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A spasso con il cane Luna: strani comportamenti umani e animali raccontati da Giorgio Vallortigara

Il libro è una raccolta di saggi che ci ricorda che gli animali (compresi noi Homo sapiens) siamo «una fonte inesauribile di interrogativi». Ne parliamo con l’autore, il neuroscienziato Giorgio Vallortigara.

Le passeggiate con i nostri cani possono diventare straordinari esperimenti all’aperto per capire qualcosa in più sui nostri compagni. Lo sa bene Giorgio Vallortigara, neuroscienziato e autore di numerosi libri dedicati allo studio del cervello e del comportamento animale, tra cui La mente che scodinzola: storie di animali e di cervelli (Mondadori, 2011) e Pensieri della mosca con la testa storta (Adelphi, 2021).

L’opera A spasso con il cane Luna (Adelphi, 2025) prende il titolo da uno dei saggi raccolti al suo interno, in cui un’uscita con un’amabile husky diventa il pretesto per conoscere come funziona la mente di un cane e quanto può svelare anche dei nostri cervelli.

Luna è solo una dei tanti protagonisti di questo libro e abbiamo chiesto al professor Vallortigara di raccontarci qualcosa in più di code che scodinzolano, scienza e strani comportamenti umani e animali.

Il libro A spasso con il cane Luna è una raccolta di saggi. Per quale motivo ha scelto di dedicare il titolo proprio a un cane?

Dietro c’è una storia editoriale, come spesso accade per i libri. All’inizio avevo pensato, anche come omaggio letterario a Lucentini, di chiamarlo Cervelli della domenica, perché i temi ruotano attorno ai cervelli e alle loro manifestazioni animali e umane. Però poi il direttore della casa editrice, Roberto Colajanni, mi ha detto: “Ma Giorgio, hai già un sacco di cervelli nei titoli dei libri precedenti. Invece il titolo di questo capitolo, A spasso con il cane Luna, è molto carino. Perché non lo usiamo per il titolo del libro?“. E così è andata.

Effettivamente chi legge i suoi libri è un po’ più abituato a immaginarla in compagnia di pulcini o di formicaleoni. Qual è, invece, il suo rapporto con i cani?

C’è stato un periodo in cui ho lavorato con i cani in collaborazione con un gruppo di ricerca di Bari, del Dipartimento di Medicina Veterinaria, ma il mio interesse non era diretto verso quegli animali di per sé. Avevo questo tema in mente: i casi in cui la simmetria tra le due parti del cervello, destra e sinistra, si manifesta in un organo effettore mediano come appunto è la coda. 

Avevamo già affrontato studi con i rospi a questo riguardo, ma non erano stati soddisfacenti. Cercavo qualcosa in cui la cooperazione o eventualmente la competizione tra la parte destra e sinistra del cervello potesse riguardare il controllo di un organo mediano. I cani andavano molto bene perché lo scodinzolio è rilevante dal punto di vista della comunicazione. Quindi lì è nata l’idea di provare a vedere se ci fossero asimmetrie nell’ampiezza della direzione dello scodinzolamento: i cani muovono la coda sia a destra che a sinistra, ma i movimenti nell’una o nell’altra direzione, per certe ragioni anatomiche, sono controllati prevalentemente da strutture collocate sul lato opposto. In questa maniera avevamo un modo per penetrare la vita emotiva di un cane semplicemente guardando l’ampiezza del suo scodinzolio da un lato o dall’altro.

🔬 Box | Dimmi da che lato scodinzoli e capirò cosa stai provando

Nel 2007, Giorgio Vallortigara, insieme agli scienziati Angelo Quaranta e Marcello Siniscalchi, ha pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Current Biology lo studio intitolato Asymmetric tail-wagging responses by dogs to different emotive stimuli .

