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Comunicazione digitale, odio online e medicina veterinaria: l’intervista a Giulia Corsini

Negli ultimi mesi il mondo veterinario è finito al centro di un’esposizione mediatica inedita e spesso brutale. Social network, creator digitali e piattaforme di monetizzazione hanno trasformato singoli casi clinici in narrazioni pubbliche ad alto impatto emotivo, mettendo in discussione non solo il lavoro dei professionisti, ma anche i confini tra informazione, spettacolarizzazione e responsabilità.

Per i lettori di Dogsportal.it abbiamo deciso di dedicare un articolo-intervista a Giulia Corsini, medico veterinario, che negli ultimi mesi si è trovata coinvolta in prima persona in una vicenda diventata simbolo di un problema più ampio: l’asimmetria comunicativa tra influencer e professionisti sanitari, e la difficoltà per questi ultimi di difendersi pubblicamente senza violare regole deontologiche, privacy e segreto professionale.

Quella che segue è l’intervista integrale, senza alcuna modifica alle domande e alle risposte, perché riteniamo che il valore di questo confronto stia proprio nella precisione dei concetti espressi e nella chiarezza delle posizioni.


Intervista a Giulia Corsini – medico veterinario

Negli ultimi mesi sei stata coinvolta in una vicenda molto discussa che ha contrapposto un influencer e una clinica veterinaria italiana. Senza entrare nel merito del singolo caso, che cosa pensi abbia fatto emergere davvero questa storia sul rapporto tra comunicazione online e medicina veterinaria?


Quella vicenda rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. La comunicazione digitale orientata all’engagement tende a semplificare, polarizzare, personalizzare e identificare un colpevole immediatamente riconoscibile, spesso alimentando al tempo stesso la promozione di prodotti o servizi. A farne le spese sono i medici veterinari e gli altri professionisti sanitari, vincolati al segreto professionale e chiamati a gestire la complessità clinica sulla base delle evidenze scientifiche e della probabilità biologica. Ciò significa che, da un lato, non possono rispondere pubblicamente su singoli casi senza violare doveri deontologici o semplificare eccessivamente situazioni complesse. Dall’altro, la divulgazione di informazioni scientifiche e mediche risulta intrinsecamente più difficile, perché richiede contesto, competenze interpretative e un approccio razionale che fatica a emergere in ambienti dominati dall’emotività e dalla ricerca di conflitti immediati. Gli influencer, che non hanno obblighi equivalenti, possono esporre casi clinici in modo parziale o tecnicamente scorretto, generando narrazioni distorte che trovano terreno fertile nelle dinamiche dei social network.

Questa situazione ha aperto un dibattito che in realtà non è nuovo. Già nel 2019 si parlava di odio digitale verso i professionisti sanitari. Secondo te perché oggi questo tema esplode con così tanta forza, soprattutto nel mondo veterinario?


Secondo me serve una contestualizzazione. Nel gennaio 2019 era partita una petizione intitolata “Stop all’odio contro i medici”, promossa da Consulcesi su Change.org, in risposta a spot e pubblicitari aggressivi che invitavano i cittadini a “fare causa” per presunta malasanità. La petizione chiedeva di fermare le campagne d’odio e di delegittimazione contro i medici, l’istituzione di un “Tribunale della salute” come sede di mediazione per evitare cause infondate e maggiori tutele penali per il personale sanitario, fino al riconoscimento della qualifica di pubblico ufficiale. In Senato venne poi discusso il DDL contro le aggressioni agli operatori sanitari, che poi ha portato alla legge 113/2020, con aggravanti specifiche per i reati contro il personale sanitario e la creazione dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli operatori sanitari.
La parte che vorremmo portare avanti noi è più “veterinaria” (ma se si estendesse non sarebbe un male) ed è concentrata sull’asimmetria comunicativa online. Il professionista sanitario, infatti, è vincolato da segreto professionale e deontologia. Esiste un problema reale, riconosciuto anche in sanità umana già da anni. Nel settore veterinario esplode perché l’animale è un membro della famiglia, l’evento clinico diventa una storia emotiva e alcuni creator trasformano il dolore in contenuto e il contenuto in accusa e i contenuti su animali a impatto emotivo generano molto engangement.
Da qui la parte propositiva: non basta “comunicare di più”, serve una cornice che renda possibile una difesa professionale corretta senza violare il codice deontologico, e che si inserisca nella maniera più corretta nel concetto di privacy (esistono aree grigie sugli animali in Italia). Servono anche linee guida condivise su cosa un veterinario possa dire pubblicamente in forma non identificativa (fino a che livello si può smentire affermazioni scientificamente errate, correggere protocolli presentati in modo fuorviante, chiarire che certe conclusioni non sono supportate da evidenze, spiegare i limiti del ragionamento retrospettivo) e, parallelamente, accordi operativi con le piattaforme per segnalazioni rapide, deindicizzazione di contenuti manifestamente diffamatori, policy più chiare su doxxing e campagne coordinate, e meccanismi di “right of reply” o di contestualizzazione quando si parla di salute e professioni regolamentate.

