Cani in ufficio sì, figli no: il paradosso di Palermo
In un assessorato regionale a Palermo i dipendenti possono portare il cane in ufficio, i figli no. Un caso che racconta bene come in Italia si interpreta il dog friendly.
Negli uffici dell’assessorato regionale al Territorio e Ambiente, a Palermo, un cane può entrare e restare accanto alla scrivania per tutta la giornata di lavoro. Un bambino no, se non in via eccezionale e previa richiesta scritta, con congruo anticipo, autorizzata dal dirigente generale. A metterlo nero su bianco è stata Repubblica Palermo, in un articolo di Marta Occhipinti che ha affiancato le due regole facendone emergere il paradosso.
Il regolamento sugli animali risale al 2 aprile 2025 e porta la firma dell’assessora Giusi Savarino. Il comunicato diffuso dalla Regione Siciliana ne elenca le condizioni: ingresso consentito a un massimo di dieci animali d’affezione, nessun limite di taglia, obbligo di microchip e vaccinazioni in regola, autorizzazione del dirigente quando si lavora accanto ad altri colleghi, museruola e guinzaglio sempre al seguito, responsabilità piena per eventuali danni a cose o persone, obbligo di allontanare l’animale se con il suo comportamento, per esempio abbaiando, disturba il lavoro degli altri. Nello stesso comunicato la Regione rivendicava di essere tra le prime amministrazioni regionali a muoversi in questa direzione, sulla scia del Senato, motivando la scelta con la riduzione dello stress dei dipendenti e l’aumento della produttività.
Su quella motivazione mi fermo, perché è lì che si capisce tutto quello che da anni cerchiamo di spiegare. Il cane entra in ufficio per i benefici che produce sulle persone e sull’organizzazione del lavoro; il suo benessere compare di rimbalzo, nella formula del trauma del distacco evitato, che poi è un modo elegante per dire che sta meglio se non resta solo a casa. Cosa che, tra l’altro, non è automaticamente vera, perché dipende da quel cane, da quell’ufficio, da quella giornata.
Noi su Dogsportal lo ripetiamo da tempo. Quando si parla di dog friendly si parla quasi sempre dal punto di vista umano, dei vantaggi che l’animale porta negli spazi condivisi, e quasi mai del contrario, cioè se quegli spazi siano adeguati a un cane. Un ufficio pubblico ha orari rigidi, luci artificiali, telefoni che squillano, porte che sbattono, sportelli, code, persone che entrano ed escono, colleghi che passano e allungano una mano sulla testa senza chiedere niente a nessuno. Otto ore di stimoli continui, senza una zona di decompressione, senza la possibilità di allontanarsi, senza uscite programmate, non garantiscono al cane nessun guadagno, e possono tranquillamente produrre il contrario.
Non siamo i soli ad averlo notato: già all’uscita del regolamento, Fanpage osservava che alcuni di quei passaggi avrebbero richiesto una riflessione più profonda proprio sul benessere degli animali coinvolti, a partire dal numero fissato per decreto. Del resto il testo, letto dal punto di vista dell’animale, dice una cosa sola con molta chiarezza: sei ammesso finché non ti fai notare. Devi stare, non devi sporcare, non devi disturbare, e se abbai, cioè se comunichi nell’unico modo che hai a disposizione, ti porto fuori. Non c’è una riga su spazi dedicati, orari di pausa, criteri di idoneità che tengano conto del singolo soggetto, formazione minima di chi vive con lui e dei colleghi che condividono la stanza. La responsabilità è tutta scaricata sulla persona, la tolleranza è condizionata al silenzio dell’animale, il benessere si dà per scontato.
Un cane non è un soprammobile
Qualcuno risponderà che il paragone con i figli non regge, perché l’ufficio non è un contesto adatto a un bambino: disturberebbe, richiederebbe attenzione continua, avrebbe bisogno di una gestione che sul luogo di lavoro non si può garantire. È esattamente il punto. Tutto quello che si dice del bambino vale identico per il cane, che disturba, che va gestito, che ha bisogno di attenzione, uscite, riposo, prevedibilità. La differenza sta nel riconoscimento, non nei fatti: il bambino lo consideriamo un soggetto con esigenze proprie, e proprio per questo lo teniamo fuori; il cane lo consideriamo un oggetto, qualcosa che può stare sotto la scrivania otto ore lasciandosi accarezzare e interrompere da chiunque passi, e proprio per questo lo facciamo entrare.
