici del farmaco sul paziente. La valutazione dei cani ammessi allo studio prevedeva una serie di esami, tra cui quelli del sangue, visite prima di ogni somministrazione e, soprattutto, un ascolto molto attento dei proprietari, che diventano così le nostre sentinelle, i nostri infermieri nel monitoraggio del trattamento chemioterapico. Molte volte accade che tutti gli esami siano perfetti, ma il cane poi o non mangia o non si muove, quindi per noi il racconto dei proprietari ha un valore inestimabile, proprio per capire quale sia la qualità di vita del paziente durante la cura. I prelievi ematici sono serviti anche per essere certi che, nell’arco delle prime ore dalla somministrazione, non ci fossero reazioni e per assicurarci che OncoFAP, che sostanzialmente è un trasportatore, liberasse il chemioterapico direttamente nel tumore. Siamo partiti con la dose più bassa e già con questa abbiamo registrato delle risposte importanti, con riduzioni del volume tumorale fino all’88%. Alcuni tumori hanno risposto meno, altri di più». Tra i cani inclusi nella sperimentazione, a quasi due anni dalla conclusione del protocollo, alcuni sono ancora oggi sottoposti a controlli, altri sono diventati operabili chirurgicamente per via della riduzione del tumore. Ci sono stati casi in cui il decorso è stato comunque positivo rispetto agli standard della malattia, nonostante quest’ultima in seguito abbia presentato il conto con recidive. Damiano Stefanello sottolinea: «Ad ogni modo, anche in presenza di un cancro che ritorna malgrado il nuovo trattamento, abbiamo sempre registrato la soddisfazione per i proprietari di dare una chance al proprio compagno a quattro zampe».

I prossimi passi della ricerca su OncoFAP

Alla luce dei risultati raggiunti, l’azienda farmaceutica Philochem — proprietaria della molecola — ha rinnovato la collaborazione con l’Università Statale di Milano e ha reinvestito nel progetto. Da novembre 2025 è stato riaperto l’arruolamento ed è possibile fare richiesta di partecipazione alla sperimentazione (https://assets.ctfassets.net/f18j4npi43lu/5qE2eAtbFbyZKYWKJgPxXn/90f325d565134ced751567da21bfcad1/Terapia_a_base_di_piccole_molecole_organiche_aventi_come_target_la_Proteina_di_Attivazione_dei_Fibroblasti__PAF__per_il_trat.pdf ) presso l’Ospedale Veterinario Universitario del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Scienze Animali a Lodi. Attualmente è stato inserito un ulteriore protocollo per testare un altro prodotto e sarà raddoppiato il numero di pazienti che potranno essere coinvolti nello studio. Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? «La prospettiva, confrontandoci anche con l’azienda, è di arrivare alla commercializzazione del prodotto ad uso veterinario e speriamo che i risultati confortanti, buoni soprattutto in termini di tossicità, siano poi in futuro traslabili agli umani. Non è un futuro così lontano, ma è ovvio che i processi di approvazione sono piuttosto lunghi e faticosi. — risponde il professore e aggiunge — Il sacrificio degli animali per la farmacologia veterinaria, per la farmacologia umana e per l’oncologia umana è stato enorme, quindi, per ora, posso ritenermi contento se un domani questo farmaco sarà commercializzabile e utilizzabile da parte di tutti i medici veterinari. La speranza è che sia di aiuto nel trattamento dei tumori maligni del cane, perché sarebbe un’altra freccia al nostro arco per poter combattere questa malattia, molto frequente e che spesso mette in difficoltà i cani, i proprietari e i medici veterinari».