In uno dei tuoi video racconti come hai gestito un attacco di odio organizzato, una vera e propria shitstorm. Puoi spiegare quali scelte comunicative hai fatto e perché hai deciso di affrontare il conflitto in modo strategico invece che difensivo o emotivo?

Quando è iniziato l’attacco ho compiuto una scelta consapevole. Se avessi risposto entrando maggiormente nei dettagli clinici, si sarebbe scatenata una shitstorm, considerando che il personaggio in questione produce molti contenuti divisivi. Il pubblico che ha coltivato è un pubblico aggressivo e reattivo che apprezza questo genere di contenuti e lo difende ad oltranza. Questo tipo di persone è facilmente manipolabile non solo da chi venera, ma anche da chi disdegna,  e, anche quando spieghi apertamente che stai utilizzando la visibilità generata dall’engagement negativo, continuano a insultarti contribuendo a darti ulteriore visibilità. 
Credo che la visibilità fine a se stessa sia inutile. Se c’è un picco di attenzione, bisogna costruirci sopra una campagna e avanzare proposte concrete, così da smuovere i vertici o attirare l’interesse dei media, spingendo verso provvedimenti reali e migliorativi per la categoria. 

Praticamente uso l’odio su di me per fermare cercare di fermare i contenuti che fomentano odio contro la categoria. Un principio simile a quello dei vaccini: si utilizza una componente dell’agente patogeno per stimolare la produzione di anticorpi contro il patogeno stesso. 

Chi si occupa di divulgazione prima o poi si trova a gestire attacchi simili. Cosa consiglieresti a un professionista sanitario che si trova improvvisamente esposto a una valanga di commenti ostili?

Esporsi consapevolmente a una campagna d’odio online può comportare conseguenze psicologiche significative e, in alcuni casi, anche rischi concreti per la sicurezza personale. Non tutti dispongono delle stesse risorse emotive o dello stesso contesto di supporto. Nel mio caso, dal punto di vista della sicurezza vivo attualmente in un altro Paese quindi sono oggettivamente meno esposta a possibili episodi di violenza. Ma mi è capitato di affrontare dinamiche simili anche quando abitavo in Italia a causa del mio hobby legato alla demistificazione scientifica. 
Dal punto di vista emotivo un aspetto che mi rende meno vulnerabile a questo genere di attacchi è che non ho nulla da difendere sul piano della narrazione personale: sono una persona tendenzialmente soddisfatta della propria vita, sia oggi nel mio lavoro da medico veterinario d’emergenza sia in passato, quando svolgevo occupazioni più umili e non avevo molti soldi, come quando vendemmiavo e lavoravo come infermiera veterinaria.
Per me la libertà è un valore essenziale, e questo implica non cedere a pressioni o tentativi di intimidazione, quindi quando subisco cose del genere mi incazzo di più. 
Però ecco, se devo dare delle raccomandazioni, la prima è non affrontare situazioni di questo tipo in solitudine. La seconda è proteggersi, prima ancora di partire. Questo significa valutare con attenzione se e come rispondere, richiedere una consulenza legale, e documentare in modo sistematico quanto accade, così da tutelarsi adeguatamente nel caso in cui si renda necessario procedere con segnalazioni o azioni formali.

