Abbattimento dei lupi: un’inutile crudeltà che serve alla peggiore politica
In questi giorni, il Governo ha fissato le “quote di prelievo” dei lupi, cioè il numero di uccisioni autorizzate per ciascuna Regione italiana. Una notizia pessima ma attesa, visto che il dibattito ufficiale sulla questione lo gestisce spesso gente che quando sente la parola scienza “mette mano al revolver” (cit.).
E a sottolineare il livello ci pensa, tra i tanti, anche Flavio Tosi, ex sindaco di Verona, ex deputato leghista e attuale parlamentare europeo di Forza Italia.
In un post su FB, infatti, Tosi praticamente esulta all’idea che “finalmente” un po’ di lupi verranno ammazzati a fucilate, rivendica la cosa come un successo del partito e suo personale, lamentando anche che siano però “troppo pochi” in particolare per la sua regione, il Veneto, auspicando ulteriori allargamenti della condanna a morte per questi animali, rei di esistere.
Al di là del disgusto personale per come un rappresentante del popolo italiano, lautamente stipendiato con soldi anche miei, riesca a esprimere gioia per una scelta di morte che la scienza ritiene non solo inutile ma spesso controproducente applicata a una creatura senziente di grandissimo valore sotto ogni aspetto, ci sono altre e più gravi considerazioni da fare.
Il lupo, in Italia, è diventato un’arma di distrazione di massa, un bersaglio su cui indirizzare l’attenzione e persino l’odio di milioni di persone con palesi limiti culturali e spesso anche intellettivi, così che non si accorgano dei reali problemi di questo povero Paese, dalla sanità distrutta ai salari tra i più bassi d’Europa, dal degrado delle città ai tentativi evidenti di stravolgere la nostra Costituzione a uso e consumo di chi governa.
Infatti, escono più articoli e post sui lupi e sulla “minaccia” che rappresenterebbero, anche se non ammazzano esseri umani, non li rapinano e neppure li stuprano, che su qualsiasi altro argomento. Non pensiate che sia un caso.
Ma la becera esultanza di chi pregusta le prime uccisioni di lupi nasconde, malamente, la vera ragione che certi personaggi hanno per gioire. Con la scelta degli abbattimenti, la scienza non viene confutata: viene saltata a piè pari. Una grande vittoria per chi costruisce il consenso su una realtà artefatta funzionale al controllo di masse ignoranti e non sui fatti.
Perché nonostante la narrazione in atto, la scienza ci dice altro. Per esempio, che il lupo è una specie sociale, strutturata in gruppi famigliari più o meno allargati, funzionali alla sopravvivenza di ciascun membro. Le uccisioni disgregano facilmente queste famiglie, aumentando la dispersione di lupi giovani o comunque solitari che, ovviamente, sono spesso propensi a cercare prede più facili, tra le quali ci sono animali d’allevamento, cani e gatti.
E potremmo facilmente trarre vantaggio da altre esperienze, come quella svizzera, per esempio. Oltre sessanta lupi sono stati abbattuti in poco più di un anno nel cantone dei Grigioni. La promessa era che le predazioni sarebbero drasticamente calate. E infatti: sono state 187 prima prima delle uccisioni, sono diventate 186 dopo!
Un fallimento totale, eppure la Svizzera viene indicata come “esempio di gestione del lupo da seguire” da diversi politicanti, allevatori e cacciatori. Perché? Semplice: la notizia che sessanta lupi siano stati uccisi inutilmente non circola granché sui media…
Poi c’è la biologia, che nel racconto politico non entra mai. Ridurre la densità di lupi e smembrare branchi crea territori vacanti e più risorse. La risposta può essere compensatoria, secondo i meccanismi noti della biologia delle popolazioni: cucciolate più numerose, maggiore sopravvivenza giovanile, ricolonizzazione rapida.
La natura reagisce così e lo sappiamo perché è esattamente ciò che avviene da decenni con i cinghiali: ne vengono ammazzati migliaia e migliaia ogni anno, eppure la specie è in crescita! Un principio osservato in molte specie, anche se con dinamiche biologiche diverse.
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Inoltre, sarebbe utile che il pubblico sapesse che la maggior parte delle perdite di bestiame in molti contesti di allevamento tradizionale dipende da incidenti, malattie, parassiti, cadute. La quota imputabile ai lupi resta minoritaria sul totale. Ma è su quella frazione che si costruisce l’intera campagna emotiva.
C’è poi la parte forse peggiore della propaganda: cani e gatti lasciati fuori di notte in aree dove la presenza del lupo è ben nota; cani da caccia liberati in territori dove sono presenti da tempo branchi, con rischi ovvi. Poi, se vengono predati oppure uccisi per ragioni territoriali, ecco che diventano immediatamente munizioni emotive che il cinismo feroce di tanti spara per alimentare l’odio verso i lupi.
Eppure in Italia, soprattutto nell’Appennino centrale, la convivenza con il lupo è pratica storica: cani da protezione del bestiame, recinzioni specifiche, presenza umana. Funziona, ma richiede lavoro, formazione, investimenti. E soprattutto, non porta voti.
Gli abbattimenti invece sì. Sono il messaggio perfetto per chi cerca consenso rapido: si crea un “nemico” e si dà la soluzione, cioè ucciderlo. Non importa che sia spesso controproducente e da trogloditi. Importa che la narrazione funzioni.
Il lupo diventa così il bersaglio ideale. Può essere caricato di ogni significato utile al potere: invasore, minaccia, danno all’economia, simbolo dell’impossibilità di controllare la natura e della conseguente frustrazione che ne deriva per chi, e sono tanti, si sente superiore a essa, nonostante basti un modesto ciclone a spiegarci che noi umani, in realtà, non siamo superiori a nessuno.
Gli abbattimenti in arrivo, le dichiarazioni entusiaste, lo scavalcamento della scienza, il disprezzo della vita e della natura, purtroppo stanno dando ragione a un grande italiano scomparso, che così cantava già parecchi anni fa: “Forse facciamo più schifo che spavento” (G. Gaber – “Io se fossi Dio”)
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