Attenzione alle truffe sui social per curare i cani, dilagano sul web!
Sul web appare la foto di un gatto o di un cane messi male. Ci commuoviamo. Se ci chiedono soldi, mettiamo subito mano al portafogli. Togliendo sostegno ad altri animali e ai nostri.
Quel gatto, quel cane, come facciamo a sapere se esistono realmente?
Sono soltanto una foto sul web, fuori da ogni contesto, con scritte che possono provenire da qualsiasi parte del mondo.
Una foto che, grazie alle tecnologie di oggi, può essere ritoccata o totalmente inventata. Prima di versare denaro su (di solito) un Postepay, quali sarebbero le verifiche da fare, se vogliamo essere d’aiuto?
Esistono comportamenti del volontariato animalista – ma forse si farebbe meglio a limitarli a “certi volontari” – che meriterebbero indagini di polizia giudiziaria.
Non vengono aperti fascicoli diretti alla Procura solo perché ci sono tante e tali emergenze di casi reali, che sovrastano di gran lunga questi fatti, oltretutto, pur se truffaldini, difficili da imputare a un responsabile.
Un po’ come per il reato di abbandono: occorrerebbero indagini complesse e dedicate per identificare il colpevole.
Figurarsi qualcosa che ha come mezzo di trasmissione un social media, frequentato da chi di solito non ne sente l’autorevolezza e non ha paura delle conseguenze di azioni illegali.
L’evento social fittizio costituisce un comportamento ricorrente e che si verifica ovunque, riguardando trasversalmente l’intera penisola.
Sono infatti le cosiddette “aperture di eventi” sui social per animali incidentati o maltrattati, in genere molto malconci, identificabili per ferite, malattie o mutilazioni vistose, o molto anziani.
Alle adozioni e agli affidi, sempre molto difficili, di animali appartenenti a questa tipologia, a persone desiderose di compiere un’azione positiva e accollarsi ogni spesa e onere emotivo per l’accudimento di cani o gatti che in quelle condizioni nessuno vuole a casa propria, si affiancano spesso altri tipi di intervento annunciato dai volontari.
Viene mostrata una foto convincente e la cosiddetta “apertura di un evento”, che consente di riunire più persone in una call a versare fondi per finanziare cure mediche e stallo, viene diffusa ad ampio raggio.
Ma dove si trova il cane o il gatto incidentato, ritrovato e portato dal veterinario, come si dice nel post?
Non è detto che l’animale si trovi nel posto indicato, se c’è l’indicazione geografica di un luogo. E perché non indicare la giusta posizione dell’animale?
Probabilmente per evitare verifiche. O almeno così si potrebbe pensare.
E’ accaduto, in passato e accade ancora.
Vi è una divisione del “lavoro” tra chi si occupa di animali, che spesso non permette di risalire a chi ha realizzato il post o a chi detiene il paziente da curare. Non si sa chi lo accudisce.
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E spesso non si sa neppure chi chiamare, perché, sebbene siano pubblicati più di un numero telefonico a cui rivolgersi, dall’altra parte non arriva risposta. Spesso l’animale è al nord e l’appello arriva da sud o viceversa.
E’ accaduto che qualcuno condividesse un post del genere e ricevesse violente contestazioni per l'”incursione” in un territorio che evidentemente non è il “suo”. Perché, se l’intenzione era di semplice e opportuna diffusione, questo atteggiamento aggressivo? Ma perché evidentemente la “paternità” del post deve essere per ovvie ragioni in capo a una sola persona o a un solo gruppo, e chiunque venga dall’esterno può creare disturbo, anche se ha le migliori intenzioni.
Le cattive maniere, nel volontariato, sono spesso interpretate come malafede.
E spesso ha ragione, chi legge così le modalità sommarie e improntate all’insulto o alla “cancellazione” dalle proprie conoscenze social o a una inibizione della presenza dell’interlocutore in quel contesto. Ma siamo pur sempre nel campo della possibilità e non della certezza matematica. “Parliamo solo di fortissimi sospetti.
C’è un caso in Sicilia dove si raccolgono tanti cani e gatti ma poi non se ne sa nulla. Viene postata una fotografia e poi non viene reso pubblico il work in progress. Se uno chiede, o viene ignorato sotto il post, o viene preso a parolacce. E la conversazione si trasferisce in chat private. Eppure se un animale muore, che cosa costa farlo sapere?
E se invece ce l’ha fatta perché non condividere questa gioia a cui anche altri hanno contribuito? Non si riesce a sapere più nulla. E la mancanza di trasparenza fa sospettare”, è quanto ci racconta la presidente di una associazione del nord che però, non avendo casi certi e comprovati, preferisce restare anonima. Discorsi come questi, di solito, fanno adirare i volontari, soprattutto quelli che conoscono la fatica di cercare fondi e ottenerli senza che si scateni il dubbio in nessuno degli interlocutori.
Ma ci vorrebbe un maggiore impegno, anche da parte del volontariato sano, a sgomberare il campo dai dubbi e dalle speculazioni. Non è raro che si chiedano addirittura “malleverie” ad attivisti più noti e “fidati” prima di fare donazioni. Questo prova che il problema esiste anche al di là di quanto è frutto soltanto di ipotesi e in qualche caso di pregiudizi.
E che vi sia una concretezza, lo dimostra un episodio per tutti, del quale, per fortuna, si riuscì a venire a capo, secondo quanto testimoniano articoli di stampa: lo scorso maggio sui social venne postato un video che raccontava che i cani del canile di Rimini erano rimasti vittime dell’allagamento dovuto al maltempo.
Conseguente a questa notizia data per certa, la richiesta di fondi per togliere gli animali dai guai.
Ma l’amministrazione comunale bloccò immediatamente la raccolta di fondi che risultò essere fittizia: i cani erano già stati trasferiti in un posto all’asciutto, erano tutti salvi e non c’era bisogno di alcun sostegno esterno al Comune, che aveva provveduto a fare il proprio dovere alla prima diffusione dell’allerta meteo. “Ci tengo a precisare che la notizia diffusa attraverso quel video, realizzato da una signora a noi sconosciuta, è priva di qualsiasi fondamento veritiero”, ha scritto la veterinaria responsabile del canile riminese. “Una signora a noi sconosciuta”, come l’ha definita il medico, che non sappiamo se avesse o no inoltrato un numero di Postepay o un Iban per i versamenti delle donazioni.
Probabilmente no, perché altrimenti sarebbe stata identificabile, se quel numero fosse stato riconducibile a lei. Ci sono spesso intere catene di nomi, dietro queste richieste di aiuto fake. Ma tra tanti nomi, l’aspirante donatore spesso riesce a risalire a uno che conosce.
E allora il gioco è fatto.
Stella Cervasio
giornalista, scrittrice, educatore cinofilo, studia gli animali e l’etica che deve informare i nostri rapporti con loro.
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