Ridurre il numero dei lupi riduce le predazioni? Uno studio risponde “Non proprio”
Quando aumentano le predazioni sugli animali da reddito, una delle risposte più comuni che giungono è “riduciamo il numero lupi”. Meno lupi uguale meno predazioni. O no?
Uno studio recente ha indagato la cosa e le conclusioni sono decisamente interessanti, perché quando si passa dalla logica intuitiva ai dati raccolti sul campo, le cose diventano più complicate.
Pubblicato nel luglio 2026 su Conservation Science and Practice da Adrian Treves e altri dodici ricercatori, lo studio si intititola Removing wolves did not reliably prevent domestic animal losses, cioè “La rimozione dei lupi non ha prevenuto in modo affidabile le perdite di animali domestici”.
Gli autori hanno riesaminato cinque studi indipendenti condotti in Slovenia, Michigan, Slovacchia, Lettonia e sulle Alture del Golan, tutti dedicati alla stessa domanda: “uccidere i lupi serve davvero a proteggere gli animali domestici?”.
La risposta che ne è emersa è di quelle che piacciono poco a chi cerca soluzioni semplici a problemi complessi: “dipende”.
Cosa hanno confrontato
Gli autori hanno stabilito criteri di inclusione piuttosto severi, escludendo tra l’altro lavori nei quali dati o metodi non permettevano una verifica adeguata dei risultati. Sono rimasti cinque studi, realizzati in contesti molto diversi.
In Slovenia sono stati confrontati i dati nazionali dal 1996 al 2009; in Michigan gli episodi verificatisi nella Upper Peninsula tra il 1998 e il 2014; in Slovacchia i dati regionali tra il 2014 e il 2019; in Lettonia quelli nazionali dal 2004 al 2022; sulle Alture del Golan, infine, sono stati analizzati 457 eventi relativi a perdite di animali domestici e abbattimenti di lupi tra il 2013 e il 2021.
Meno lupi, meno danni?
Se l’equazione fosse così semplice, dopo aver eliminato dei lupi dovremmo osservare con una certa regolarità una diminuzione delle predazioni. Non è quello che emerge dalla ricerca.
In alcuni casi, le perdite di animali sono effettivamente diminuite, in altri non è successo praticamente nulla, in altri ancora le perdite sono aumentate. Il risultato complessivo indicato dagli autori è piuttosto netto proprio nella sua incertezza: l’effetto più comune è stato l’assenza di un effetto rilevabile e il bilancio tende verso il “nessun effetto” o verso conseguenze indesiderate.
Sulla base di questi cinque studi, insomma, l’abbattimento non può essere considerato uno strumento affidabile per ridurre le predazioni.
Attenzione però a non trasformare questa conclusione nel suo contrario, operazione nella quale il dibattito sul lupo riesce spesso benissimo:
− lo studio non dimostra che uccidere un lupo faccia necessariamente aumentare le predazioni
− dice che gli effetti delle uccisioni sono molto variabili e che l’obiettivo dichiarato, diminuire le perdite di animali domestici, non viene raggiunto con sufficiente regolarità.
E qualche volta il problema si sposta
Due dei lavori esaminati fanno emergere un fenomeno ancora più interessante. Gli studi condotti in Michigan e sulle Alture del Golan hanno rilevato quelli che i ricercatori definiscono spill-over effects (“effetti di ricaduta”): dopo l’eliminazione di alcuni lupi in una certa zona, le predazioni sono aumentate negli allevamenti di zone circostanti.
Nel Michigan, dopo gli abbattimenti è stata osservata una riduzione del rischio del 27 per cento entro 2,56 km², un aumento del 78 per cento entro 92,2 km² e nuovamente una riduzione del 28 per cento entro 144 km². Anche sulle Alture del Golan sono comparsi effetti di segno opposto, con una diminuzione del rischio in alcune condizioni e un aumento in altre.
Tradotto senza torturarci con i modelli statistici: un intervento può avere un certo effetto nel luogo in cui viene effettuato e uno opposto poco lontano. Altro che “meno lupi uguale meno predazioni”.
Il rapporto non è lineare
Per capire perché gli effetti degli abbattimenti siano così variabili bisogna partire da un punto: il rapporto tra numero di lupi e predazioni non è affatto lineare. Ridurre il primo non significa necessariamente ridurre anche le seconde.
Le variabili in gioco sono molte: il comportamento dei singoli individui, la densità e la distribuzione delle famiglie, la loro struttura sociale prima e dopo gli abbattimenti (i “branchi” possono sfaldarsi, soprattutto se vengono uccisi i capofamiglia), la vulnerabilità degli animali allevati, la disponibilità di prede selvatiche, la presenza di altri predatori e le misure di protezione adottate dagli allevatori.
Anche dire semplicemente che “è stato abbattuto un lupo” significa poco, se non sappiamo quale. Era effettivamente coinvolto nelle predazioni? Apparteneva al gruppo responsabile? Aveva un ruolo decisionale nella scelta degli obiettivi di caccia?
Gli autori sottolineano proprio la necessità di distinguere gli individui coinvolti negli attacchi al bestiame da quelli che non lo sono: cosa davvero difficile.
