Legge Brambilla: tra luci e ombre è un passo avanti, non la rivoluzione
In queste ore fioccano post entusiastici sulla manifestazione di Milano a celebrazione della cosiddetta “legge Brambilla”, raccontata da molti come una svolta storica destinata a cambiare radicalmente e in meglio il rapporto tra l’Italia e gli animali.
A me, però, un pochino è tornato in mente Giggino Di Maio che annunciava trionfante «Abbiamo abolito la povertà!» dal balcone di Palazzo Chigi dopo l’approvazione del Reddito di cittadinanza, nel 2018.
Il riflesso mentale nasce dal fatto che la Legge 6 giugno 2025 n. 82, la “Brambilla”, non è affatto inutile come inutile non era il Reddito. Ma così come Giggino non abolì la povertà, ugualmente la Brambilla non ha trasformato l’Italia nella “terra dei diritti degli animali”, con buona pace di tanti entusiasti in buonafede un po’ superficiali e delle sgamate cheerleader di ambo i sessi che in piazza ce li portano, alcune delle quali improvvisamente afflitte da amnesia su chi realmente sia Michela Brambilla e da che parte si collochi.
APPROFONDIMENTO LEGALE
Progressi importanti? Sì, per fortuna
Per correttezza, va detto subito che la legge introduce migliorie importanti. Cambia la rubrica del Titolo IX-bis del Codice Penale, che non parla più di delitti contro il “sentimento per gli animali” ma di delitti “contro gli animali”, differenza importante ma sopravvalutata, purtroppo.
Aumentano poi pene e multe per uccisione e maltrattamento: per l’uccisione si arriva alla reclusione da 6 mesi a 3 anni e alla multa da 5.000 a 30.000 euro; nei casi aggravati da sevizie o sofferenze volutamente prolungate, si arriva alla reclusione da 1 a 4 anni e alla multa da 10.000 a 60.000 euro. Per il maltrattamento si passa alla reclusione da 6 mesi a 2 anni e alla multa da 5.000 a 30.000 euro. E non è un dettaglio: prima, per il maltrattamento, reclusione e multa erano alternative.
La legge aumenta anche le sanzioni per spettacoli o manifestazioni che comportino sofferenza per gli animali, rafforza il contrasto ai combattimenti, punisce anche la partecipazione “a qualsiasi titolo” a combattimenti o competizioni vietate e introduce aggravanti se i fatti avvengono davanti a minori, contro più animali o se l’autore diffonde online immagini, video o altre rappresentazioni della violenza.
Arriva inoltre un divieto nazionale di detenere animali d’affezione alla catena o con strumenti simili che ne impediscano il movimento, salvo documentate ragioni sanitarie o temporanee esigenze di sicurezza. Prima il quadro era frammentato e dipendeva molto dalle Regioni.
Viene poi previsto che nei procedimenti per diversi reati contro gli animali sia vietato abbatterli o venderli fino alla sentenza definitiva, anche quando sugli animali non ci sia un vincolo cautelare di sequestro.
Dunque, la legge Brambilla apporta modifiche concrete e alcune sono importanti. Ma da qui a festeggiare come se fossimo diventati un “paese per animali” secondo me ce ne corre. E parecchio.
In galera? No, non ci va nessuno
La cosa più importante in assoluto, infatti, resta un sogno: maltrattatori, sfruttatori, sadici e assassini di animali non andranno in galera, nonostante ci sia chi lo crede e, purtroppo, anche chi non lo spiega perché rovinerebbe la festa.
Nel sistema penale italiano, infatti, non conta il fatto che una norma “preveda il carcere”. Conta il modo in cui quella pena viene poi comminata. Per chi maltratta e uccide animali, il carcere effettivo verrà quasi sempre evitato attraverso sospensione condizionale, pene sostitutive, misure alternative, patteggiamenti, riti alternativi e riduzioni di pena. Perché la legge sembra calibrata apposta.
Per il maltrattamento di animali, la pena massima della “Brambilla” è di 2 anni. Per l’uccisione arriva a 3 anni. Che salgono a 4 nei casi aggravati da sevizie o sofferenze volutamente prolungate.
Indovinate qual è la soglia di pena perché si aprano le porte del carcere in Italia? Esatto, oltre i 4 anni. Ma tu guarda…
Il punto è che fin quando i criminali che infliggono sofferenze o uccidono gli animali avranno la certezza di non finire in galera, continueranno a farlo.
Per due ragioni principali: in genere sono vigliacchi che prendono di mira gli animali proprio perché sanno che non avranno conseguenze pesanti; in secondo luogo, perché una legge che non preveda realisticamente il carcere non ha alcun effetto deterrente.
Le contraddizioni politiche
Ma allora Enpa, Oipa, Lega del Cane, giuristi e parlamentari di vari schieramenti che hanno sostenuto la legge non capiscono nulla? No, non è questo il punto.
Semmai è il contrario: proprio perché molte associazioni serie e meritorie hanno sostenuto questa legge, bisognerebbe riuscire a discuterne seriamente, senza trasformarla automaticamente nel Sacro Graal della tutela animale e far finta di aver risolto ogni problema.
Una legge può essere utile e contemporaneamente insufficiente. Può rappresentare un miglioramento e allo stesso tempo lasciare aperti problemi enormi. È normale.
