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Coesistenza con il lupo in Puglia. Intervista al professor Antonio Camarda

Antonio Camarda, professore ordinario del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e responsabile sanitario dell’Osservatorio Faunistico Regionale della Puglia, è stato il responsabile scientifico di uno dei progetti che ha fatto scuola in Puglia sulla coesistenza con i lupi.

Il lupo è tornato a popolare molti territori da cui era scomparso, compresa la Puglia. Una presenza che racconta il successo delle politiche di tutela e che, allo stesso tempo, riapre il confronto su come conciliare la conservazione della specie con le attività zootecniche. Il tema è di grande attualità, è infatti di pochi giorni fa la notizia dell’approvazione da parte del Senato del declassamento dello status di protezione del lupo. In questo scenario diventano centrali gli strumenti di prevenzione delle predazioni, tra cui l’uso dei cani da guardiania. Di queste strategie e di un progetto che ha fatto scuola sulla coesistenza con il lupo, realizzato in Puglia tra il 2021 e il 2022, parliamo con Antonio Camarda, professore ordinario di Patologia Aviare del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e responsabile sanitario dell’Osservatorio Faunistico Regionale della Puglia.

Di cosa si è occupato il progetto Tutela della zootecnia dalle aggressioni da carnivori selvatici?

È stato un progetto finanziato dalla Regione Puglia e, in particolare, dall’Assessorato all’Agricoltura, svolto tra il 2021 e il 2022. L’obiettivo era tentare di ridurre l’impatto del luposulle attività produttive zootecniche. Per questo sono state individuate due aziende già interessate da episodi di predazione: una allevava capre e cavalli murgesi e l’altra, un’azienda regionale, si occupava dell’asino di Martina Franca. Entrambe le realtà erano in provincia di Taranto, tra Martina Franca e Crispiano, una zona vocata alla presenza del lupo in quanto ricca di boschi e di cinghiali, tutte condizioni favorevoli per le scorribande di questo canide.
La Regione Puglia ha conferito l’incarico di svolgere questo progetto al Dipartimento di Medicina Veterinaria e a me come responsabile scientifico, con la collaborazione di altri partner.

Quali sono state le diverse fasi del progetto?

Prima di tutto è stata monitorata la presenza del lupo nell’area ed è stata effettuata unamappatura dei punti critici di entrambe le aziende, ossia le zone che potevano essere dei corridoi per la predazione. Sono stati studiati gli spostamenti di lupi e cinghiali ed è stato utilizzato anche il wolf howling [una tecnica di censimento del lupo che permette di individuare soggetti singoli o nuclei famigliari sfruttando la tendenza di questi animali a ululare, N.d.R.] per cercare di capire se la popolazione di lupo fosse stanziale o si trattasse di lupi che arrivavano lì e utilizzavano quellazona unicamente per la caccia. La realizzazione di questa intera fase di osservazione, monitoraggio e contestualizzazione, con appostamenti notturni, è stata possibile anche grazie all’impegno degli studenti dei corsi di Medicina Veterinaria e di Scienze Animali. È stato un lavoro molto duro e impegnativo sul territorio. Abbiamo, inoltre, distribuito questionari negli allevamenti vicini per raccogliere quelle che erano le percezioni degli allevatori riguardo il lupo e capire se avesserosubìto anche loro predazioni. Nella seconda fase ci siamo dedicati alle aziende. Una volta individuati i punti di ingresso, ci siamo confrontati su quali fossero — quando presenti — le misure di contrasto che l’allevatore aveva introdotto per cercare di ridurre l’impatto: se ci fossero i cani e come venissero gestiti, quali tipi di recinti fossero stati installati, se il gregge fosse sottoposto a controllo durante la notte o anche durante il giorno. La terza fase è stata quella della messa in sicurezza delle aziende. È stato personalizzato il percorso, lavorando sulle tipologie di recinzione, sulla gestione del gregge da parte dei pastori e sull’utilizzo dei cani da guardiania.

In che modo i cani da guardiania sono stati inseriti in questa fase del progetto?