Durante gli esperimenti è stata misurata l’ampiezza dello scodinzolio verso destra e verso sinistra di cani che osservavano stimoli con diversa valenza emozionale (l’umano di riferimento, uno sconosciuto, un gatto, un cane dominante). L’analisi ha mostrato che:

  • Stimoli di avvicinamento (es. umano di riferimento):
    La coda deviava verso DESTRA 👉 (attivazione prevalente dell’emisfero sinistro).
  • Stimoli di allontanamento (es. cane dominante):
    La coda deviava verso SINISTRA 👈 (attivazione prevalente dell’emisfero destro).

Nei saggi Nella mente di un bassotto e L’anima della formica empatica lei parla della nostra tendenza ad antropomorfizzare i comportamenti degli altri animali, ad attribuire stati mentali e intenzioni tipiche della nostra specie, soprattutto ad animali che percepiamo simili a noi o che sentiamo vicini. Da cosa nasce questa propensione?

Questo è un tema che potremmo considerare da una prospettiva inversa, perché è una propensione anche degli altri animali nei nostri riguardi, le sue origini sono molto antiche ed è un altro degli argomenti che ha dominato l’attività di ricerca del mio laboratorio per molti anni. 

La questione è: cos’è che ci consente di distinguere una cosa viva da quello che non lo è? Questa è una specie di categorizzazione fondamentale nell’esistenza di un organismo biologico, riguarda la vita sociale, ma ovviamente anche aspetti non strettamente sociali. Una delle prime cose che devi capire del mondo è cosa è vivo e cosa non lo è, perché ciò che è vivo può essere un partner sociale, ma anche un predatore o una preda. Nel caso specifico della vita sociale, tutto questo è molto rilevante perché dal riconoscimento che questa cosa è animata, si può fare un piccolo passosuccessivo e riconoscere che questa cosa è un agente. E da lì un altro passettino in avanti e riconoscere che un agente, in quanto tale, può essere dotato di scopi, obiettivi, intenzioni malevole oppure benevole.

Quello che in questi anni abbiamo scoperto è che i meccanismi che ci consentono di rilevare nel mondo la presenza di entità animate e di agenti dotati di intenzioni sono molto generali eautomatici. L’esempio che faccio sempre alle persone durante le conferenze divulgative è relativo al movimento: quel tipo di situazione che tutti abbiamo incontrato, per esempio d’autunno, camminando per la strada e osservando a un certo momento che, alla periferia del campo visivo, una folata di vento fa muovere un sacchetto di carta. Noi ci giriamo di scatto e poi ridendo, visto che il pericolo non c’è, esclamiamo “Sembrava vivo!”. Cos’è che decide che quella cosa sembra viva?

Ecco, questi segnali di animatezza, come li abbiamo chiamati, sono piuttosto semplici e riguardano le variazioni brusche di velocità, cioè l’accelerazione e la decelerazione, il muoversi con un certo pattern, che è quello del movimento biologico, il fatto che quell’oggetto sia semovente oppure no.Questa è un’idea che risale ad Aristotele, il quale affermava che le cose viventi sono semoventi perché dotate di una specie di energia interna. E, quindi, a differenza degli oggetti inerti, che si muovono solo se qualcuno li spinge, le creature animate si muovono per loro propria volontà. Tutti gli animali che abbiamo studiato finora, almeno tutti i vertebrati, possiedono questi rilevatori di animatezza, cioè sono sensibili a questi segnali che indicano la presenza di una creatura animata. Abbiamo identificato anche quali strutture del cervello sono implicate in questo e sembrano essere piuttosto “antiche”, quindi largamente condivise tra vertebrati.

Immagino che poi, a partire da queste conoscenze, ci possano essere sviluppi più complessi.

