Un animale al posto di un figlio? Usa 40%, Italia 28%
Il 40% degli americani sceglierebbe un animale a un figlio, in Italia il 28% lo ritiene possibile: i numeri raccontano attaccamento più che rinuncia
Nei giorni scorsi ha fatto il giro dei media un dato che si presta benissimo a un titolo: quattro americani su dieci sceglierebbero un animale al posto di un figlio. Sembra la notizia che spiega la denatalità, la prova di una società che ha spostato l’affetto sui propri animali; andando a leggere il sondaggio originale, però, il quadro è più sfumato e, per certi versi, molto più interessante.
La ricerca si intitola The State of Pets 2026 ed è stata realizzata da The Harris Poll online, tra il 24 e il 26 aprile 2026, su 2.070 adulti statunitensi, di cui 1.625 vivono con almeno un animale. Alla domanda su cosa preferirebbero avere in futuro, dovendo scegliere, il 40% ha risposto un animale e il 21% un figlio, ma il 39% ha risposto entrambi, dato che nei titoli è quasi scomparso e che racconta una realtà molto meno polarizzata di quella che sembra. Tra i motivi proposti nel questionario, il più indicato (45%) è non sentirsi nella fase della vita giusta per occuparsi di un bambino, seguito dalla maggiore facilità di gestione degli animali (35%), dal minore peso economico (32%) e dalla minore responsabilità (28%); il 24% dichiara di preferire restare senza figli per scelta.
Il sondaggio fotografa poi un legame affettivo fortissimo: l’83% di chi vive con un animale dice che è come un figlio, il 55% di Millennial e Gen Z ha considerato di costruire la propria vita solo intorno agli animali e il 54% lascerebbe loro l’eredità, se potesse. Sono numeri che parlano di attaccamento, molto più che di una rinuncia dichiarata alla genitorialità, e lo conferma un secondo sondaggio, quello di Rover (Pollfish, febbraio 2026, mille umani di riferimento statunitensi): il 50% della Gen Z e il 48% dei Millennial ritiene che un animale possa essere una buona prova generale prima di avere un figlio, contro il 28% dei Baby Boomer. Per una parte consistente delle nuove generazioni, quindi, l’animale non sostituisce il figlio, arriva prima e, in qualche caso, diventa un passaggio.
In Italia i numeri vanno nella stessa direzione, con qualche distinguo. Secondo l’Osservatorio Unipol realizzato da Ipsos nel 2024, il 56% degli italiani vive con almeno un animale e il 79% di chi lo fa lo considera a tutti gli effetti un membro della famiglia (l’85% tra i Millennial). Il 28% degli intervistati ritiene che un animale possa sostituire un figlio, con il 37% tra i Millennial, il 36% nella Gen Z e solo il 13% tra i Baby Boomer; contemporaneamente, il 75% degli italiani non vede alcun legame tra la denatalità e la presenza degli animali in casa. Anche i dati sulle famiglie vanno letti con attenzione: secondo il Rapporto Assalco-Zoomark 2026 convive con un animale il 66,7% delle famiglie con bambini, contro il 54,5% del totale delle famiglie, e nel rapporto Eurispes 2026 le tipologie in cui gli animali sono più presenti sono i monogenitori con figli (37,5%) e le coppie con figli (36,1%). Chi ha figli, in altre parole, è tra le persone che più spesso vivono anche con un animale, e già questo basta a mettere in discussione l’idea che i due mondi siano in competizione. Va detto, per onestà con chi legge, che le percentuali di diffusione cambiano molto da una fonte all’altra (dal 33,7% di Eurispes al 54,5% di Assalco, fino al 56% di Unipol e Ipsos), perché sono diversi i campioni, le domande e le definizioni; è un buon motivo per non usare una singola cifra come sentenza.
C’è poi il capitolo che a noi sta più a cuore, cioè cosa succede al cane quando il legame diventa proiezione. Una revisione pubblicata nel 2021 sulla rivista Animals (Mota-Rojas e colleghi, con il contributo di ricercatori dell’Università di Pisa) ha raccolto la letteratura sull’antropomorfismo e sui suoi effetti sul benessere degli animali da compagnia: un’interazione molto intensa, che attribuisce agli animali esigenze e aspettative umane, può favorire un attaccamento problematico e associarsi ad aggressività, paura e sindrome da ansia da separazione, oltre a errori di gestione come l’alimentazione impropria e l’obesità. Sul fronte della ciotola, un’indagine promossa da Dog Food Advisor riporta che il 56% di chi vive con un cane ritiene che la dieta debba ricalcare fedelmente quella umana; il veterinario Vittorio Saettone, Head of R&D&QA di Schesir, ricorda che non conta solo l’affetto che mettiamo nella preparazione, ma il rispetto dell’identità biologica dell’animale.
Il nostro punto di vista, come Dogsportal, parte da qui. Dire che il cane è un membro della famiglia, come fa la stragrande maggioranza degli italiani, non è il problema; lo diventa quando “membro della famiglia” scivola in “figlio a quattro zampe” e, con il figlio, arrivano le aspettative, i bisogni e le regole di una specie che non è la sua. Il legame è una risorsa, ma resta una risorsa solo se chi vive con il cane conosce e rispetta il suo comportamento, il suo linguaggio e le sue esigenze. Sull’umanizzazione ci siamo già espressi più volte, e chi vuole approfondire può leggere L’umanizzazione degli animali domestici e la denatalità: che gran confusione, Animali domestici, denatalità e supporto genitoriale: orribile semplificazione e Umanizzare o non umanizzare? Questo è il problema?.
Per il quadro italiano completo, con i numeri di chi vive con un cane oggi, c’è il nostro approfondimento sul Rapporto Assalco-Zoomark 2026; sul tema del riconoscimento, abbiamo raccontato i numeri di uno studio sulle quattro zampe in famiglia, mentre sul concetto stesso di famiglia multispecie ci siamo già confrontati.
Fonti: The Harris Poll (The State of Pets 2026), Rover, Osservatorio Unipol e Ipsos, Assalco-Zoomark, Eurispes, rivista Animals (MDPI), Dog Food Advisor, Sky TG24, Anmvi Oggi, Tgcom24
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