Razze canine

Quei francesi che amavano le razze pastorali di tradizione

Come i cinofili francesi dell’Ottocento si approcciarono allo studio dei cani da pastore e alla loro conservazione

Quando il tempo era ancora dei lupi, il cane del pastore aveva un’unica funzione: salvaguardare e proteggere le greggi. È questo il cane dell’Annuncio ai Pastori che vediamo nei sontuosi libri d’ore dei signori medievali ed è questo il cane che, nell’opera Le Bon Berger, del 1379, Jehan de Brie ci descrive come un grosso e robusto mastino dalla testa grande, che deve indossare un collare con le punte per resistere agli attacchi di lupi e ladroni. L’incisione che accompagna il capitolo nell’edizione del 1542 ci mostra un cane con le orecchie pendenti.

2. Carrozza di legno di un pastore nella Beauce, inizio XX secolo (WikiCommons)

Sarà soltanto nel 1783 che François Rozier, accanto a un cane più tenace che si occupava di proteggere gli animali, ne descriverà un secondo che “raduna le greggi, le porta al suo conduttore, difende i raccolti, le vigne che i montoni devasterebbero se fosse loro permesso di vagare qua e là. Nelle regioni di aperta pianura, dove non c’è da avere paura dei lupi, il cane da pastore conosciuto è quello della Brie: è più un conduttore che un difensore degli ovini; questa razza è più piccola di quella dei mastini”. Siamo davanti alla prima fonte che attesta la presenza di un cane usato per condurre, invece che per custodire, su territorio francese. Un cane per la pianura, ormai libera dalla minaccia del lupo, e un cane per la montagna boscosa, dove ancora aveva luogo un’antica e dura convivenza.

Nonostante già Bénedict Revoil avesse dato una panoramica abbastanza ricca delle razze pastorali francesi nella sua opera Histoire et physiologique et anecdotique des chiens, del 1867, sarà sul calare del XIX secolo che una squadra di cinofili appassionati coordinati da Pierre Mégnin (sì, proprio quel Pierre Mégnin) si occuperà di fare l’ordine che gli autori precedenti non avevano mai fatto, nel tentativo di ragionare sul presente e sul destino di questo prezioso patrimonio zootecnico e culturale costituito dai cani pastorali di Francia. 


. Mercato dei cani di Cauterets, cartolina postale dei primi del XX secolo, dal libro Le Patou, l’Âme des Pyrénées di P. Cazottes, Éditions CLC, 2003

La prima esposizione cinofila di Francia si tenne al Jardin Zoologique d’Acclimatation di Parigi nel 1863, all’epoca i cani usati in pastorizia venivano registrati come “pastori” o “bovari”, senza altre specifiche particolari. Una delle prime cose che stabilì il gruppo di lavoro di Mégnin fu dividere i cani da pastore in pastori della Beauce, quelli col pelo più setoso ma corto su muso e arti, e pastori della Brie, quelli a pelo lungo e lanoso anche su muso e arti, senza tenere conto della località di provenienza: da quel momento tutti i pastori con il pelo lungo sarebbero stati Briard, anche se non provenivano necessariamente dalla regione della Brie. Dopodiché, furono individuate in tutto quattro razze, con la riserva di proseguire la ricerca e aggiornare la lista, in caso fossero emerse altre varietà. Questi primi risultati furono pubblicati nel 1893 e da quel momento, quando un pastore veniva iscritto a un’esposizione, sarebbe stata indicata anche la denominazione specifica (pastore di Brie, Pastore della Beauce, Pastore di Languedoc o della Crau, Cane delle Alpi o dei Pirenei). 

Negli anni successivi, i cinologi individuarono sul territorio altre tipologie (Pastore di Piccardia, Pastore delle Ardenne, Pstore dei Pirenei, Cane di Garrigues)e la lista completa fu pubblicata nel IV tomo di Les Chiens et Ses Races (1900), opera in quattro volumi che catalogava tutte le razze salienti dell’epoca, comprese quelle straniere, poste in un’ordinata classificazione.

E il grande cane bianco del Paese dei Lumi? Per Mégnin non trova più collocamento tra i cani “da pastore”: la sua funzione di pura guardia, le proporzioni del suo fisico e le caratteristiche del pelo gli fanno guadagnare un posto tra i cani da montagna, sotto al cappello dei cani da guardia, insieme a diverse razze di “tipo dogue”. 

Stiamo praticamente assistendo allo sviluppo di quelli che conosciamo oggi come Gruppo 1 e Gruppo 2.