Sì, per esempio, recentemente abbiamo studiato, a proposito del movimento biologico, del movimento caratteristico di un animale come un vertebrato, se faccia differenza per un pulcino appena nato vedere due sagome che si avvicinano o si allontanano. Fa differenza perché il movimento in cui questi animali sembrano andare gli uni verso gli altri — e quindi interagire socialmente — è più attrattivo per l’animale appena nato, che non ha mai visto prima interazioni di tipo sociale. Qui c’è qualcosa di più rispetto al riconoscimento della semplice animatezza, c’è il riconoscimento di un’intenzione, di un’agentività, ed è interessante che le regioni cerebrali attivate in questo caso sono regioni della corteccia, piuttosto che regioni più antiche. Tutti questi segnali, questi meccanismi, sono perseguiti anche dagli infanti della nostra specie, sono cruciali nello sviluppo della mente, del cervello sociale, sono continuamente all’opera e fanno sì che noi trattiamo in un certo modo gli altri animali e non solo. In realtà trattiamo come creature animate anche oggetti artificiali, infatti, ben prima della comparsa di ChatGPT, ci siamo ritrovati a prendere a calci l’automobile che ci ha lasciato in panne sul ciglio della strada, urlando “Perché mi hai fatto questo?” o a dare una pacca a una televisione che non funzionava, pensando che questo potesse in qualche modo attivarla. Consideriamo anche gli oggetti inerti, artificiali, come entità agentive, come agenti sociali, come creature dotate di una psicologia. Perché lo facciamo? Perché abbiamo un cervello sociale che è predisposto per riconoscere tracce della presenza di creature animate, di agenti, nel mondo.

Questa poi è la base attraverso la quale, in qualche modo, rivediamo i nostri comportamenti in altri animali?

Sì, assolutamente, perché i segnali sono comuni. Anni fa, quando facevo lezione, mostravo agli studenti un disegno in bianco e nero di un qualche insetto in postura aggressiva e chiedevo loro di indovinare che genere di attività mentale, emozionale o altro riconoscessero in quell’animale. Tutti sostenevano immediatamente che sembrasse aggressivo, pronto ad attaccare o saltarti addosso. La domanda interessante è: com’è possibile che riconosciamo in un animale che è lontanissimo da noi, anche dal punto di vista filogenetico, questa caratteristica psicologica? Perché questi tratti, queste caratteristiche, sono veicolati da segnali molto semplici che valgono in maniera interspecifica. L’esempio classico in etologia è quello dei segnali infantili. Se ne sono occupatiKonrad Lorenz e altri studiosi. Non c’è bisogno di imparare com’è fatto un cucciolo: reagiamo automaticamente alle sue caratteristiche. Sul corpo, nel modo di camminare, nella morfologia, esibisce segnali specifici che ci inducono a comportarci in un certo modo nei suoi confronti,per esempio agiscono come dei bloccanti potentissimi della aggressività. Funziona tra specie diverse: quando giochiamo con il nostro cane, soprattutto se è ancora piccolo, come reagisce se il gioco diventa troppo ruvido? Si butta sulla schiena, ti offre la pancia e spesso fa anche un po’ di pipì. È il suo modo di dire, in maniera del tutto inconsapevole, “Guarda che sono piccolo, non farmi del male”. Tutti reagiamo a questi segnali in maniera identica, sia che provengano da un animale umano sia da un cucciolo di cane.

Invece, a volte, la nostra interpretazione può essere non corretta. Quali sono i maggiori fraintendimenti tra umani e cani?

Non sono un esperto di psicologia canina, ma c’è un fraintendimento che mi viene in mente e che mi piace molto raccontare perché sono un cultore di un certo atteggiamento “kill- joy” nei confronti di una passione un po’ naïve per gli animali. Sarà capitato di incontrare persone che menzionano il fatto che il loro cane è così affettuoso che si avvicina, spesso anche alla regione della bocca, perdare dei bacini. In questo caso mi diverto spesso nel dire: “Guardate che probabilmente vi sbagliate. Non nego che il vostro cane possa essere anche molto affettuoso, però quello che accade nei lupi, che sono stati gli antenati del cane domestico, è che i piccoli cuccioli, quando la madre torna a casa dopo la caccia, spingono con il muso e leccano la regione attorno alla bocca per ottenere il rigurgito del cibo e in questa maniera potersi nutrire. Ora noi sappiamo che la riutilizzazione dei display del comportamento infantile è cosa piuttosto comune anche nell’adulto. Quindi, insomma, una maniera un po’ più prosaica di descrivere quello che sta accadendo è che il vostro cane non vuole darvi i bacini, ma farvi vomitare”.

