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Notizie sul cane

Guerre tra addestratori? Non solo in Italia

Chi frequenta i gruppi cinofili sui social lo sa bene: basta un video, la foto di un collare o un commento su un metodo di lavoro per scatenare discussioni infinite, spesso imbarazzanti, tra professionisti che dovrebbero avere a cuore la stessa cosa, cioè il benessere del cane (e, già che ci siamo, anche la propria dignità, visto che certe brutte figure restano lì, pubbliche, a disposizione di chiunque). Viene spontaneo pensare che sia un problema tutto nostro, figlio di un settore che in Italia fatica ancora a darsi regole chiare; purtroppo non è così. A raccontarlo è il Guardian, che in un pezzo pubblicato il 28 ottobre descrive, con il tono ironico tipico della testata britannica, la “guerra” in corso tra addestratori nel mondo anglosassone.

Positive training e balanced training, di cosa parliamo

Per capire la contesa bisogna partire dai due termini che nel Regno Unito e negli Stati Uniti definiscono gli schieramenti, e che da noi non hanno una traduzione consolidata. Il positive training è l’addestramento basato sul rinforzo positivo: il comportamento corretto viene premiato con cibo, gioco o gratificazioni, così che il cane sia motivato a ripeterlo, mentre quello indesiderato viene semplicemente ignorato o interrotto togliendo l’occasione di guadagnare il premio. I positive trainer, quindi, evitano per scelta qualsiasi strumento o intervento che provochi fastidio, dolore o paura.

Il balanced training, invece, è l’approccio di chi affianca al rinforzo anche le correzioni. Il nome lo hanno scelto gli stessi balanced trainer, che si presentano come una via di mezzo ragionevole a dir loro: premiano ciò che va bene e correggono ciò che va male, con interventi che vanno dal semplice strattone al guinzaglio fino nei casi più hard a strumenti come il collare a strangolo, il collare a punte (che stringe sul collo quando il cane tira) e, soprattutto negli Stati Uniti, il collare elettrico venduto come il pane.

Per chi conosce un po’ di teoria dell’apprendimento, la differenza si spiega con i quattro quadranti del condizionamento operante. Il positive training lavora con il rinforzo positivo, cioè aggiungere qualcosa di piacevole, e con la punizione negativa, cioè togliere qualcosa di piacevole; il balanced training utilizza tutti e quattro i quadranti, compresa la punizione positiva, che consiste nell’aggiungere qualcosa di sgradevole per ridurre un comportamento. In Italia lo stesso confronto si gioca spesso con altre parole, come metodo gentile da una parte e addestramento tradizionale dall’altra, anche se i confini non coincidono perfettamente.

Le posizioni in campo

Il Guardian riporta le opinioni di alcuni nomi noti del settore. Brian Lee, schierato con il balanced training, ha spiegato al Wall Street Journal che riempire il cane di bocconcini equivale a regalare una BMW al figlio per i suoi sedici anni; Victoria Stilwell, tra le voci più note del positive training, trova semplicemente ridicola l’idea che i premi possano viziare un cane. Curiosamente, anche Ian Dunbar, comportamentalista da sempre vicino al rinforzo positivo, ammette che l’uso eccessivo di cibo durante l’addestramento è oggi uno dei problemi principali, a conferma che anche all’interno dello stesso schieramento non tutto è bianco o nero.

I social come amplificatore

Secondo il quotidiano britannico, a peggiorare il clima sono soprattutto i social, dove i toni salgono in fretta: i positive trainer accusano i colleghi di crudeltà, mentre i balanced trainer li deridono come semplici “lanciatori di bocconcini”. Un copione che chi segue i gruppi italiani conosce a memoria. Il giornale accosta la vicenda al dibattito tra genitorialità gentile e genitorialità severa, facendo notare, con una certa ironia, che in quel caso nessuno proponeva collari a punte.

C’è poi un secondo fronte, quello tra percorsi online e lezioni in presenza. Dunbar, intervistato dal Times, sostiene che i problemi legati al temperamento non si possono affrontare a distanza; Siobhan Dunn, che propone corsi online, ribatte che in questo modo riesce a raggiungere persone che altrimenti non avrebbero mai potuto rivolgersi a lei. Sul piatto, ricorda il Guardian, ci sono anche i costi, visto che una lezione individuale nel Regno Unito può arrivare a 150 sterline l’ora.

Il tentativo di tregua, almeno per ora, non ha funzionato. Lo stesso Lee ha invitato su Instagram a deporre i forconi e a lasciarsi alle spalle la cultura della critica; tra le prime risposte, però, è arrivata quella di un collega che gli contestava di non avere nel profilo alcuna formazione in comportamento canino. Una replica che, a ben vedere, sposta la discussione dal metodo alle competenze.

Il nostro punto di vista

Sorriderne è facile, eppure il quadro descritto dal Guardian dovrebbe far riflettere anche noi. Ridurre tutto a una sfida tra positive e balanced trasforma un tema complesso in una questione di tifo, in cui conta più avere ragione sotto un post che lavorare bene con il cane che si ha davanti. A farne le spese è soprattutto chi vive insieme al proprio cane e cerca un professionista a cui affidarsi, che si ritrova in mezzo a un fuoco incrociato di accuse senza gli strumenti per orientarsi; per questo ci sembra utile spiegare con chiarezza cosa c’è dietro le etichette, prima ancora di schierarsi.

Su alcuni punti la nostra posizione è chiara da sempre, a partire dalla contrarietà al collare elettrico e a tutte le forme di violenza mediante qualsiasi tipo di strumento e approccio, violenza fisica, psicologica, emotiva e genetica, che abbiamo spiegato più volte anche dal punto di vista legale. Allo stesso tempo, pensiamo che la vera domanda non sia quale schieramento vinca, ma chi abbia davvero la preparazione per lavorare con un cane e con la sua famiglia, e chi controlli che quella preparazione ci sia. È lo stesso nodo che emerge, quasi per caso, nella risposta ricevuta da Lee; in Italia, dove le qualifiche si moltiplicano e i controlli spesso latitano, è un tema su cui continueremo a tornare.

Che il problema non sia solo italiano è una magra consolazione. Forse, però, può aiutarci a guardare queste discussioni con un po’ più di distanza, e a ricordare che il confronto tra professionisti serve se fa crescere il settore, non se si limita a riempire le sezioni commenti.

Fonti: The Guardian

Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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