Hai spesso sottolineato il forte divario tra ciò che può fare un influencer e ciò che può fare un medico veterinario. Puoi spiegare in modo chiaro quali sono i limiti imposti dal codice deontologico e dalla tutela della privacy e perché questo crea uno squilibrio comunicativo?

Il Codice Deontologico e la normativa sulla tutela dei dati impongono il segreto professionale e la riservatezza su informazioni riconducibili al proprietario o all’animale. Questo significa che, anche quando un racconto pubblico è parziale, impreciso o tecnicamente scorretto, il veterinario che si è occupato del caso non può entrare nel merito dei fatti per smentirlo, né può “raccontare la propria versione” o mostrare i referti senza violare regole precise e incorrere in conseguenze disciplinari o legali. Il Codice Deontologico FNOVI qualifica la segretezza e la riservatezza come dovere primario e fondamentale (art. 13) e circoscrive le eccezioni ai casi previsti dalla legge. In parallelo, sul piano penalistico, la rivelazione del segreto professionale è tipizzata dall’art. 622 c.p., con eccezione della “giusta causa” o dell’obbligo di legge. Sul versante privacy, i dati del proprietario sono dati personali ai sensi del GDPR (Reg. UE 2016/679) e la disciplina italiana è contenuta nel D.Lgs. 196/2003, come modificato dal D.Lgs. 101/2018. Un influencer, invece, non è soggetto a questi vincoli e quindi controlla la narrazione. Può selezionare informazioni, mostrare immagini, formulare accuse o giudizi retrospettivi, senza dover rispondere a un Ordine professionale o a un codice deontologico, al limite risponderà in tribunale se viene denunciato, ma i tempi della giustizia sono molto lunghi e si tratta di un impegno economico. Questa asimmetria fa sì che due soggetti che parlano dello stesso evento non giochino sullo stesso piano: una persona che monetizza contenuti online utilizzando anche l’immagine del proprio cane può esprimersi abbastanza liberamente, mentre i professionisti che si sono occupati del caso devono restare in silenzio e questo silenzio obbligato li fa pure sembrare nel torto.

Quando parli di usare gli haters come leva strategica, non pensi che a lungo termine questo meccanismo possa alimentare una polarizzazione sempre più estrema? Esistono alternative concrete per affrontare questi temi senza passare sempre dal conflitto?

Quando si parla di polarizzazione si immaginano due schieramenti contrapposti che si radicalizzano a vicenda. Qui, invece, la situazione di partenza è diversa: non ci sono due schieramenti equivalenti o due versioni di un fatto, ma una sola narrazione dominante, costruita su contenuti emotivi e fuorvianti, alla quale la parte professionale non può rispondere nel merito per vincoli deontologici e di riservatezza. Per questo motivo l’uso degli attacchi come leva strategica non alimenta una polarizzazione già esistente, ma serve piuttosto a far emergere quella seconda voce che altrimenti resterebbe silenziata, sfruttando la visibilità della prima.

L’obiettivo non è mantenere il conflitto, come ho già spiegato. Al contrario, l’idea è trasformare un episodio individuale di odio in un’occasione per rendere visibili criticità sistemiche e far avanzare richieste concrete di tutela, affinché episodi simili possano essere prevenuti o sanzionati con strumenti più efficaci.

In alcuni contesti comunicativi esistono alternative per affrontare questi temi senza passare dal conflitto: per esempio il pre-bunking e l’alfabetizzazione procedurale, che permettono di non inseguire la polemica ma di impedirne proprio la nascita. Ciò richiederebbe però una copertura mediatica adeguata e una maggiore cooperazione tra professionisti sanitari e giornalisti, soprattutto quando si parla di salute pubblica e del lavoro del veterinario pubblico, per quanto concerne il controllo delle malattie infettive. In futuro credo sarà necessario sviluppare strategie concrete di “de-escalation algoritmica”: ridurre la reattività dei sistemi che premiano contenuti polarizzanti e sensazionalistici. Questo potrebbe includere strumenti che riconoscano automaticamente dinamiche di astio o manipolazione e limitino la visibilità o la monetizzazione dei canali che le alimentano. È giusto ammettere che la visibilità di questa vicenda può aver generato antipatie e reazioni contro la persona che a sua volta ha generato odio. L’odio genera odio. Se, per evitare questo, un domani l’algoritmo dovesse penalizzare anche il mio canale, per me non sarebbe un problema, anzi. Questo  perché io ho un lavoro e non vivo di polemica.

