Michele Serra, Osso, i lupi e la responsabilità che manca
Premessa: ammiro moltissimo e da decenni Michele Serra, come scrittore e come uomo di un’intelligenza, di una cultura e di una sensibilità non comuni. E se potessi abbracciarlo per cercare di consolarlo, inutilmente, per il dolore atroce che la morte del suo cane Osso gli sta infliggendo, lo farei. Sono un cinofilo e sono notoriamente empatico. Ma ci sono dei “ma” che non posso ignorare.
Uno dei cani di Michele Serra, Osso (protagonista dell’omonimo e bellissimo racconto), è morto nei boschi della Val Tidone, sui monti del Piacentino. È uscito libero e non è più tornato. Poi è arrivata la spiegazione più prevedibile: è stato ucciso dai lupi. E con essa la domanda di Serra, ovviamente rilanciata da tutti i media: “Fino a quanti esemplari questo territorio può reggere?”, che sposta immediatamente il problema altrove.
Ma il problema non è altrove. Il problema, in questo caso, si chiama Michele Serra: il povero Osso era libero, senza controllo, in un’area montana dove la presenza del lupo è numericamente seria e stabile da anni. E Serra lo sapeva perfettamente. Perché lui, lì, ci vive e conosce la realtà del territorio.
Lo rivela un passaggio preciso, scritto da lui il 30 dicembre 2025, nella bella newsletter “Ok Boomer”: “Domenica mattina, alle prime luci dell’alba, i cani hanno cominciato ad abbaiare forte, come capita quando intorno a casa passa qualcuno, uomini o bestie. Prima di farli uscire dal loro dormitorio mi sono accertato che non fosse il lupo, ma i soliti caprioli, l’origine di quella fragorosa caciara canina. Erano i caprioli, che … si sono allontanati senza troppa fretta…: sono velocissimi, e credo che ormai abbiano classificato i miei cani come tre inoffensivi cialtroni…”.
Serra sapeva di avere i lupi nelle vicinanze, sapeva che i cani uscivano in un ambiente frequentato da fauna selvatica tipicamente preda del lupo e sapeva anche che inseguivano i caprioli, pur senza prenderli.
Ecco: lasciare che un cane insegua i caprioli, che li raggiunga oppure no, non è un comportamento neutro, perché dal punto di vista etologico significa inserirlo nelle dinamiche della fauna selvatica, farlo entrare nel sistema delle interazioni tra predatori e prede. Ed anche vietato dalla legge, en passant.
I lupi sono fortemente territoriali, organizzati in nuclei familiari che difendono un’area precisa: è uno dei cardini della loro biologia e lo sanno anche i sassi.
In questo contesto, la presenza di altri canidi liberi, non accompagnati e con comportamenti di predazione verso gli ungulati viene interpretata facilmente come quella di un concorrente nella caccia, che per i lupi significa sopravvivenza, non passatempo.
Un cane che insegue i caprioli interferisce con le risorse del branco, aumentando concretamente il rischio di un attacco a scopo di uccisione. I lupi lo fanno anche con altri lupi estranei al branco. E anche questo, ormai, lo sanno i sassi.
Quindi, a mio avviso il problema non è il lupo che “preda” il cane, ma il cane che viene messo nella condizione di entrare in conflitto con il lupo. Un cane lasciato libero e senza alcun controllo dove la presenza dei lupi e delle loro prede è arcinota, è un probabile candidato alla morte per ragioni di competizione territoriale.
E qui entra in gioco il discorso della “responsabilità”. Che è mancata. Serra vive in un territorio montano dove la presenza stabile dei lupi è da tempo realtà quotidiana, non si tratta di un evento improvviso o imprevedibile. Proprio per questo la scelta di lasciare i cani liberi assume un peso preciso. Non è ignoranza, è leggerezza. E quando quella leggerezza si traduce in un rischio concreto, poi purtroppo realizzato, non si può spostare il discorso sul “problema lupi”. Troppo comodo.
E se una figura pubblica stimata da molti, incluso il sottoscritto, si domanda “quanti lupi possiamo permetterci”, non sta esprimendo un dubbio personale ma contribuisce a rafforzare una narrazione già molto diffusa: quella del lupo come “problema”, come entità da contenere o da eliminare del tutto.
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Una narrazione che trova terreno fertile in chi i lupi li odia per ignoranza, per calcolo politico o a prescindere e che, troppo spesso, si traduce in pressioni per abbattimenti o in atti di bracconaggio gravissimi, come la strage appena perpetrata con il veleno in Abruzzo, per esempio.
Le parole, caro Michele, a volte sono pietre e tu, che le parole le padroneggi e le sai far danzare come pochi, dovresti saperlo più di chiunque altro.
I dati disponibili raccontano una realtà diversa e molto meno comoda: il lupo occupa territori definiti, vive in strutture familiari stabili e regola la propria presenza in base alle risorse. Non è un’entità fuori controllo ma un animale selvatico che fa esattamente ciò che il suo ruolo prevede secondo l’evoluzione.
La convivenza, che è l’unica strada possibile per chiunque abbia a cuore le vita degli animali non umani, non si costruisce chiedendo quanti lupi “possiamo permetterci” ma evitando di trasformare i nostri cani in antagonisti dentro il loro territorio.
Perché tra un lupo che fa il lupo e un cane lasciato libero di inseguire fauna selvatica che per il lupo è vita, l’anomalia non è il primo: è il secondo.
Consiglio di lettura:
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