Non possiamo lasciare il lettore italiano con la curiosità, quindi, con una fugace digressione, vi diciamo anche che le nostre razze italiane, il Pastore Bergamasco e il Pastore Abruzzese, furono ritenute coerenti con i cani francesi “da pastore” e posti quindi insieme a essi, in quello che diverrà il Gruppo 1. 

Dopo anni di ricerche sul territorio, censimenti, informazioni raccolte e misurazioni, dopo aver messo quell’ordine di cui c’era tanto bisogno, cosa dovevano fare i cinofili francesi con queste razze? Come avrebbero potuto salvaguardare questo patrimonio? Mégnin ce lo spiega senza troppi peli sulla lingua: la parola “amélioration” (miglioramento) appare nel testo in corsivo, seguita da un punto di domanda tra parentesi, come se quel sostantivo fosse fuori luogo davanti a questi leali compagni a quattro zampe che faticavano insieme ai propri umani nei pascoli, per garantire la sopravvivenza delle greggi e preservare i raccolti. Come avvicinarsi a queste razze quindi? Mégnin non ha dubbi e per esprimere il suo pensiero si affida alle parole che Paul Géruzez, “nostro compianto collaboratore, le cui competenze in materia di zootecnia e sport erano ben note”, aveva già speso in un articolo apparso nel numero del 25 ottobre 1896 dell’Eleveur, di cui vi riportiamo alcuni stralci che parlano da sé. 

“Capisco la necessità di migliorare razze che hanno perso le loro qualità, come i cani da ferma francesi, e mi spiego, malgrado eclatanti insuccessi, i tentativi fatti in questa direzione; ma voler migliorare il cane da pastore, mi sembrerebbe una pretesa straordinaria. Penso che qualunque persona seria che passi qualche ora a vedere come lavorano i cani attorno a un gregge, non penserebbe mai di voler perfezionare quell’intelligenza e, quanto all’addestramento, cani e pastori non hanno nulla da imparare da nessuno.

“I pastori praticano una selezione severa, scelgono i riproduttori tra i migliori, non hanno alcun bisogno di essere guidati. Il meglio è nemico del bene; quando si tratta di cani da pastore siamo davanti al bene e non dobbiamo fare altro che salvaguardarlo.”

A volte, aprendo una finestra sul passato, possiamo riflettere sul nostro presente e, da qui, sul futuro.

Siamo ancora in tempo a osservare e rispettare le razze tradizionali che ancora vivono e lavorano, con rispettoso sguardo conservazionistico. 

Bibliografia:

Jehan de Brie, Le Bon Berger, Denys Jonot, Parigi, 1542

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Jehan de Brie, Le Bon Berger, Liseux, Parigi, 1879

Mégnin, P., Les Chiens et ses races, Tome IV, Parigi, 1900

Revoil, B.,  Histoire et physiologique et anecdotique des chiens, E. Dentu Libraire-Éditeur, Parigi, 1867

L’Eleveur, numero del 4 marzo 1888

L’Eleveur, numero del 25 ottobre 1896

Rosier, F., Cours complet d’agriculture théorique, pratique, économique, et de médecine rurale et vétérinaire , suivi d’une méthode pour étudier l’agriculture par principes ; ou Dictionnaire universel d’agriculture, Tome III, Rue et Hotel Serpente, Parigi 1783

Didascalie immagini:

1. Fido I, Beauceron di M. L. Heaudères, incisione presente in Les Races de Chiens di Henry de Bylandt, 1897 (WikiCmmons)

2. Carrozza di legno di un pastore nella Beauce, inizio XX secolo (WikiCommons)

3. Mercato dei cani di Cauterets, cartolina postale dei primi del XX secolo, dal libro Le Patou, l’Âme des Pyrénées di P. Cazottes, Éditions CLC, 2003

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Linda Rossini

Linda Rossini si laurea con una tesi in filologia francese su un trattato di falconeria del XV secolo e approfondisce la conoscenza dei trattati di caccia medievali durante un soggiorno presso l’Université Catholique di Louvain-la-Neuve, in Belgio. Nel 2024 è relatrice della conferenza "Marte o Diana? I cani nel Rinascimento tra guerra e pace", parte del ciclo di incontri c/o il Collegio Universitario di Santa Caterina per il Cinquecentenario della Battaglia di Pavia. Ha una predilezione per le razze antiche tradizionali, soprattutto da guardia del gregge. Collabora con Edizioni Altea, casa editrice specializzata in pubblicazioni sui cani, come editor e traduttrice. Nel tempo libero condivide contenuti storici sui cani con la pagina Cynographia Curiosa, che cura insieme a Giovanni Boffano.

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