“Mangia, prega e abbaia”: quando il problema non è il cane (e lo sapevamo già)
Lorena è una lettrice di Dogsportal.it. Qualche giorno fa ci ha scritto per raccontarci un film. Non una recensione tecnica, non un’analisi da critica cinematografica, ma qualcosa di più diretto e più utile: la sensazione di chi guarda uno schermo e riconosce qualcosa che conosce bene. Abbiamo deciso di darle spazio, perché quello che ha raccontato merita di essere letto.
Attenzione: da qui in poi ci sono spoiler. Se preferisci vedere il film senza anticipazioni, fermati qui e torna dopo.
Il film si chiama Mangia, prega e abbaia e il titolo già dice molto sul tono che sceglie: leggero in superficie, più serio sotto. La storia ruota attorno a cinque persone che portano i loro cani da un addestratore di montagna che gode di una reputazione quasi leggendaria. Il setting è il Sud Tirolo, la cornice è quella di un albergo immerso nella natura, e l’addestratore si presenta con un’identità costruita ad arte: un personaggio che mescola tradizione celtica, spiritualità della natura e un’aura di inaccessibilità quasi mistica.
Tutti e cinque i proprietari sono convinti di avere un problema con il loro cane. Tutti e cinque, nel corso del film, scoprono che il problema erano loro.
Lorena racconta con precisione le singole storie, e vale la pena riportarle perché sono il cuore del film. C’è chi non riesce ad accettare il cane del fratello morto, convinto irrazionalmente che quell’animale avrebbe dovuto proteggerlo durante l’aggressione che lo ha ucciso: un dolore che si trasforma in rabbia maldiretta, scaricata su chi non ha nessuna colpa. C’è una politica che si occupa di benessere animale per lavoro, ma ammette apertamente di non avere nessun interesse reale per gli animali: il cane le è stato regalato dalla sua manager come strumento di immagine, per rendere più credibile una facciata pubblica. La svolta arriva quando, in un momento di sconforto autentico, si accorge che il cane è lì. Silenzioso, vicino, presente. E quando uno di loro si peede fisicamente in montagna, è lui a ritrovarla.
La struttura si ripete, in modi diversi, per tutti gli altri. Ogni storia è una variazione sullo stesso tema: l’animale funziona quando la relazione esiste. E la relazione non esiste finché la persona non smette di portarsi addosso quello che non ha a che fare con il cane.
Il colpo di scena finale è che l’educatore viene scoperto. La sua identità celtica era una costruzione, un personaggio elaborato per attirare clienti e tenere in piedi l’albergo. I proprietari si sentono ingannati. Ma Lorena coglie qualcosa di importante in questo finale: quell’uomo, pur nella finzione del personaggio, aveva comunque trasmesso qualcosa di vero. Aveva fatto capire, senza dirlo esplicitamente, senza prediche, senza teorie, che il nodo stava sempre dall’altra parte del guinzaglio.
Il punto di vista di Dogsportal
Non è la prima volta che un film o una serie tv arriva a dire quello che la cinofilia contemporanea ripete da anni: il comportamento del cane è spesso uno specchio. Le paure, le frustrazioni, la difficoltà di relazionarsi con il mondo reale trovano nel rapporto con l’animale una via di espressione che sembra più gestibile, e invece è più complicata di qualsiasi altra.
Quello che colpisce nella lettura di Lorena, e nel film che descrive, è che questa verità non viene servita come lezione. Non c’è nessun esperto che sale in cattedra. C’è un impostore che, quasi per caso, fa emergere nelle persone quello che avevano già dentro. E i cani, nel frattempo, aspettano che qualcuno sia finalmente pronto a stare in relazione con loro.
Forse il film più onesto sulla cinofilia non lo ha scritto un cinofilo.
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