Ma la contraddizione più grossa è forse politica, prima ancora che giuridica. Perché mentre Michela Brambilla organizza una manifestazione celebrativa dei “diritti degli animali”, la stessa maggioranza governativa che lei sostiene sta per imporre agli italiani una caccia selvaggia degna dell’ignoranza crassa e dello specismo becero di chi la propone, nonostante le pesanti criticità già sollevate a livello europeo.
Per non parlare di quell’incredibile obbrobrio giuridico ed etologico che è il DDL/AS 1522, la proposta di legge “Norme specifiche per alcune tipologie di cani a tutela del loro benessere e della pubblica incolumità” in discussione al Senato su proposta della Lega, che può trovare approvazione solo da due categorie di persone: gli ignoranti assoluti in fatto di cinofilia e quelli che pensano di poterne ricavare dei soldi perché fanno parte del “giro”.
Il nodo degli animali sequestrati
E c’è un altro aspetto di cui si parla poco, forse perché non è funzionale alla narrazione: l’affidamento degli animali sequestrati.
Qui la legge introduce una novità importante, perché consente all’autorità giudiziaria, nei procedimenti per diversi reati contro gli animali, di affidare in via definitiva gli animali sequestrati o confiscati alle associazioni riconosciute o ai loro subaffidatari.
Benissimo. Ma poi si legge il testo e si scopre che l’affidamento definitivo è subordinato al versamento di una cauzione per ciascun animale affidato.
Cioè soldi.
Prendiamo un caso concreto e recentissimo: il maxi sequestro dei barboncini nel Pisano. Circa cento cani trovati in condizioni allucinanti, salvati grazie all’intervento delle associazioni animaliste.
Se il giudice stabilisse anche solo una cauzione minima di 60 euro per cane (cifra prudente, quasi simbolica) per cento cani si arriverebbe già a 6.000 euro soltanto per rendere efficace l’affidamento definitivo.
Poi arrivano le altre spese: cure veterinarie, farmaci, vaccinazioni, sterilizzazioni, trasporti, alimentazione, stalli, strutture, gestione sanitaria, recuperi comportamentali.
Il rischio concreto è che soltanto grandi associazioni strutturate, e ricche, possano sostenere economicamente la cosa. Ma il volontariato in questo settore è fatto anche da mille realtà piccole e medie, fondamentali per la copertura capillare del territorio.
Tra l’altro, i poveri barboncini in questione sono appena stati restituiti agli allevatori cui erano stati sequestrati, come se fossero merce e non esseri viventi, esattamente come avvenuto in tanti casi odiosi regolati dalla legge precedente alla “Brambilla”. Quindi, dove sarebbe il miglioramento per questo aspetto tanto critico?
Altro punto dolente molto serio che però nessuno cita: la legge contiene una clausola di “invarianza finanziaria”. Tradotto: niente nuove risorse pubbliche strutturali. Lo Stato annuncia la “grande tutela”, ma senza mettere davvero nuovi soldi sul tavolo. Ci penseranno associazioni, volontari e donazioni. Esattamente come prima.
L’abbandono resta trattato “all’italiana”
Parliamo ora del gesto forse più odioso: l’abbandono. La nuova legge aumenta le sanzioni ma non trasforma l’abbandono in un reato con un peso comparabile alle fattispecie più gravi contro gli animali.
Prima della nuova legge, l’articolo 727 del Codice Penale prevedeva arresto fino a un anno oppure ammenda da 1.000 a 10.000 euro. La Legge Brambilla aumenta la multa minima, che passa a 5.000 euro. E stop.
Per una delle forme più diffuse, crudeli e socialmente devastanti di violenza sugli animali, la “linea dura” continua quindi ad apparirmi parecchio morbida.
I “diritti degli animali”: davvero?
Passiamo ora al presunto riconoscimento dei “diritti degli animali”, ripetuto in queste ore come un mantra autocelebrativo.
Prima il Codice Penale considerava il maltrattamento animale soprattutto come un’offesa al “sentimento per gli animali”, cioè alla sensibilità delle persone davanti alla sofferenza dell’animale. La legge Brambilla cambia questa impostazione e parla finalmente di reati “contro gli animali”.
È un passaggio importante, perché l’animale viene riconosciuto come qualcosa da tutelare direttamente e non soltanto perché la sua sofferenza turba gli esseri umani.
Ma attenzione: questo non significa che gli animali abbiano improvvisamente ottenuto veri “diritti”. La legge non trasforma gli animali non umani in soggetti giuridici paragonabili alle persone. Sotto molti aspetti gli animali continuano a non essere riconosciuti come soggetti di diritto in senso pieno ma come “beni”. Sarebbe bene che fosse chiaro, prima di stappare lo spumante.
Un passo avanti, non la rivoluzione
La legge Brambilla va quindi considerata un passo avanti. Importante sotto alcuni aspetti. Ma un passo avanti non coincide con la rivoluzione.
E soprattutto, non basta a trasformare improvvisamente l’Italia in un “Paese per animali”, nonostante le celebrazioni di questi giorni.
C’è ancora tanto da fare e da lottare per chi considera gli animali creature senzienti titolari di diritti. Magari scegliendo con un po’ più di attenzione i compagni di strada, per evitare di diventare involontari supporter di chi usa cani e gatti per la propaganda elettorale e poi dà il via libera per ammazzare tutti gli altri liberamente, come forma di divertimento.
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