Ridurre la polarizzazione su questioni sanitarie e scientifiche è ancora possibile? Se sì, attraverso quali strumenti o modalità comunicative?
Al momento, le modalità comunicative dei social e gli algoritmi premiano l’engagement a prescindere dalla qualità dell’informazione, e le shitstorm generano molto traffico. Quando i social erano nati non era così e c’erano tante bellissime pagine come “I fucking love science”e altre di divulgazione che sono poi morte a causa degli algoritmi che favoriscono un’interazione molto attiva e contenuti simili. Se questo meccanismo non viene migliorato, non penso sia realistica un’alternativa del tutto priva di conflitto. 
In parallelo, occorre lavorare sugli strumenti culturali. Una parte del problema, in Italia, riguarda la scarsa alfabetizzazione scientifica, che ha caratteristiche peculiari: il nostro Paese presenta livelli di literacy e numeracy mediamente sotto la media OCSE e una quota non trascurabile di adulti collocati nei livelli più bassi. Secondo la penultima stima erano il 28% e adesso è cresciuta al 35%. Praticamente in Italia un adulto su tre è analfabeta funzionale.
D’altra parte, per quanto riguarda il tempo scuola (ore di istruzione previste), l’Italia risulta paradossalmente sopra la media europea, ed è uno dei Paesi con il maggior carico di compiti a casa secondo Education GPS (PISA 2022). 

Di recente si è discusso, anche a livello internazionale, dell’idea di limitare la possibilità di parlare di medicina e scienza a chi non ha titoli specifici. Dal tuo punto di vista, dove si colloca il confine tra libertà di parola e responsabilità quando si trattano temi sanitari?

Io la vedo così: capisco benissimo la tentazione di “chiudere i rubinetti” e dire che di medicina e scienza può parlare solo chi ha titoli, perché quando vedi persone senza competenze sparare certezze, vendere soluzioni miracolose o demonizzare terapie, il danno è clinico. Però quel confine, nella pratica, è molto più scivoloso di come sembra. Primo perché l’“esperto” non è una categoria monolitica cioe esistono competenze verticali, aree grigie, e temi dove perfino tra specialisti c’è dissenso legittimo. Secondo perché il diritto di parola è una cosa, l’affidabilità di ciò che dici è un’altra e quindi vietare “a monte” rischia i diventare uno strumento più politico che sanitario, e soprattutto non risolve il problema vero, che è la responsabilità per gli effetti concreti della comunicazione quando parli di salute. Per me il punto non è tanto quello di impedire alle persone di parlare, ma impedire che la disinformazione si travesta da informazione autorevole e produca comportamenti a rischio. Quindi sì, ha senso immaginare sistemi più netti: non un “patentino per parlare”, ma regole e conseguenze per chi diffonde affermazioni palesemente false o pericolose, soprattutto se lo fa in modo sistematico, monetizzato, o con strategie manipolative (diffamazione, titoli inventati, cherry picking, insinuazioni e così via). In quel caso non è più una semplice opinione, è una condotta comunicativa con impatto sanitario. Io sarei favorevole a un modello in cui le piattaforme e le istituzioni distinguono tra: discussione personale, divulgazione responsabile e “consiglio sanitario” di fatto. Se fai divulgazione, benissimo, ma devi essere trasparente su competenze e limiti, citare fonti, separare dati da interpretazioni. Se invece dai indicazioni operative e spingi la gente a scelte mediche, allora la soglia di responsabilità sale: claim verificabili, riferimenti controllabili, e sanzioni quando si superano linee rosse oggettive (fake conclamate, incitamento a non curarsi, terapie inventate, falsificazione di credenziali).Se costruisci un business o una reputazione sulla distorsione, allora è ragionevole che scattino limitazioni, fino al ban e anche delle multe.

