Il cane che la Majella sceglierebbe non vincerà mai un ring
Questo fine settimana si sceglierà il Maremmano più bello del mondo. Che la Majella non vi guardi.
Applausi, fotografie, complimenti, giudizi eccellenti e forse diventerà, per molti, il simbolo stesso della razza. Che Dio ci liberi.
Verrà osservato, ammirato e indicato come modello da perseguire.
Eppure, per quanto io possa apparire provocatorio, continuo a pensare che quel cane non sarà mai il miglior Pastore Abruzzese del mondo.
Perché la bellezza non custodisce greggi. La correttezza morfologica non legge il territorio. L’armonia delle proporzioni non produce capacità decisionale, autonomia funzionale, equilibrio motivazionale o competenza relazionale.
Da decenni il mondo cinofilo corre il rischio di confondere la rappresentazione della funzione con la funzione stessa, come se il possesso di determinati caratteri esteriori potesse automaticamente garantire l’esistenza di quei complessi processi cognitivi e comportamentali che hanno permesso a una razza di nascere, sopravvivere e svolgere il proprio compito nel corso della storia.
Il problema non è l’estetica. Il problema nasce quando l’estetica diventa l’unico linguaggio che sappiamo parlare.
Quando osserviamo un cane e sappiamo descrivere l’angolazione di una spalla ma non comprendiamo la sua capacità di leggere una minaccia. Quando sappiamo misurare un cranio ma non interpretare una scelta comportamentale o un modale. Quando sappiamo assegnare un punteggio a una struttura anatomica ma non possediamo gli strumenti per comprendere una finestra motivazionale, una strategia di coping o un processo decisionale.
La verità è che valutare un cane fermo in un ring è infinitamente più semplice che comprenderlo mentre vive. Molto più semplice che osservarlo per mesi all’interno di un gregge, o viverlo nella sua funzione e in un ambiente che la richiama. Molto più semplice che studiarne la capacità di gestione dei conflitti, la tolleranza alla frustrazione, la qualità delle decisioni autonome, la lettura del contesto, l’equilibrio tra prudenza e spinta, tra iniziativa e controllo.
Eppure è solo lì che abita la razza. Non nel pelo. Non nell’ampiezza della testa o nelle proporzioni degli assi cranio-facciali. Non nell’intensità del pigmento.
La razza vive nella funzione che ha generato quella forma.

Per questo motivo continuo a credere che il futuro della cinofilia non possa essere costruito soltanto attraverso valutazioni estetiche sempre più raffinate, ma attraverso una crescente capacità di leggere il comportamento, la cognizione e l’adattamento funzionale degli individui.
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Perché il cane più bello del mondo può certamente essere un grande cane, ma il cane che meglio incarna l’essenza della propria funzione non vincerà mai un’esposizione.
E se foste davvero interessati a preservare le razze, e non soltanto la loro immagine, è proprio quel cane che dovremmo imparare a cercare, dopo aver imparato a riconoscerlo.
Tenetevi il vostro standard. Io mi tengo il mio.

Così, mentre qualcuno proclamerà il Maremmano più bello del mondo, io continuerò a chiedermi dove si trovi quello che la Majella sceglierebbe. E sospetto che, mentre il mondo guarderà questo weekend un ring, lui stia facendo il suo lavoro da qualche altra parte.
Alessandro Junior, esperto cinofilo in area comportamentale, centri cinofili abruzzesi
Immagini di Francesco Lorusso
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