Un’attenzione particolare per gli animali da laboratorio

Il nuovo farmaco è stato testato su cani che hanno sviluppato la malattia spontaneamente e non su soggetti in cui è stato indotto il tumore per poi essere studiato, come accade nei modelli murini. Una strategia che permetterebbe di impiegare meno topi di laboratorio e, allo stesso tempo, avere dei modelli di previsione migliori sulla risposta alla terapia. Come specifica Stefanello: «Ci sono due grosse differenze, anche rilevanti, per quanto riguarda il concetto di One Health e One Medicine: il tumore che cresce in un cane, così come quello che cresce in un uomo, si sviluppa in un sistema immunitario che è in grado di sconfiggerlo o che tenta di sconfiggerlo, e in un sistema ormonale normale. Il soggetto, inoltre, vive e condivide lo spazio sociale, l’ambiente naturale, nello stesso modo di un qualsiasi cane o una qualsiasi persona. I modelli animali di laboratorio sono, invece, soggetti con un sistema immunitario inattivo, in cui viene iniettata la cellula e il tumore cresce in 10-15 giorni. Ne consegue che viene a mancare il microambiente tipico del tumore che cresce spontaneamente, manca l’interazione tra il tumore e il suo ospite, in questo caso il cane o la persona, che sono qualcosa di diverso da ciò che può avvenire nel modello murino. Sono diverse rispetto al modello in laboratorio anche la vascolarizzazione del tumore, il modo in cui le varie molecole interagiscono tra di loro e tutti i meccanismi che il tumore attiva per sopravvivere alle chemioterapie, alle radioterapie, al sistema immunitario del paziente. Dunque può accadere che il farmaco funzioni molto bene nelle prove di laboratorio ma non nella malattia spontanea. Oltre a questo, i cani condividono con l’uomo più di 18.000 geni e, di conseguenza, poter capire come risponde un farmaco su una malattia spontanea in un cane, che condivide con noi l’ambiente e le interazioni con esso, dà una migliore predizione della sua azione nel futuro utilizzo nell’uomo».

L’obiettivo è arrivare in futuro a ridurre al minimo l’impiego dei topi di laboratorio nello studio dei nuovi farmaci, realizzando studi di tossicità ed efficacia — maggiormente predittivi —su cani di proprietà affetti da malattia spontanea, nel rispetto della normativa vigente, dei controlli, delle buone pratiche veterinarie e della qualità di vita, così da accelerare la ricerca a beneficio di cani ed esseri umani.

La forza delle famiglie dei cani malati

Dalle parole di Damiano Stefanello emerge il profondo legame tra i cani malati e le loro famiglie e la forza che li ha sorretti per attraversare un momento molto difficile delle loro vite. Lo scienziato rivela ciò che non può trasparire dalla pubblicazione scientifica e che è altrettanto importante: «I proprietari molte volte hanno percorso anche più di 200 chilometri, sono venuti fin qui per fare una biopsia e per avere la speranza di una prospettiva positiva di trattamento. Hanno accettato una sfida perché di fatto, quando si svolgono studi di tossicità in cosiddetta dose escalation, noi umani firmiamo un consenso mentre, per i cani, sono i proprietari ad assumersi la responsabilità di decidere. Io e il mio team siamo stati fortunati perché abbiamo chiuso la sperimentazione clinica molto prima dei tempi previsti dall’azienda e, soprattutto, siamo stati premiati dalla fiducia dei proprietari, poiché quando comunichi loro che si tratta di un farmaco che non è mai stato provato, che potrebbe dare degli effetti collaterali, nonostante si tratti di pazienti che non hanno alternativa, la scelta non è semplice. La perseveranza di queste persone, il loro coraggio, la volontà di mettersi in discussione e di fare tutto il possibile per poter dare una chance in più al proprio cane: tutto questo non ha un peso scientifico, ma per me e per il mio gruppo di ricerca è la parte più gratificante. Si tratta di riuscire a offrire qualcosa in più, che prima non era possibile dare e che oggi genera speranza».

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Alessia Colaianni

Dottoressa di ricerca in Geomorfologia e Dinamica ambientale, sono poi approdata sulle rive della comunicazione e divulgazione scientifica. Sono diventata giornalista e, un articolo dopo l’altro, mi sono ritrovata a raccontare le storie di animali umani e non umani e dell’ambiente in cui vivono. Sul mio cammino ho incontrato lo sguardo di molti cani e questo mi ha convinta a suonare ai cancelli di Dogsportal per poter curiosare nella loro storia e nel loro comportamento insieme a voi.

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