Bisogna uscire da questa logica, che è altamente ipocrita. Un cane che passa un turno intero sotto una scrivania sta gestendo rumori, odori, contatti non richiesti e la tensione di chi gli sta intorno, spesso senza avere alcun modo di sottrarsi. Trattarlo come arredo emotivo dell’open space significa averlo ammesso senza nemmeno immaginare che possa avere delle necessità.
La questione dei figli, allora, non resta una battuta polemica ma diventa la prova del nove. Un’amministrazione che considera la conciliazione tra vita privata e lavoro un valore la applica alle persone che ha davanti, con la flessibilità oraria, con lo smart working, con soluzioni per chi ha figli piccoli e una scuola che chiude prima dell’ufficio. Se invece apre ai cani e nello stesso tempo trasforma l’ingresso di un bambino in una pratica da autorizzare per iscritto con anticipo, come racconta Repubblica Palermo, allora siamo davanti a un’operazione di comunicazione, non a una politica di welfare. Il welfare costa, richiede riorganizzazione, contratti, turni, responsabilità; la misura dog friendly, così com’è scritta, costa zero, non modifica nulla dell’organizzazione del lavoro e restituisce in cambio un titolo di giornale, una rivendicazione di primato, un’immagine moderna e affettuosa dell’ente.
Che quel provvedimento fosse soprattutto un’operazione di racconto lo aveva colto subito anche chi ne ha misurato la distanza dalla realtà da tutt’altra posizione. Pochi giorni dopo la firma l’Ansa riportava la presa di posizione di Antonio Firullo, presidente dell’Associazione turistica balneare siciliana, che pur condividendo l’iniziativa ricordava come sulle spiagge dell’isola l’accesso ai cani restasse severamente vietato. Su quella linea la Regione ha poi continuato a costruire, con il decreto dell’ottobre 2025 che ha aperto ai cani al guinzaglio in alcune aree naturali protette, presentato dalla stessa assessora, come riferiva La Sicilia, in continuità esplicita con il regolamento sugli uffici.
Intanto, fuori da quegli uffici
C’è poi il contesto in cui tutto questo accade, e che lo rende ancora più stonato. La Sicilia convive da decenni con un problema di randagismo conclamato, documentato, mai risolto, e la provincia di Palermo ne è uno dei fronti più esposti. Balarm, riprendendo le stime disponibili, parla di una popolazione compresa tra i sessantamila e i settantamila cani randagi sull’isola, con un costo medio di mantenimento in canile intorno ai millenovecento euro all’anno per animale. Il quadro nazionale lo ha fotografato il quindicesimo rapporto Animali in Città di Legambiente, presentato a luglio 2026 con un titolo che è già una sentenza, dedicato al costo dell’inazione: il randagismo si radica proprio dove i Comuni versano in crisi finanziaria certificata dalla Corte dei conti, e la Sicilia compare tra le regioni in cui il fenomeno raggiunge i livelli più alti. I numeri che Il Fatto Quotidiano ha ripreso dal Comitato promotore per una nuova legge sul randagismo completano il disegno: nel 2024, a fronte di quasi venticinquemila cani entrati nei canili sanitari siciliani, le sterilizzazioni sono state poco più di ottomila. Un rapporto simile spiega da solo perché le strutture continuino a riempirsi, perché la spesa pubblica resti altissima e perché nulla si muova.
Si può obiettare che il randagismo non sia materia dell’assessorato al Territorio, e formalmente è corretto, visto che le competenze si dividono tra sanità, autonomie locali e Comuni. Il governo regionale però è lo stesso, la narrazione pubblica è la stessa, e chi legge non distingue tra dipartimenti: legge che la Sicilia si presenta come amministrazione attenta ai cani mentre migliaia di cani, in quella stessa regione, vivono in strada o passano anni interi in un box senza uscirne. Un microchip mancante, una cucciolata non controllata, un piano di sterilizzazioni che non parte pesano sulla vita reale degli animali molto più di dieci cani ammessi tra le scrivanie di un assessorato.
