Bauscia

Educatore cinofilo e papà adottivo: “Trattiamo l’adozione dei cani come l’innesto che è”

Stefano Bresciani, educatore cinofilo in Brianza e papà adottivo, ci propone una riflessione sulla distanza tra il percorso adottivo umano e quello cinofilo. Non un atto d’accusa, ma un invito a curare meglio quell’innesto delicato che è l’arrivo di un cane in famiglia.

Adottare viene dal latino adoptare: ad più optare, cioè scegliere, desiderare. Adottare significa, alla lettera, scegliere qualcuno e volerlo con sé. Ma chiunque abbia mai fatto un innesto sa che la scelta è solo il primo passo: perché due parti vive diventino una cosa sola servono tempo, cura, condizioni giuste. Un innesto fatto in fretta non attecchisce.

Su queste pagine abbiamo già raccontato Stefano Bresciani e il suo modo di intendere il lavoro dell’educatore: a domicilio, nelle case delle famiglie della Brianza, con quella postura professionale che lui stesso chiama cinofilia sociale. Questa volta ci ha portato un tema che gli appartiene due volte: come professionista e come padre. Perché Stefano, oltre a essere educatore cinofilo, è papà adottivo di due ragazze. E la domanda che ci consegna è semplice quanto scomoda: nei percorsi adottivi cinofili, di questo innesto, ci stiamo davvero prendendo cura?

Gli lasciamo la parola.

Due mondi, una distanza

«Quando una famiglia decide di presentare domanda di adozione, parte da un presupposto che le viene spiegato subito: non esiste nessun diritto della famiglia ad avere un minore. Esiste, al contrario, il diritto dei minori — presenti sul territorio nazionale o internazionale — a vivere in una famiglia.

È per questo che, subito dopo la presentazione della domanda, il tribunale invia i genitori a frequentare un lungo corso insieme ad altre coppie, all’interno dei servizi territoriali. Un corso che si affronta senza alcuna certezza che il percorso adottivo si concretizzerà. Ci si prepara comunque, perché se un giorno arriverà un abbinamento con un minore, quella famiglia dovrà essere pronta ad accoglierlo. Seguiranno poi numerosi incontri con i tribunali, con i servizi sociali, con le figure preposte a valutare l’abbinabilità. E quando finalmente un minore entra in una casa, passa un anno in affidamento temporaneo prima che l’adozione diventi definitiva.

Io questo percorso l’ho vissuto in prima persona. E lavorando in ambito cinofilo, collaborando in diversi percorsi adottivi, mi sono reso conto della grande discrepanza che esiste tra l’adozione in umana e l’adozione in cinofilia.

Sia chiaro: in una scala di valori e di priorità sociali, l’adozione di un minore ha tutt’altro peso rispetto all’ambito cinofilo. Non è questo il punto. Il punto è un paradosso che osservo da anni: in cinofilia inseriamo continuamente aspetti umanizzanti e antropomorfizzanti nei percorsi — spesso inutili, a volte deleteri — mentre gli elementi del mondo dell’adozione umana che potrebbero davvero essere di stimolo, di riflessione e di esempio non vengono minimamente presi in considerazione.

Storie che conosciamo tutti

Quante volte ci è capitato di sentire racconti di famiglie che hanno preso un cane direttamente da un annuncio su Facebook, e se lo sono visto arrivare con una staffetta senza avere mai avuto la possibilità di incontrarlo, né di costruire una relazione di preparazione all’adozione?

Quante volte abbiamo ascoltato storie di famiglie uscite dal canile con un cane il giorno stesso della visita, con una conoscenza minima da parte dei tecnici di chi fosse quella famiglia, e senza il minimo legame creato con il cane?

Quante volte abbiamo visto associazioni omettere elementi di criticità sulla situazione specifica di un cane, nel comprensibile tentativo di farlo uscire da un box, con il risultato però di vederlo rientrare dopo due o tre giorni, portandosi dietro tutta la frustrazione di un inserimento fallito?

