Unità cinofile per la conservazione della biodiversità: l’esperienza di LIFE Perdix
I cani possono essere un supporto fondamentale nella salvaguardia della fauna selvatica. Ce lo racconta il biologo Francesco Riga dell’ISPRA.
Cani e animali selvatici, una coppia che non fa presagire nulla di buono.
È questo uno dei motivi per cui la legge ci impone di tenere i nostri compagni a quattro zampe al guinzaglio in parchi naturali, riserve e aree protette.
In alcuni casi il loro ingresso è addirittura vietato.
E se vi dicessi che alcuni cani, tra cui quelli da caccia, hanno la possibilità di lavorare liberi in ambienti naturali per salvaguardare la fauna selvatica?
Il 4 aprile scorso è stato organizzato un workshop dedicato proprio all’impiego delle unità cinofile nella conservazione della biodiversità (https://www.isprambiente.gov.it/it/events/limpiego-delle-unita-cinofile-nella-conservazione-della-biodiversita ).
Tra gli esempi illustrati c’è un progetto di ricostituzione della popolazione di starna italica nella Valle del Mezzano, in Emilia-Romagna. In realtà sono numerose le attività di conservazione che coinvolgono i cani e abbiamo chiesto a Francesco Riga, biologo dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e coordinatore del progetto LIFE Perdix, di parlarcene.
Conservazione della biodiversità: cosa c’entrano i cani?
L’obiettivo del progetto LIFE Perdix (https://www.lifeperdix.eu/ ) è il recupero e la conservazione della starna italica (Perdix perdix italica), un uccello stanziale un tempo diffuso tra Appennini e Alpi, al di sotto dei 1800 metri di quota. Le popolazioni di starna italica si sono avviate verso il declino intorno alla metà del Novecento, con l’abbandono delle aree agricole interne dell’Appennino, i prelievi venatori non sostenibili, l’immissione sul territorio di individui non autoctoni e la meccanizzazione e l’uso dei pesticidi in agricoltura, che hanno portato alla diminuzione di semi, germogli, bacche, insetti e larve, che servivano da nutrimento per adulti e pulli.
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I partner del progetto sono l’ISPRA, il Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari (CUFAA), la Federazione italiana della caccia, la francese Fedération Nationale des Chasseurs, il Parco Delta del Po, Legambiente e l’Ente nazionale cinofilia italiana. LIFE Perdix parte da esemplari di starna italica sopravvissuti in allevamento e prevede diverse fasi, tra cui il recupero genetico, la riproduzione e la reintroduzione in natura. Come monitorare quest’ultimo passo, così delicato per degli uccelli che si apprestano a reimparare a vivere in natura e si muovono in un’area vasta?
Qui inizia il lavoro delle unità cinofile.
Setter e pointer per monitorare la starna italica
«Grazie alla collaborazione con ENCI, soprattutto con il circolo ENCI di Ferrara, abbiamo utilizzato le unità cinofile in momenti in cui l’attività dei cani non avrebbe esercitato un impatto negativo sulle popolazioni di animali immessi. — spiega Riga — Sono state tre le fasi in cui ci hanno supportato i cani da ferma: la prima è stata il monitoraggio della dispersione degli animali dopo essere stati immessi in voliere di preambientamento molto grandi».

I recinti sono ampi un quarto di ettaro, quindi piuttosto estesi. Il secondo passo è stato il controllo della dispersione dal punto di rilascio sul territorio, a fine inverno, per capirne la distribuzione; infine c’è stata la cosiddetta ricerca delle brigate, nel periodo tardo estivo: «L’ultima attività che stiamo conducendo con le unità cinofile è la ricerca delle brigate, ossia le femmine accompagnate dai piccoli dell’anno.
Questa fase di monitoraggio è importante per valutare non soltanto la presenza nel territorio degli uccelli che sopravvivono da un anno all’altro, ma anche la riproduzione.
L’area è molto grande per riuscire a raccogliere osservazioni dirette, ma ciò è stato possibile grazie al lavoro dei cani».
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Per LIFE Perdix, come accennato, le unità cinofile sono costituite da cani da ferma, nello specifico setter e pointer, ma razze diverse con compiti differenti sono protagoniste di altri progetti di conservazione. I binomi essere umano-cane per queste attività sono specificamente formate dall’ENCI.
Unità cinofile per la conservazione della fauna selvatica (e della flora)
L’ENCI ha istituito una scuola di specializzazione per le unità cinofile che si dedicano alla salvaguardia della biodiversità (https://www.enci.it/progetti-enci/conservation-dogs/cinofilia-e-aree-protette ), con disciplinare e registro nazionale dei conduttori e dei cani che hanno superato un apposito esame. Le attività in cui possono essere impiegati sono molteplici, illustra Francesco Riga: «Ci sono i detection dog che cercano gli escrementi di lepre per indagini genetiche o le carcasse di cinghiali per il monitoraggio su territorio legato alla diffusione della Peste Suina Africana. Altri cani vengono utilizzati, per esempio, per trovare gli alberi di ulivo infettati dalla Xylella fastidiosa, e questo è importante perché riescono a individuarli molto prima rispetto ad altre tecniche». Le lunghe distanze percorse e lo straordinario olfatto dei nostri compagni a quattro zampe, opportunamente scelti e addestrati, sono uno strumento incredibilmente utile in innumerevoli scenari. Riga continua con gli esempi: «Negli Stati Uniti, ma adesso anche in Italia, cercano i pipistrelli — specie protette dalla Direttiva Habitat (https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/reporting-direttiva-habitat ) — morti a causa delle pale eoliche.
Questi animali sono molto piccoli ed è difficilissimo trovarli ad occhio nudo. L’utilizzo dei cani, in questo caso, è fondamentale».
Ancora una volta i cani si dimostrano compagni di lavoro preziosi, in un ambito in cui la loro presenza poteva sembrare, a uno sguardo superficiale, solo un problema e non una potenziale risorsa.
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