Va detto con altrettanta chiarezza che non stiamo attaccando la Sicilia, e nemmeno Palermo. Quel territorio ha criticità enormi e spesso storiche, che non nascono oggi e che non dipendono da un singolo assessorato o da una singola giunta, e lì dentro ci sono associazioni, volontari e professionisti che lavorano in condizioni difficilissime. Scaricare su una regione un problema che è di tutto il Paese sarebbe comodo, e pure un po’ vigliacco. Quello che critichiamo è la modalità con cui si interpreta questa esigenza, e quella modalità la troviamo ovunque in Italia, al nord come al sud, nei comuni piccoli e nelle grandi città, nel pubblico e nel privato, in contesti diversissimi tra loro ma con lo stesso identico schema: si annuncia l’apertura al cane come atto di civiltà, si comunica il beneficio che l’animale produce sulle persone, e non si spende una parola su cosa serve al cane per stare bene in quello spazio. Palermo oggi è l’esempio più nitido perché il contrasto con la regola sui figli lo rende evidente a chiunque, però il problema non è siciliano, è culturale.
Facciamoci qualche domanda.
Nessuno qui sta dicendo che i cani non debbano entrare negli uffici. Portarli dentro senza chiedersi se quel luogo sia adatto a loro, però, non è progresso: è marketing istituzionale. Una policy seria parte da domande noiose e concrete, quanti cani in quale metratura, quali spazi di riposo, quali percorsi di uscita, quali orari, chi valuta l’idoneità del singolo animale, cosa succede ai colleghi allergici o in difficoltà, come si gestisce un conflitto tra due cani nello stesso corridoio, come si forma chi condivide quello spazio. Sono le stesse domande che dovrebbero accompagnare ogni annuncio dog friendly, dai locali ai comuni alle aziende, e che quasi nessuno si pone. Finché il cane resterà uno strumento di benessere altrui, un antistress a costo zero da mettere accanto alla fotocopiatrice, il dog friendly resterà un’etichetta; il giorno in cui quelle stesse amministrazioni si chiederanno se il cane, in quel posto e a quelle condizioni, ci stia bene davvero, avremo un punto di partenza diverso.
Visto che siamo in tema di aperture, ne lanciamo una nostra, e la diciamo per quello che è, cioè una provocazione. Se il criterio fosse davvero il benessere animale e non quello di chi sta alla scrivania, negli uffici pubblici non dovrebbero entrare i cani già accuditi, con la cuccia calda che li aspetta a casa, ma i cani che di quel benessere hanno bisogno: i randagi, quelli che vivono in strada o che aspettano da anni dentro un box un’adozione che non arriva. Sappiamo perfettamente che applicata alla lettera sarebbe impraticabile, e sappiamo anche perché, dato che un cane che viene dalla strada o da un canile ha bisogno di percorsi, tempi, competenze e figure professionali che un ufficio non può garantire, e infilarlo in un open space sarebbe esattamente l’errore che stiamo criticando in tutto questo articolo. Il punto però resta lì a disturbare. Se la pubblica amministrazione volesse legare il proprio nome al benessere animale avrebbe a disposizione un’associazione utile e concreta, fatta di giornate di adozione negli spazi comunali, sportelli informativi, convenzioni con i canili del territorio, progetti che portino i cittadini dentro quelle strutture invece di portare dieci cani sotto una scrivania. Meno fotogenico, molto più faticoso, e capace di cambiare la vita a qualcuno.
Un’ultima cosa. Questa è una posizione che portiamo avanti da tempo, al di là dei fatti raccontati dai giornali in questi giorni: la vicenda dell’assessorato regionale è l’occasione per dirla, non il bersaglio. Restiamo quindi disponibili ad approfondire l’argomento con l’assessorato, con la Regione, con il Comune di Palermo, con qualsiasi altra amministrazione italiana e con chiunque si senta toccato da questa critica e ritenga che le cose stiano diversamente. Se esistono valutazioni sul benessere degli animali che non compaiono nei documenti pubblici, se c’è un lavoro fatto a monte sugli spazi, sui tempi e sull’idoneità dei singoli cani, siamo i primi a volerlo raccontare. Lo spazio su Dogsportal c’è, e chi vuole usarlo per spiegarci che non è così lo trova aperto.
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