Crede che la crescente attenzione scientifica verso la cognizione animale stia cambiando il modo in cui la società guarda ai cani e agli altri animali?

Sì, non c’è dubbio che stia accadendo questo e un pochino me ne dolgo, perché credo che sia fonte di un terribile equivoco circa la natura della coscienza. L’ho detto, l’ho scritto, l’ho ripetuto in molte forme in questi ultimi anni in cui mi sto occupando in modo particolare del tema della coscienza e della senzienza. Il fatto che un animale, umano o non umano, sia capace di prestazioni cognitive molto sofisticate non è di per sé prova che, per questa ragione, lui sia possessore di coscienza. Per coscienza ovviamente intendo il fatto di sentire, di provare qualcosa. Quella che si chiama coscienza fenomenica. Questo è il problema duro come si è soliti dire per le neuroscienze, cioè capire in che modo questa qualità dell’esperienza venga prodotta nei processi fisico-chimici del cervello.

Naturalmente quello che accade è che le persone guardano i documentari, leggono i libri o i saggi del professor Vallortigara e dicano “Ah, ma guarda, questi polli non sono incredibili?!? Sanno fare l’aritmetica. E questi cani straordinari!” e quindi se ne ricava l’idea per cui sia ovvio che animali che sanno fare queste cose sono coscienti. Invece non è ovvio per niente, perché in questi anni abbiamo imparato che, per quel che riguarda perlomeno la nostra specie, tutte queste attività cognitive molto sofisticate, molto difficili in apparenza, possono essere condotte compiutamente senza alcun accompagnamento consapevole. Anche quelle per le quali non saremmo propensi a pensare questo. Parliamo, per esempio, dell’aritmetica, delle addizioni e delle sottrazioni. Ci sono prove che queste operazioni possano essere condotte in assenza di coscienza, di consapevolezza, in maniera automatica, con il famoso inconscio cognitivo. Questo ha un’implicazione ovvia: se alcune specie mostrano tali capacità, queste non sono prova di per sé che siano coscienti, che siano consapevoli.

Con questo non voglio veicolare l’idea che gli altri animali non posseggano coscienza.Personalmente sono convinto, invece, che siano coscienti, senzienti, che sentano, che provino qualche cosa, solamente penso che non sia quello delle attività cognitive il terreno in cui noi possiamo investigare propriamente queste caratteristiche molto speciali della vita della mente.E, a ben vedere, tutte le persone sono consapevoli di questo quando glielo fai notare, perché noi riconosciamo lo statuto di persona, trattiamo gli individui della nostra specie in un certo modo, anche quando questi sono gravemente deficitari dal punto di vista cognitivo, persone che per un qualche disturbo neurologico, genetico, non sarebbero capaci di fare nulla di quello che fanno i pulcini in laboratorio. Tuttavia, noi pensiamo che sentano qualcosa e temiamo che provino dolore, che è la quintessenza della senzienza. È lì l’aspetto davvero importante. Quindi che importa che siano intelligenti? Lo affermava il filosofo Jeremy Bentham: il punto cruciale è domandarsi se sentono qualcosa o provano dolore.

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Alessia Colaianni

Dottoressa di ricerca in Geomorfologia e Dinamica ambientale, sono poi approdata sulle rive della comunicazione e divulgazione scientifica. Sono diventata giornalista e, un articolo dopo l’altro, mi sono ritrovata a raccontare le storie di animali umani e non umani e dell’ambiente in cui vivono. Sul mio cammino ho incontrato lo sguardo di molti cani e questo mi ha convinta a suonare ai cancelli di Dogsportal per poter curiosare nella loro storia e nel loro comportamento insieme a voi.

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