L’azienda che allevava capre subiva molti episodi di predazione da parte del lupo quindi, all’uso dei recinti, abbiamo affiancato i cani da guardiania, dando loro dei cuccioli e guidandoli nella corretta gestione. In questo caso, in realtà, erano già presenti dei cani, anche in un numero elevato, ma non erano alimentati correttamente e non erano stati educati e condotti nella maniera più idonea. In questo modo gli animali non proteggevano il gregge neanche di giorno. Abbiamo, quindi,introdotto dei cuccioli di pastore abruzzese nel gregge e hanno cominciato ad andare al pascolo con il pastore da piccoli, subito dopo lo svezzamento. Guidati correttamente, i cani hanno iniziato a proteggere in maniera efficace gli animali al pascolo. Grazie a tutte le buone pratiche introdotte, nell’anno successivo alle nostre attività, le due aziende non hanno registrato neanche una predazione. Ciò dimostra che un lavoro svolto correttamente è utile a determinare la mitigazione delle attività del lupo sul territorio, c’è poco da fare.

Quali sono le informazioni e le riflessioni che avete tratto durante la realizzazione delle diverse attività?

È emerso che la presenza del lupo in quelle zone era amplificata da comportamenti umani e la possibilità che predasse era legata a molteplici fattori. Il primo fattore era una cattiva gestione del territorio da parte dell’essere umano: per esempio, monitorando l’area, abbiamo notato che si incontravano a volte residui di macellazioni clandestine. Nei boschi si trovavano interiora e altri scarti e, quindi, quei luoghi risultavano fortemente attrattivi per i lupi (e anche per i cinghiali) che lì avrebbero potuto trovare del cibo. Una volta arrivati sul posto, poi, il passo verso la predazione delle capre e delle pecore era breve. L’altro fattore era la gestione delle attività e degli strumenti per contrastare la predazione da parte dei lupi. I pastori, da 50 anni ormai, erano abituati a non avere più a che fare con questi predatori, ricomparsi nelle nostre zone dopo gli anni 2000. L’abitudine a non occuparsi del lupo perché “Si è sempre fatto così” passava poi a “Mi organizzo per far fuori il predatore”, invece che a un alternativo “Mi organizzo affinché il predatore possa in qualche modo convivere con la nostra attività”. Distruggere la biodiversità invece che difendersi. Il terzo fattore è la formazione dei pastori. Molto spesso i pastori non sono locali, vengono dall’estero, da paesi che nella maggior parte dei casi non hanno una tradizione di gestione di questi animali in un territorio come il nostro. “Guardare le pecore” è un lavoro che deve essere svoltocorrettamente.
È importante, però, evidenziare che anche i pastori hanno le loro ragioni.

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Ci sono altri motivi di conflitto con il lupo sul territorio pugliese?

La gestione del lupo è un argomento complesso e andrebbe affrontato con serietà e impegno da parte di tutti gli stakeholders, tanto più che questo animale sta mostrando anche una plasticità notevole, una capacità di adattamento ad ambienti che fino a qualche anno fa si ritenevano non idonei alla sua sopravvivenza. Questa situazione sta comportando problematiche importanti anche dal punto di vista sociale. Per esempio, il lupo è sempre stato presente in provincia di Bari, ma ha iniziato da relativamente poco a interessarsi alla provincia di Lecce e ora si è adattato al Salento cambiando le sue abitudini alimentari e predatorie. In Salento non c’è il cinghiale, quindi mangia le galline. Quando non ne trova, ripiega su piccoli roditori, si nutre di vegetali, qualche volta tuberi e,purtroppo, anche di cani e gatti, che rappresentano una fonte importante di alimentazione in questo momento. Ciò, ovviamente, aumenta il conflitto tra i cittadini e il lupo.

A distanza di qualche anno, il progetto coordinato da Antonio Camarda seguita a lasciare tracce nelle attività legate alla coesistenza con i lupi in Puglia. I risultati e le esperienze maturate sul campo sono stati e continuano a essere condivisi in incontri tecnici, convegni e momenti di confronto pubblico e, in un contesto in cui la presenza di questo predatore continua a porre nuove sfide, hanno contribuito a richiamare l’attenzione su strumenti di prevenzione come i cani da guardiania e su modelli di gestione più strutturati promossi da nuove iniziative.

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Alessia Colaianni

Dottoressa di ricerca in Geomorfologia e Dinamica ambientale, sono poi approdata sulle rive della comunicazione e divulgazione scientifica. Sono diventata giornalista e, un articolo dopo l’altro, mi sono ritrovata a raccontare le storie di animali umani e non umani e dell’ambiente in cui vivono. Sul mio cammino ho incontrato lo sguardo di molti cani e questo mi ha convinta a suonare ai cancelli di Dogsportal per poter curiosare nella loro storia e nel loro comportamento insieme a voi.

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