Per esempio in Svizzera, Paese spesso preso a modello da chi invoca abbattimenti perché le uccisioni autorizzate sono numerose, sono stati documentati casi nei quali l’animale ammazzato non era quello previsto dall’autorizzazione: nel Canton Vaud, un abbattimento rivolto a un giovane lupo ha portato invece all’uccisione di un maschio riproduttore, identificato successivamente attraverso l’analisi genetica. Episodi analoghi sono stati registrati anche nei Grigioni e nel Vallese.
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Attenti a non confondere causa ed effetto
Il punto è che causa ed effetto possono essere facilmente scambiati. Se in una zona vengono abbattuti molti lupi e si registrano anche molte predazioni, si potrebbe concludere che gli abbattimenti non abbiano funzionato o abbiano addirittura aumentato i danni. Ma le predazioni potrebbero essere state numerose già in partenza ed essere proprio il motivo per cui in quella zona sono stati abbattuti più lupi.
È quello che gli autori definiscono treatment bias (distorsione dovuta al trattamento): senza confrontare questi dati con quelli di aree simili nelle quali non si interviene, stabilire quale effetto abbiano realmente avuto gli abbattimenti diventa molto difficile.
Ci sono poi gli hotspot, allevamenti o zone dove le predazioni si ripetono per ragioni che possono dipendere dalle caratteristiche ambientali, dalla vulnerabilità degli animali o da sistemi di protezione insufficienti. Confrontare semplicemente il numero di lupi uccisi con quello degli animali predati rischia quindi di raccontare molto poco. I numeri sono oggettivi; è il significato che gli attribuiamo che qualche volta prende strade creative.
Quello che lo studio non dimostra
È un passaggio importante, soprattutto su un argomento nel quale ogni nuovo studio rischia di diventare nel giro di poche ore una bandiera da sventolare sui social. Treves e colleghi non sostengono di avere fornito la risposta definitiva. Manca ancora quello che sarebbe il metodo migliore per affrontare la questione: uno studio sperimentale randomizzato, controllato, riproducibile e con campioni sufficientemente ampi.
I cinque lavori alla base dello studio non hanno tutti la stessa robustezza e non controllano allo stesso modo le numerose variabili in gioco. Gli stessi autori riconoscono che persino esperimenti controllati potrebbero produrre risultati differenti a seconda del luogo e del momento dell’intervento. Bisogna quindi leggere questi risultati per quello che sono, senza aggiungere ciò che vorremmo trovarci dentro.
Lo studio non dimostra che qualsiasi abbattimento sia sempre inutile o provochi inevitabilmente un aumento delle predazioni. Ma rende molto difficile sostenere, dati alla mano, l’affermazione opposta: “abbattiamo un po’ di lupi e così risolviamo il problema”.
Forse conviene capire, prima di sparare
La parte più concreta del lavoro riguarda ciò che sarebbe necessario fare prima ancora di discutere su quanti lupi eliminare. In Italia, diverse Regioni stanno preparando i nuovi piani di controllo sulla base delle quote massime di uccisioni di lupi previste per ciascun territorio.
Gli autori propongono invece la creazione di team per raccogliere sistematicamente dati negli allevamenti, documentando anche le misure di protezione adottate, la presenza di prede selvatiche nell’area e soprattutto verificando quale predatore sia realmente responsabile delle perdite.
Non è un dettaglio: la morte di un animale può essere attribuita erroneamente al lupo quando invece le cause sono state altre ed è stato successivamente consumato, oppure quando la predazione è opera di un’altra specie, cani compresi (capita abbastanza spesso). Senza dati affidabili all’origine, qualsiasi valutazione successiva parte con il piede sbagliato.
Se è una scelta politica, non spacciatela per scientifica
Nelle conclusioni gli autori fanno un’osservazione particolarmente interessante. La scelta di abbattere i lupi può dipendere da considerazioni politiche ma queste non devono essere confuse con una dimostrazione scientifica dell’efficacia dell’intervento.
Se si decide di eliminare dei lupi, si può discutere di quella scelta. Se invece si afferma che vengono eliminati perché così diminuiranno le predazioni, siamo davanti a un’affermazione verificabile scientificamente. E, almeno sulla base delle evidenze selezionate da Treves e colleghi, oggi quella certezza non c’è.
Non ho mai nascosto di considerare la presenza del lupo un valore e la sua conservazione un obiettivo molto importante. Proprio per questo, sarebbe fin troppo facile usare questo studio come l’ennesima clava nella guerra tra favorevoli e contrari. Sarebbe anche un pessimo servizio al lupo stesso
Lo studio serve invece a capire che di prima di ricorrere a un intervento irreversibile come l’uccisione, è necessario pretendere prove solide che raggiunga davvero lo scopo per il quale viene proposto.
Al momento queste prove non ci sono e i dati disponibili raccontano una realtà molto meno comoda: qualche volta ridurre il numero dei lupi funziona, molte altre no e in determinate condizioni può persino peggiorare la situazione!
Non è un’informazione importante soltanto per chi vuole tutelare i lupi. Lo è soprattutto per chi vuole proteggere davvero gli animali da reddito. Perché se l’obiettivo è quello, la domanda giusta non dovrebbe essere “quanti lupi possiamo abbattere?”, ma “quali misure riducono realmente le predazioni?”.
Il lupo può “piacere” oppure no. I dati, per fortuna, non sono tenuti a fare altrettanto.
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