Ti occupi molto di debunking. Pensi che sia davvero efficace o che finisca per parlare soprattutto a una bolla già consapevole, lasciando fuori chi è più esposto alla disinformazione?

Non credo che il debunking sia una bacchetta magica, però non penso nemmeno che parli solo alla “bolla già convinta”. Dipende molto da come lo fai e da che cosa consideri un risultato. Io di base il debunking lo faccio perchè mi piace, ma se voglio ottenere qualcosa lo inserisco in azioni di natura politica come questa.

Tu parli spesso di “platea silenziosa”, persone che leggono, osservano e riflettono senza intervenire nei commenti. Quanto è importante tenere a mente questa parte di pubblico, soprattutto nei momenti di maggiore esposizione e attacco?

Online si crea spesso una falsa percezione di maggioranza: chi interviene è convinto di rappresentare il “sentire comune”, ma in realtà riflette solo la parte più coinvolta emotivamente e motivata a partecipare al dibattito. La grande maggioranza osserva in silenzio e non entra nella polemica. Lo vediamo poi nella realtà offline: quando si vota o si prendono decisioni concrete, emergono risultati ben diversi rispetto all’impressione data dai social. 

In poco tempo la petizione che stai portando avanti ha acceso l’attenzione delle associazioni di settore e del mondo veterinario. Secondo te perché questa iniziativa sta funzionando e cosa ha intercettato di così urgente?

La petizione ha intercettato un’urgenza che la categoria conosce in realtà ormai da alcuni anni: la sproporzione tra la responsabilità con cui lavoriamo e la vulnerabilità con cui siamo esposti online. Il secondo motivo è la scelta di usare la shitstorm e l’engagement generato per la visibilità e portare avanti questa inziativa.

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Come è nata concretamente l’idea della petizione e perché hai scelto di rivolgerti in modo specifico ai veterinari?

Quando ho fatto il primo debunking la mia idea era solo quella di fare emergere la voce dei professionisti. Mi ha contattato quindi una collega, che mi ha raccontato di casi analoghi che ha vissuto lei. Però lei era rimasta molto colpita dal fatto che questo influencer era entrato col piede di porco in clinica, e poi aveva costruito tutta questa campagna diffamatoria online a seguito della sospensione del servizio da parte della clinica stessa. Lei non lavorava nemmeno in quella clinica, ma ciò che l’aveva colpita era il silenzio generale attorno a quanto accaduto. Quindi aveva scritto una mail a FNOVI sollevando dei punti interessanti ma non ha ricevuto granchè riscontro.
Ho pensato che i punti sollevati in quella mail fossero molto rilevanti e meritassero di essere estesi in senso generale e inseriti nella cornice normativa. L’obiettivo non era fare un’operazione sindacale di difesa della singola struttura, ma evidenziare un vulnus per tutta la categoria: la mancanza di strumenti di tutela di fronte a episodi di odio e violenza digitale.

Vivendo e lavorando nel Regno Unito, noti differenze significative rispetto all’Italia nel rapporto tra veterinari, pubblico e comunicazione? Ci sono aspetti di un sistema che potrebbero essere utili all’altro?

