Chi era El Polaco, l’uomo dei canichones
Il pomeriggio di giovedì 27 agosto, a Santiago del Estero, nel nord dell’Argentina, Eduardo Groh Riemersma stava attraversando in moto una rotonda all’incrocio tra avenida Alsina e Ramón Gómez Cornet. Ha perso il controllo del mezzo ed è caduto sull’asfalto. È arrivato all’ospedale regionale già senza vita. Aveva 49 anni, e per quasi vent’anni era stato il volto più conosciuto del volontariato animalista della provincia.
Lo chiamavano El Polaco. Nel 2006 aveva fondato El Montecito de los Canichones, un rifugio nato prima a Bandera, la sua città, e poi trasferito su un terreno lungo la Ruta 16, nel dipartimento di La Banda. La parola canichones era sua: la usava per indicare i cani randagi, e da lì è arrivato anche il nome del rifugio.

Questa storia è arrivata in redazione grazie alla segnalazione di un lettore, Domenico, che seguiva El Polaco sui social e che quella parte di Argentina l’ha attraversata di persona durante un viaggio, passando anche per Santiago del Estero: una terra durissima, tra le più calde e secche del nord del paese, dove il numero di cani che vivono per strada non somiglia a nulla di quello che siamo abituati a vedere qui. Senza quel messaggio, con ogni probabilità non ne avremmo mai saputo nulla, e il motivo per cui abbiamo deciso di raccontarla ha poco a che vedere con la cronaca di un incidente.
Come era cominciata
L’origine di tutto è un dolore privato. Dopo la morte della sua cagna, una dogo argentino, il suocero gli regalò un cane recuperato dalla strada. Raccontava che quel gesto avesse segnato un prima e un dopo. Fino a quel momento, diceva, era una persona concentrata solo sul lavoro, con i paraocchi; da lì aveva iniziato a guardarsi intorno e a chiedersi da dove arrivassero gli animali che incontrava.

C’era stato anche un episodio precedente, che aveva segnato la sua vita in modo altrettanto profondo. Da studente era stato investito all’uscita di un locale, era rimasto in coma, aveva avuto due infarti e gli era servito quasi un anno per tornare a camminare. Dopo quell’esperienza aveva cercato un modo di dare un senso diverso a quello che gli era capitato, e lo aveva trovato nella cura degli animali.
Aveva iniziato Ingegneria forestale all’Università Nazionale di Santiago del Estero senza arrivare alla laurea, aveva passato un periodo in Germania, poi era tornato e il rifugio era diventato il centro della sua vita.
Un rifugio costruito su una persona sola
Con gli anni El Montecito è cresciuto fino a diventare un punto di riferimento per tutta la provincia, accogliendo animali che difficilmente avrebbero trovato una collocazione altrove: cani anziani, ciechi, sordi, con problemi di mobilità. Le cifre riportate dalla stampa argentina oscillano parecchio, da oltre quattrocento animali a più di seicento a seconda delle fonti e dei periodi, ma l’ordine di grandezza è quello: diverse centinaia di animali da mantenere ogni giorno, senza domeniche e senza festivi.
Il sostegno arrivava da una rete molto ampia di madrine e padrini in Argentina e all’estero, che secondo i dati diffusi dall’organizzazione stessa avrebbe raggiunto le centomila persone, oltre che dagli incontri, dai corsi e dai laboratori di sensibilizzazione sul maltrattamento degli animali che lui stesso teneva nelle scuole del capoluogo e di La Banda.
Riemersma non si limitava a dirigere. Gestiva le donazioni, comprava il cibo, portava gli animali dal veterinario, seguiva le terapie, si occupava della manutenzione del terreno e della costruzione dei ricoveri. Nell’ultimo video pubblicato poche ore prima dell’incidente si vedeva mentre portava un gruppo di cani dalla toelettatura, con la promessa di mostrare il risultato. Il giorno precedente aveva distribuito ad altri rifugi del capoluogo alcuni bancali di crocchette ricevuti da un donatore anonimo, e aveva raccolto per strada l’ultima cagna che avrebbe salvato, chiamata Martina.
Quello che succede adesso
La sua morte ha aperto immediatamente una domanda pratica, che tra i volontari animalisti della provincia è arrivata prima ancora del lutto: chi si occupa di tutto questo.
Sul piano formale il rifugio regge. El Montecito è costituito in associazione, ha ottenuto il riconoscimento giuridico provinciale nel 2017 e dispone di un proprio codice fiscale, quindi è un ente indipendente da chi lo ha fondato: continua a esistere, può proseguire le attività, ricevere donazioni, amministrare i propri beni. Una delle avvocate che aveva lavorato con lui nelle cause per maltrattamento di animali ha spiegato che ci sono altre persone legate al consiglio direttivo pronte ad assumersi le responsabilità necessarie.
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La parte difficile è tutto il resto. Il lavoro quotidiano che una persona sola teneva insieme per abitudine e memoria non si trasferisce con un verbale di assemblea, e la priorità immediata è garantire cibo e cure agli animali mentre si ricostruisce un quadro delle risorse disponibili, dei debiti e degli impegni presi.
Nei giorni successivi è arrivata anche la conferma di quanto sia fragile un passaggio del genere. La segretaria dell’associazione, Florencia Carol, ha diffuso un comunicato per avvisare che i conti collegati al rifugio erano bloccati e che erano comparse raccolte fondi di terzi che usavano il nome dell’organizzazione senza averne titolo, chiedendo prudenza a chi voleva aiutare finché non fosse stato attivato un canale ufficiale e trasparente.
Il punto di vista di Dogsportal
Questa storia arriva da diecimila chilometri di distanza, da una delle province più calde e più povere del nord argentino, dove il randagismo ha dimensioni che in Italia fatichiamo a immaginare, e proprio per questo si presta a essere letta senza che nessuno si senta chiamato in causa.
Il nodo però ci riguarda da vicino. Esistono anche da noi realtà tenute in piedi da una o due persone, con la raccolta fondi legata al loro profilo social e alla loro riconoscibilità personale, senza deleghe operative, senza una seconda linea formata, senza una risposta pronta alla domanda più semplice e più sgradevole di tutte: cosa succede se domani quella persona non c’è più.
La generosità individuale è quello che tiene in vita moltissimi rifugi, e non è in discussione. La generosità individuale, però, non è una struttura, e quando diventa l’unica struttura disponibile mette a rischio proprio gli animali che voleva proteggere. Costruire un secondo livello operativo, distribuire firme e accessi, tenere aggiornati i registri dell’associazione, formare qualcuno che sappia dove sono le cartelle cliniche e con quale veterinario si lavora sono attività noiose, invisibili e prive di qualsiasi ritorno emotivo. Sono anche l’unica cosa che permette a un progetto di sopravvivere alla persona che lo ha immaginato.
El Polaco ha lasciato diverse centinaia di animali vivi che senza di lui non lo sarebbero. Il modo migliore di raccontarlo non è ripetere che era insostituibile, cosa vera e allo stesso tempo inutile, quanto chiedersi come si fa perché la prossima volta qualcuno lo sia un po’ meno.
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