Mi domando come si possa, molte volte, usare la parola adozione in ambito cinofilo per percorsi che non hanno niente a che vedere con una reale preparazione. Né per il cane, che andrebbe aiutato ad aumentare il proprio indice di adottabilità. Né per le famiglie, che dovranno accoglierlo dentro il proprio nucleo. Mi domando perché troppe volte ci sia la pretesa di prendere un cane, con tempi rapidissimi in cui non si è lavorato nemmeno per creare quella relazione minima di fiducia che renda l’inserimento in casa una dimensione di fattibilità.

Il paradosso economico

C’è poi un altro tema, di cui si parla poco. Un’adozione internazionale comporta per una famiglia un investimento economico molto importante, oltre a un investimento enorme di tempo e di energie. Eppure, in cinofilia, ci sentiamo in imbarazzo a consigliare un percorso di cinque lezioni per accompagnare almeno l’inserimento del cane in famiglia. Perché? Perché proporre un investimento — economico, ma prima ancora di tempo e di relazione — a chi sta per accogliere un essere vivente ci mette a disagio?

Una proposta, non un giudizio

Voglio essere chiaro: il mio non vuole essere minimamente un puntare il dito contro qualcuno. Esistono molte realtà virtuose in cinofilia che si discostano da questo racconto. E capisco benissimo le differenze peculiari tra i due mondi. Ma lavorando dentro il settore sappiamo bene quanto questa riflessione sia necessaria.

Sarebbe auspicabile — e a mio parere opportuno — incominciare a lavorare sui percorsi adottivi cinofili con protocolli precisi, che permettano accompagnamenti funzionali a tutti i soggetti coinvolti e riducano davvero al minimo i rischi di reinserimento nei canili. Percorsi che diano strumenti concreti agli adottanti: per preparare l’arrivo del cane in famiglia, per gestirne l’inserimento, per accompagnarlo nel primo periodo e per consolidare la relazione nel tempo. Percorsi che aiutino ad affrontare le carenze e i traumi che molti di questi cani si portano dietro dal loro vissuto.

È per questo che la mia scelta professionale va sempre più nella direzione di specializzarmi nell’accompagnamento delle famiglie che vogliono avvicinarsi a un percorso adottivo cinofilo. Lo faccio portando con me tutta l’esperienza sociale e personale che mi accompagna, con un obiettivo: diventare un sostegno concreto per realizzare percorsi adottivi di qualità. Perché un cane che entra in una famiglia preparata non è un cane preso. È un cane accolto.

Un aperitivo narrativo

E allora chiudo con un invito, che è anche una scommessa. Non il solito tavolo tecnico attorno al quale ognuno racconta quanto è bravo. Vorrei proporre qualcosa di più semplice e più vero: un aperitivo narrativo.

A chi si sta occupando di percorsi adottivi e pensa di aver trovato delle buone soluzioni — percorsi che tengono insieme la formazione delle famiglie, il benessere del cane e la sua tutela — propongo di trovarci davanti a un aperitivo e raccontarci le nostre esperienze. In presenza, per chi può incontrarsi sullo stesso territorio, oppure online, per non vincolare nessuno a ritagliarsi tempo che non ha.

Nessuna cattedra, nessun palco. Solo racconti di chi questo innesto prova a curarlo ogni giorno, con l’idea di migliorarsi reciprocamente ascoltando le storie degli altri. Se il tema vi tocca e avete qualcosa da raccontare, fatevi sentire: l’aperitivo lo organizziamo insieme.»

Chi è Stefano Bresciani

Educatore cinofilo e fondatore di BauScia, Stefano unisce la competenza tecnica cinofila a una lunga esperienza nel settore sociale e dell’assistenza alla persona. Lavora a domicilio sul territorio della Brianza, con un approccio che mette al centro la relazione e il contesto familiare come chiavi per il benessere del cane. Ne abbiamo raccontato la filosofia nell’intervista sulla cinofilia sociale e i progetti nel pezzo dedicato a BauScia Trip.

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