Sì, noto differenze molto nette. Nel Regno Unito il codice professionale del RCVS è estremamente chiaro, con poche aree grigie, e se un veterinario ha un dubbio su come comportarsi in una certa situazione può scrivere al RCVS, che ha una sezione dedicata proprio a etica e deontologia, e riceve una risposta in tempi ragionevoli. Un’altra differenza fondamentale è la chiarezza con cui viene esplicitata la responsabilità dei proprietari. Non perché il codice del RCVS disciplini direttamente i proprietari, ma perché riconosce nero su bianco che il veterinario lavora sempre entro il perimetro che il proprietario rende possibile, questa è una cosa che a mio avviso si potrebbe provare ad esportare nel codice deontologico italiano. Nel sistema britannico è definito con grande chiarezza che la responsabilità primaria per il benessere dell’animale resta sempre in capo a chi lo detiene. È il proprietario che deve garantire l’accesso alle cure, organizzare il trasporto in clinica anche nelle emergenze e creare le condizioni affinché il veterinario possa operare in modo appropriato. In Italia questa consapevolezza è ancora poco radicata: molte persone adottano un animale senza valutare concretamente l’impegno economico e decisionale che ne deriva, e tendono poi ad attribuire ai veterinari oneri che non competono loro.Un aspetto del modello britannico che potrebbe essere utile importare è proprio questa tripla combinazione: un codice chiaro, un supporto deontologico accessibile e un discorso pubblico che insiste sul fatto che la cura è una responsabilità condivisa, Tu proprietario devi dare a me veterinario professionista  i mezzi e le condizioni affinchè io possa curare il tuo animale. A questo si aggiunge la diffusione delle coperture assicurative per gli animali da compagnia e una maggiore attenzione, anche da parte del pubblico “laico”, a difendere i veterinari quando vengono attaccati ingiustamente.

Uno dei temi più delicati resta quello dei costi della medicina veterinaria, spesso percepiti come eccessivi. Come si può comunicare meglio il fatto che, almeno in Italia, non esiste un sistema sanitario nazionale veterinario e che tecnologie e competenze hanno costi reali elevati?
Ci vuole più divulgazione istituzionale sul tema. Cioe le persone comuni devono avere accesso a queste informazioni esplorando i canali ufficiali della professione.  Vero che uno dei nodi centrali è far comprendere che in Italia non esiste un sistema sanitario veterinario paragonabile al SSN umano: non c’è rimborsabilità, non c’è copertura pubblica e tutto ciò che riguarda strutture, tecnologie, formazione, farmaci e personale è interamente sostenuto dalle cliniche. Poi manca un analogo AIFA che è l’ente pubblico responsabile della determinazione del prezzo e della rimborsabilità dei medicinali da parte del SSN, quindi per i farmaci veterinari manca una negoziazione centralizzata dei prezzi. Poi il mercato dei farmaci veterinari è differente, cioè i farmaci veterinari devono essere formulati, testati e autorizzati specificamente per ciascuna specie animale, con processi di approvazione propri e costi legali di conformità e il mercato è diverso rispetto a quello umano.
Per questo i costi di un servizio veterinario non sono “sovrapprezzi”, ma la traduzione diretta del valore delle competenze e degli investimenti necessari a offrire un servizio sicuro e aggiornato. Ho scritto un articolo sui prezzi però mi sono concentrata soprattutto sugli aspetti più visibili del modello di business delle piccole e medie strutture https://co-scienza.vet/2023/12/25/perche-i-veterinari-si-fanno-pagare/ , senza entrare nel dettaglio tecnico di elementi come costi di ammortamento, margine operativo o differenze di pricing tra tipologie di strutture. Sarebbe utile farlo su canali ufficiali e dare informazioni anche sul farmaco veterinario e su tutto il resto, perché darebbe ai proprietari strumenti concreti per capire da dove nasce il prezzo di una prestazione veterinaria e perché esistono differenze tra una clinica e l’altra.

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Il burnout nei professionisti che lavorano con animali e persone è ancora poco raccontato. Quanto pesa la disinformazione e l’odio online su questo fenomeno?

Il burnout in veterinaria esisteva già prima dei social: carichi di lavoro pesanti, eutanasie, decisioni etiche difficili, conflitti economici. Mettiamo poi che su questo “terreno di base” si innesti un livello nuovo di stress: la possibilità di essere esposti a campagne d’odio, insulti pubblici, accuse di malafede o crudeltà, spesso a partire da narrazioni parziali o del tutto distorte, a cui non si può  rispondere nel merito per vincoli deontologici e di privacy.

 Il mondo animale viene spesso usato come leva emotiva per ottenere click, visualizzazioni e consenso. Che conseguenze sta avendo questa dinamica sulla relazione con gli animali domestici e sulla percezione del lavoro veterinario?

