Fonzie, sette ore legato a un palo a Moncalieri: l’abbandono è grave, l’indifferenza lo è altrettanto
Questa volta è successo nella mia città. A Moncalieri, dove vivo, un cagnolino è stato legato a un palo e lasciato lì, in strada, come un oggetto di cui qualcuno ha deciso di disfarsi. È rimasto in quella condizione per sette ore. Sette ore in cui persone sono passate, hanno visto, e hanno proseguito. Alla fine sono stati i volontari del Rifugio L’Albero di Mais ad accorgersene e a salvarlo. Lo hanno chiamato Fonzie, e ora aspetta una famiglia insieme agli altri ospiti del rifugio.
Voglio essere chiaro: chi ha legato Fonzie a quel palo ha commesso un gesto vile e ha una responsabilità precisa. Ma c’è una seconda domanda che non possiamo evitare, e che riguarda tutti gli altri. Quante persone sono passate davanti a quel cane in sette ore? Quante lo hanno guardato senza fermarsi, senza fare una telefonata, senza dedicargli trenta secondi? A Moncalieri, in pieno giorno, un animale legato e abbandonato è rimasto invisibile per un intero turno di lavoro. Questa non è solo cronaca di un abbandono: è la fotografia di un’omertà quotidiana, fatta di sguardi abbassati e di “non sono affari miei”.
Le parole dell’assessora ai Diritti degli Animali Alessandra Borello colgono esattamente questo punto: “Una comunità si misura anche dalla capacità di non restare indifferente. Se vediamo un animale in evidente difficoltà, una semplice telefonata alle forze dell’ordine o ai servizi competenti può fare la differenza”. E ancora: “Se non siete più in grado di prendervene cura, chiedete aiuto prima di compiere un gesto irreparabile. Sul nostro territorio esistono associazioni, volontari e istituzioni che possono offrire supporto”. Il benessere degli animali, ricorda l’assessora, “è un dovere di tutti e racconta il grado di civiltà della nostra comunità”.
Sono parole giuste, e le sottoscrivo. Ma il caso di Fonzie non è isolato.
A pochi chilometri da qui, a Venaria Reale, un uomo di cinquant’anni è partito per le ferie fuori regione lasciando i suoi due cani, un pitbull e un amstaff, chiusi in casa. Da soli. Per giorni i condomini hanno sentito guaiti, latrati e mugolii ininterrotti provenire dall’appartamento, finché qualcuno ha chiamato il 112. I carabinieri, entrati con i vigili del fuoco, hanno trovato un ambiente in condizioni di degrado compatibili con un abbandono superiore alle 48 ore. I due cani sono stati visitati dal veterinario dell’Asl To3 e affidati temporaneamente all’ENPA. L’uomo, rintracciato al rientro il 17 luglio, è stato denunciato per maltrattamento e abbandono di animali alla Procura di Ivrea. A Venaria, almeno, i vicini hanno dato un significato a quei guaiti. A Moncalieri, per sette ore, nessuno lo ha fatto.
E poi ci sono tutte le altre storie, quelle che ogni estate riempiono le cronache locali e che spesso non arrivano nemmeno lì: cani lasciati nei box, legati ai guardrail, scaricati vicino ai caselli, “dimenticati” in giardini roventi.
L’estate è il momento in cui l’ipocrisia si palesa senza filtri. Durante l’anno il cane è il “membro della famiglia”, il soggetto delle foto, il compagno delle passeggiate della domenica. Poi arrivano le ferie, e quel membro della famiglia diventa improvvisamente un problema logistico. Un ostacolo tra sé e l’ombrellone. E allora lo si lega a un palo, lo si chiude in casa, lo si lascia indietro. L’abbandono estivo non è quasi mai un gesto di disperazione: è un calcolo di comodità.
C’è un riflesso condizionato che vorrei smontare una volta per tutte: quello per cui, davanti a questi episodi, si tira fuori la geografia. “Al sud non amano gli animali”, si sente dire con una facilità irritante. Fonzie è stato abbandonato a Moncalieri, Piemonte. I due cani chiusi in casa erano a Venaria Reale, Piemonte. Il problema non ha una latitudine: è nazionale. È fatto di un egoismo terribile e di un’approssimazione enorme nel prendere animali che poi non si vogliono gestire. Si adotta o si acquista un cane senza chiedersi cosa comporterà tra un anno, tra cinque, ad agosto. E quando la risposta arriva, a pagarla è sempre lui.
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Lo scrivevo poche settimane fa: contro l’abbandono non serve una campagna con il testimonial e lo spot in autostrada, serve una strategia [LINK: https://www.dogsportal.it/contro-labbandono-non-serve-una-campagna-serve-una-strategia/]. Serve prevenzione al momento dell’adozione, serve tracciabilità, servono conseguenze reali per chi abbandona. E serve, come dice giustamente l’assessora Borello, una comunità che non si volti dall’altra parte. Perché chi lega un cane a un palo conta esattamente su questo: sull’indifferenza di chi passa.
Fonzie ora è al sicuro, grazie ai volontari de L’Albero di Mais. Aspetta una famiglia vera, una di quelle che non lo considererà mai un peso da lasciare indietro. Se lo incontrerete, ricordatevi delle sette ore che ha passato legato a quel palo. E di quanta strada abbiamo ancora da fare, tutti, per meritarci la fiducia che i cani continuano ostinatamente a darci.
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