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I cani ‘eroi’ e il pietismo mediatico: quando il video conta più dell’etologia

Il racconto virale e il pietismo

di CLARA CASPANI

La storia dei sette cani del nord‑est della Cina, diventata virale in poche ore, è stata raccontata ovunque come un film d’azione: cani rubati per il mercato della carne, fuga da un camion, 17 chilometri a piedi per tornare a casa, tutti insieme come una “banda di fratelli” guidata da un coraggioso corgi.
Su Dogsportal, come su molti altri canali, la notizia è stata proposta con un taglio emotivo: lealtà, coraggio, legame, “miracolo”.

Questo tipo di narrazione funziona sul piano virale, ma rischia di far passare in secondo piano quello che sta davvero accadendo dal punto di vista del comportamento animale.
Il pietismo – l’uso strategico dell’empatia per “vendere” una storia – sposta l’attenzione dal cane‑animale al cane‑personaggio, con un copione pronto all’uso.

Ma davvero servire a rendere virale un video su dei cani che si spostano in autonomia sul territorio?
Serve davvero costruire una storia avvincente e romanzata per dargli interesse?
Serve davvero continuare a fare articoli costruiti su notizie non verificate e non approfondite in maniera tecnica?

In questo processo, il focus si sposta dal comportamento animale a un’immagine patinata, pensata per commuovere piuttosto che per capire.

Umorizzazione del comportamento animale

Il video mostra i sette cani che camminano compatti lungo strade e campi, e questo è quello che viene letto come “si sono aiutati l’un l’altro: il corgi guida, il pastore tedesco ferito è protetto, nessuno resta indietro”.

In realtà, quello che si vede è un gruppo di cani che procede insieme, dove chi guida il movimento non è il corgi ma la pastora tedesca.
Perché si capisce? Basta avere un occhio un po’ allenato per vedere che l’attenzione di ogni membro di questo “gruppo assembrato” è rivolta a lei.

Il modo in cui stanno intorno alla pastora, le annusate, gli sguardi ci danno altre informazioni importanti:
quasi sicuramente stiamo osservando una situazione di competizione e controllo legato a un probabile calore della femmina.
Tutti gli altri cani sono con buona probabilità maschi che stanno competendo per la posizione più vicina a lei, nell’ottica dell’accoppiamento.

La sparizione del gruppo dal villaggio è quindi ipotizzabile come il risultato del seguire la femmina in calore, che tende a muoversi molto anche nei cani randagi, proprio come strategia per ridurre la competizione diretta tra i maschi.
Il calore non è solo una questione riproduttiva: cambia completamente il modo in cui i cani si muovono, si orientano e si ordinano tra loro, creando proprio quella “marcia in colonna” che i media descrivono come “il gruppo che cammina come una squadra”.

Quando i media descrivono il corgi che “apre la strada e conta i compagni”, oppure il pastore ferito che viene “costantemente affiancato e protetto”, il linguaggio usato è quasi umano.
Questa umanizzazione è comoda per il racconto, ma rischiare di cancellare la realtà e trasformare un comportamento normale di cani liberi di vagare in qualcosa percepito come “emergenziale” o “anomalo”, su cui prendere provvedimenti o chiamare immediatamente qualcuno perché “non normale”, soprattutto se l’analisi di ciò che succede non è corretta.

Perchè manca il consulto tecnico?

Nel caso de The Guardian , il giornalista si limita a riportare il fatto che si tratta di un gruppo di cani che torna a casa, accogliendo alcuni commenti di volontari e osservatori locali, ma senza un vero e proprio intervento specialistico.
Negli altri media, la storia è raccontata in modo da valorizzare il pathos: la fuga dal camion, la distanza, il freddo, la paura del traffico, sempre legati a parole come “lealtà”, “coraggio”, “legame”.

Questo avviene perché il mercato dell’attenzione richiede emozione, non precisazione tecnica.


Un paragrafo che spiega che “probabilmente tra i cani c’è una femmina in calore e questo spiega perché procedano compatti” è meno condivisione‑friendly di uno che parla di “sette cani che camminano come una banda di piccoli fratelli”.
Il risultato è che la società riceve una versione “umanizzata” del comportamento animale, mentre la realtà etologica rimane sullo sfondo, o addirittura ignorata.

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Più etologia, meno pietismo mediatico

La storia dei sette cani della provincia di Jilin mette in luce due aspetti paralleli: da un lato, la vera e seria questione del mercato della carne di canna e del furto di animali domestici, che merita tutta l’attenzione critica possibile.
Dall’altro, la tendenza dei media a tradurre il mondo animale in una sorta di commedia umana, dove ogni dettaglio del comportamento viene letto come un romanzo.

Invece di riempire articoli e post con aggettivi poetici, sarebbe utile che giornali e social si affiancassero a consulenti cinofili o etologi ogni volta che un video animale diventa virale.
In questo modo si potrebbe mantenere l’emozione (giustificata) ma anche offrire al pubblico una lettura più onesta: cani che fanno i cani, non “eroi” con un copione da film Pixar.

Questo aiuterebbe chiunque a tornare a capire meglio i cani ea ridare dignità alle loro azioni come individui, andando anche a contrastare una visione pietistica del cane libero che, in molti casi, sta portando gli animali a essere rinchiusi nei canili senza vero bisogno.

Dogsportal, proprio perché ha contribuito a diffondere la notizia, ritiene utile proporre un cambiamento di rotta: continuare a condividere storie emotive sui cani, ma affiancandole a una lettura tecnica breve e chiara.

Per il video come questo, potrebbe essere utile:

  • inserire, ogni volta, una sezione «Leggilo con occhi tecnici»;
  • descrivere in poche righe le dinamiche etologiche plausibili (branco, calore, orientamento);
  • indicare se esistono fonti o consulenti cinofili che analizza hannoto il caso, oppure lanciare un invito a esperti a intervenire.

Così, chi segue Dogsportal non solo condivide il video con emozione, ma impara anche a distinguere fra:

  • ciò che il cane fa davvero (etologia, istinto, gruppo);
  • ciò che noi proiettiamo su di lui (pietismo, antropomorfismo, racconto da film).

In sintesi: la storia dei sette cani resta potente e merita attenzione, ma merita anche di essere letta con più chiarezza.
Il vero rispetto per i cani non è solo raccontarli come “eroi”: è anche smettere di banalizzarli, spiegando cosa stiamo davvero vedendo quando camminano insieme su una strada di campagna.

Questo aiuterebbe chiunque a tornare a capire meglio i cani e ridare dignità alle loro azioni come individui andando anche a lavorare contro una visione pietistica del cane libero che sta portando molti cani ad essere rinchiusi nei canili. 

di CLARA CASPANI
Stray Dogs International Project

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