Il fatto che il mondo animale sia diventato una leva emotiva per ottenere click e consenso ha aperto la porta a dinamiche molto distorte. Da un lato ci sono persone che si improvvisano esperti senza alcuna competenza: dispensano consigli su salute, comportamento, alimentazione, uso di farmaci o rimedi “naturali” che non solo sono sbagliati, ma in alcuni casi oggettivamente pericolosi, e nel farlo squalificano gli esperti. Il problema è che questo tipo di contenuti è costruito per essere rassicurante, semplice, “amichevole” e immediatamente condivisibile, mentre la medicina veterinaria è complessa, piena di incertezze e richiede spesso di dire cose scomode.
Dall’altro lato ci sono contenuti che sfruttano direttamente la sofferenza animale come materia prima narrativa. Finti salvataggi di animali, in cui dei cuccioli o dei gattini vengono messi intenzionalmente in situazioni di pericolo, sono mezzi annegati,e poi si finge di “salvarli” per ottenere views e donazioni. La cosa paradossale è che il traffico maggiore lo generano sfruttando le persone che si ritengono amanti degli animali. 

 In passato hai raccontato di essere stata attaccata anche da frange di animalismo estremo. Che riflessione ti sei fatta sulla polarizzazione interna al mondo animalista?

Se si costruiscono contenuti che dividono il mondo in buoni assoluti e cattivi assoluti, senza informarsi e facendosi guidare dalle emozioni, tutto ciò che non si allinea a questa dicotomia viene percepito come alto  tradimento.

 Recentemente hai scritto un post molto duro contro un servizio televisivo sui collari antiparassitari, definendolo “l’ennesimo servizio di merda”. Perché hai ritenuto necessario usare toni così netti e cosa ti aspetti oggi dal giornalismo quando tratta temi scientifici e sanitari?

Nell’informazione sanitaria non basta l’indignazione, lo spettacolo facile: serve responsabilità. Criticare un farmaco o una classe di prodotti è assolutamente legittimo. Ma suggerire che le autorità regolatorie siano complici di multinazionali senza scrupoli che si arricchiscono sulla pelle degli animali, senza spiegare (e senza capire) come funzionano davvero l’autorizzazione, la farmacovigilanza e la gestione del rischio, è irresponsabile. 

 Guardando avanti, al di là dei singoli casi mediatici, cosa ti aspetti che cambi davvero, anche grazie alla petizione che stai portando avanti, e cosa speri che cambi nel rapporto tra medicina veterinaria, comunicazione e società?

In realtà concretamente non lo so. Quello che si può  fare, adesso, è spingere per un tavolo tecnico e provare a mettere sul tavolo delle proposte concrete: indicare punti critici e possibili correttivi. Poi bisognerà vedere se e quanto queste proposte andranno davvero in porto.


Una riflessione per i lettori di Dogsportal.it

Questa lunga intervista mette in luce un nodo centrale che riguarda non solo la professione veterinaria, ma il modo in cui oggi parliamo di salute, animali e competenze sui social media. Il conflitto non è tra “buoni” e “cattivi”, ma tra tempi, regole e responsabilità profondamente diverse.

Per i lettori di Dogsportal.it, crediamo che questo contributo rappresenti un’occasione importante per fermarsi, leggere con attenzione e comprendere quanto sia fragile l’equilibrio tra informazione, emozione e scienza quando il cane – o qualsiasi altro animale – diventa strumento narrativo.

Se questi temi ti interessano, su Dogsportal.it trovi altri approfondimenti dedicati alla comunicazione cinofila, al lavoro dei professionisti e al rapporto tra media, società e mondo animale.

La discussione è aperta, ma una cosa è certa: senza consapevolezza, contesto e rispetto delle competenze, il rischio è che a pagare il prezzo più alto siano sempre gli stessi – animali compresi

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Rocco Voto

Fondatore & Editore

Fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore cinofilo e nel mondo del cane, si occupa di divulgazione cinofila promuovendo un approccio basato su etica, competenza e benessere animale.

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Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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