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I cani uccisi dai lupi sul Monte Baldo sono vittime, non eroi

Un cane da conduzione chiamato Batman è stato ucciso da un branco di lupi mentre si trovava con un gregge di 1.200 pecore sul versante orientale del Monte Baldo, a circa 1.500 metri. 

Il Corriere del Veneto ha raccontato l’episodio parlando di un cane che si sarebbe “immolato” per difendere il gregge, trasformandolo in una sorta di eroe caduto in battaglia. Ma i cani non si immolano, non scelgono consapevolmente di morire. Seguono l’istinto, l’addestramento, se ce l’hanno, l’abitudine. E spesso la loro vita dipende dalle nostre scelte. 

È importante ricordare che i cani uccisi dai lupi sul Monte Baldo sono vittime, non eroi.

Presentare Batman come un martire rischia di oscurare la realtà: la sua morte non sembra essere stata inevitabile ma il risultato di quelle che si configurano come scelte sbagliate, superficialità e una protezione inesistente.

Errare è umano ma perseverare no

La vicenda si è poi aggravata nella notte successiva, quando un altro cane, Bosco, descritto come “fratello maggiore” di Batman, di dodici anni, è stato ucciso in maniera analoga dopo che il gregge era stato spostato un poco più a valle, pensando che i lupi, chissà perché, non lo seguissero. E questo la dice lunga su quanto ancora latiti una preparazione anche minima sul tema in certi ambienti pastorali.

Due cani da conduzione dello stesso gregge uccisi dai lupi in caccia in due notti consecutive, alla luce delle informazioni disponibili, non raccontano di una fatalità ma un fallimento gestionale enorme. Dopo la morte di Batman, infatti, non sembra essere stata messa in atto alcuna reale misura di rafforzamento della sorveglianza. 

Il povero Bosco sembra essere stato esposto allo stesso pericolo mortale ben noto che la notte prima aveva già portato via il suo compagno. È inevitabile chiedersi dove fossero i pastori in quella seconda notte e perché non abbiano messo in sicurezza il cane tenendolo con sé, per esempio.

Due soli Maremmani per 1.200 pecore

In entrambe le occasioni, il gregge era custodito dentro un recinto elettrificato, ma Batman e Bosco si trovavano all’esterno, vulnerabili. Il recinto è un valido strumento, ma solo se chi va protetto è all’interno.

La vera protezione, però, è associare i recinti alla presenza dei cani da guardiania, che devono essere in numero adeguato all’entità del gregge. E in questo caso non era così: solo due Maremmani a proteggere ben 1.200 pecore. Sostanzialmente inutili.

La proporzione efficace tra cani da protezione e pecore, infatti, richiede un numero di difensori ben più elevato, in zone dove i lupi sono notoriamente presente e attivi: un soggetto ogni duecento capi almeno, e per difetto: questa necessità è arcinota agli addetti ai lavori. Scegliendo di ignorarla, non si fa il bene né del proprio lavoro né dei poveri animali esposti al pericolo. 

Cani da conduzione e cani da guardiania

Batman e Bosco, poi, erano cani da conduzione, addestrati a radunare e guidare il gregge. Non avevano né la stazza né la memoria di razza indispensabili per affrontare con efficacia un branco di lupi in caccia. 

Altra cosa sono i cani da guardiania, come i Maremmani o simili, che svolgono benissimo questo compito da migliaia di anni. Confondere i due ruoli è un errore grave e significa esporre inutilmente i cani da conduzione a rischi mortali che non possono fronteggiare. 

La notte, i cani da conduzione vanno ricoverati al sicuro, mentre gli specialisti della difesa attiva del bestiame presidiano la zona, pronti a intervenire e a scacciare la minaccia. È così che in diverse aree pastorali il problema viene gestito e ridotto ai minimi termini, garantendo la convivenza con i predatori, che sono essenziali agli equilibri della natura

E che la convivenza tra pastorizia e lupi sia possibile lo dimostrano, per esempio, realtà come il Parco delle Foreste Casentinesi. Qui i lupi vivono stabilmente da molto tempo, i branchi sono numerosi e le greggi non mancano, anzi. Eppure, grazie a un impiego corretto dei cani da guardiania e a una gestione professionale e non superficiale, le predazioni si sono letteralmente azzerate.

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Il lupo fa il lupo ed è mosso solo dalla necessità di nutrirsi per sopravvivere e allevare i cuccioli. Se  trova una falla nella protezione, soprattutto di notte, quando il gregge è più vulnerabile, è probabile che la sfrutti. È un predatore e non può cambiare. Siamo noi a dover adottare misure adeguate, sempre e soprattutto là dove la presenza dei lupi è arcinota. 

Recinti elettrificati, cani da protezione in numero adeguato, sorveglianza attiva: sono questi gli strumenti che permettono di ridurre al minimo i rischi. Dove vengono applicati, i risultati ci sono. In caso contrario, le predazioni si ripetono. 

Non servono martiri ma senso di responsabilità

Le ingiuste morti di Batman e Bosco sono state raccontate anche con una certa “retorica dell’eroismo” molto italiota di cui i cani, però, non hanno alcun bisogno. Ma le cronache dei quotidiani sul tema a volte sembrano riecheggiare più le posizioni di Coldiretti, da sempre ostile al lupo e a qualsiasi altra forma vivente che non produca reddito per i suoi iscritti, che non l’etica professionale del giornalismo, peraltro vicinissima all’estinzione, proprio come il lupo negli anni Settanta.

No, se le cose sono andate come descritto, i due cani sono vittime della apparente irresponsabilità e incompetenza con cui è stato gestito un gregge enorme in una zona dove i lupi vivono stabilmente da diversi anni. 

Usarli come martiri è un ricatto emotivo che non rende giustizia né alla loro memoria né alla complessità del problema, che sarebbe ora di affrontare con le competenze etologiche e tecniche del caso, e con le contromisure specifiche, che sono a disposizione di tutti, spesso gratuitamente. 

Buon ponte, Batman e Bosco.

Lettura consigliata se pensi di adottare o acquistare un cane da pastore in famiglia

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Andrea Comini

Educatore Cinofilo & Giornalista

Educatore e istruttore cinofilo FISC da oltre vent’anni, consulente comportamentale e giornalista professionista. Studioso di etologia del cane e del lupo, si è formato con maestri internazionali ed è docente in corsi per educatori.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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