Che “rabbia”. Quando l’illegalità mette a rischio la salute di tutti
Di rabbia non parlavamo più. Non perché fosse sparita dal mondo, ma perché l’Italia era riuscita, con anni di sorveglianza sanitaria e responsabilità istituzionale, a liberarsene. Una conquista silenziosa, preziosa, che avevamo finito quasi per dare per scontata. Poi è bastato un cane. Un cane arrivato dal Marocco, presumibilmente introdotto illegalmente, per riaprire una ferita che credevamo chiusa. Virus confermato dall’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, animale soppresso, vaccinazione antirabbica obbligatoria disposta nel Comune di Vittorio Veneto. E improvvisamente una parola dimenticata è tornata a fare paura: rabbia

Qualcuno potrebbe chiedersi se si tratti di un allarmismo eccessivo. Del resto, la rabbia in Italia non c’è più. Ed è proprio qui l’equivoco più pericoloso. La rabbia non c’è più perché esistono regole. Perché esistono controlli. Perché esiste una rete di prevenzione che funziona. Ma nessuna conquista sanitaria è irreversibile quando incontra superficialità, illegalità e ignoranza. La peggiore tra le tre cause. Ignoranza nel senso di non sapere che la rabbia continua a uccidere. Sono tante le zone dove si convive ancora con questa pericolosissima zoonosi, anche se non immediatamente contigue al nostro paese. Vale la pena ricordare, a questo proposito, come funziona la rabbia nel cane, come si trasmette e perché in Italia il vaccino non è obbligatorio : una lettura utile per capire perché la prevenzione normativa è l’unico presidio reale contro questa malattia.
Andrea Rossanese, vicepresidente della Società Italiana di Medicina dei Viaggi e delle Migrazioni, ricorda come globalizzazione e mobilità abbiano cambiato radicalmente il quadro del rischio. Oggi viaggiamo con facilità, attraversiamo continenti in poche ore e, insieme alle persone, si spostano anche malattie e agenti patogeni. È una realtà che non possiamo ignorare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva lanciato la campagna “Zero by Thirty”, zero morti per rabbia entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, rallentato dalla pandemia ma ancora necessario. Perché i numeri continuano a raccontare una tragedia troppo spesso invisibile.
La professoressa Paola Dall’Ara, docente di Immunologia veterinaria e Malattie infettive presso l’Università di Milano, ricorda un dato che dovrebbe scuotere le coscienze: nel mondo una persona muore di rabbia ogni nove minuti. Ogni nove minuti. Non stiamo parlando di una malattia medievale relegata ai libri di storia. Stiamo parlando del presente. Un bambino francese morto dopo un morso subito in Sri Lanka. Una giovane norvegese rientrata dalle Filippine senza sapere di portare con sé una condanna invisibile. Uomini morti in Spagna e nel Regno Unito dopo viaggi in Marocco. E anche l’Italia, nel 2019, ha pianto un uomo morso da un cane rabido durante un soggiorno a Zanzibar.
Stiamo parlando di oggi. Perché la rabbia non bussa annunciandosi. Arriva in silenzio. Insinuandosi tra le violazioni delle norme che pure ci sono. Ed è qui che il discorso smette di essere soltanto sanitario e diventa inevitabilmente culturale e morale. E tutti dobbiamo fare pace con la nostra testa. Spesso rivolta a cose frivole sotto il profilo cinofilo.
La rabbia intesa come zoonosi torna a colpire soprattutto attraverso cuccioli importati illegalmente. Il caso di Vittorio Veneto, con un cane importato illegalmente dal Marocco e cinquemila animali da vaccinare, è l’esempio più recente e concreto di come questo meccanismo funzioni. E dietro quei viaggi clandestini non ci sono fatalità o sfortunate coincidenze. C’è un mercato. Un mercato enorme, feroce, internazionale. E il mercato c’è perché c’è domanda.
È una verità scomoda, ma necessaria: il traffico di cuccioli continua perché qualcuno continua a comprare. Perché dietro uno schermo è troppo facile lasciarsi convincere da fotografie studiate, prezzi allettanti e false narrazioni di “salvataggi” o occasioni imperdibili. Dietro quei furgoni che attraversano l’Europa ci sono sofferenze indicibili, cuccioli separati precocemente dalle madri, malattie, mortalità elevatissima, traumi destinati a segnare un’intera esistenza. Molti non arrivano vivi. Altri sopravvivono soltanto per conoscere, poco dopo, l’abbandono o il canile.
E non c’è solo il dolore animale. C’è la salute pubblica. C’è la biosicurezza nazionale. Ci sono regole che vietano l’introduzione di animali privi di vaccinazione antirabbica e che non rappresentano un fastidioso formalismo burocratico, ma il presidio concreto costruito per proteggere tutti. Troppo spesso, invece, quelle regole vengono percepite come ostacoli da aggirare. Peggio ancora, certe movimentazioni illegali vengono persino romanticizzate. Ci si accalca nei parcheggi e nei terminal autostradali del Nord convinti di compiere un gesto di solidarietà, senza interrogarsi abbastanza sulla provenienza degli animali, sulle condizioni del trasporto, sugli interessi economici che alimentano quel sistema.
La compassione non può diventare complicità. E il buon cuore, quando rinuncia alla legalità e all’informazione, rischia di trasformarsi involontariamente in uno strumento del traffico illegale.
Il focolaio di Vittorio Veneto ci consegna allora una lezione severa. La rabbia non è tornata soltanto come emergenza veterinaria. È tornata come monito civile. Per ricordarci che il benessere animale non è una parola da esibire sui social o una sensibilità intermittente da attivare davanti a una fotografia commovente. È responsabilità. È conoscenza. È rispetto delle regole. E soprattutto è una scelta culturale. Perché finché continueremo a creare domanda, qualcuno continuerà a riempire furgoni.
E allora sì, la vera rabbia dovrebbe essere la nostra.
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