I cani associano i suoni alle forme, lo studio dell’Università di Parma
Bouba è rotondo, Kiki è spigoloso: lo sanno anche i cani
Proviamo un piccolo gioco. Davanti a noi ci sono due figure, una morbida e tondeggiante, l’altra tutta punte e angoli, e qualcuno ci chiede quale delle due si chiami Bouba e quale Kiki. Quasi tutti, a qualsiasi latitudine e in qualunque lingua, danno la stessa risposta: la forma rotonda è Bouba, quella spigolosa è Kiki. È il cosiddetto effetto Bouba-Kiki, descritto per la prima volta dallo psicologo Wolfgang Köhler alla fine degli anni Venti e studiato da allora come uno degli esempi più chiari di quanto i nostri sensi dialoghino fra loro.

Uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B racconta che questa associazione non è solo nostra; anche i cani domestici, a quanto pare, sentono che certi suoni hanno una forma.
Chi ha condotto la ricerca
Il lavoro, intitolato Hearing shapes: the Bouba-Kiki effect in adult domestic dogs e uscito il 14 ottobre, è stato condotto all’Università di Parma da Eleonora Biffi, dottoranda in Neuroscienze, e Giulia Pedretti, co-prime autrici, sotto la supervisione di Paola Valsecchi, docente di Etologia. Al gruppo hanno partecipato anche Simona Normando e Maria Loconsole dell’Università di Padova e Teddy Lazebnik, dell’Università di Haifa e della Jönköping University. Lo studio fa parte di un progetto più ampio, di tipo comparativo, che a Padova ha coinvolto anche pulcini e bambini; a Parma il soggetto di studio è stato il cane.
Come si è svolto l’esperimento
In tutto sono stati osservati 70 cani adulti. A ciascuno venivano mostrate contemporaneamente due immagini, una rotonda e una spigolosa, mentre venivano riprodotte in modo alternato le due pseudo-parole, cioè parole inventate e prive di significato. Le prove sono state divise in due studi: il primo con 51 cani, il secondo con 19.

Il secondo studio è il dettaglio che, da educatori, ci ha colpito di più. In quei 19 casi l’umano di riferimento indossava delle cuffie e non poteva sapere quale delle due parole stesse ascoltando il cane, così da escludere il cosiddetto effetto Clever Hans. Il nome viene da un cavallo che all’inizio del Novecento sembrava saper fare i conti, mentre in realtà leggeva i minimi segnali involontari di chi gli stava intorno; chi vive con un cane sa bene quanto sia bravo a fare la stessa cosa con noi, e i ricercatori hanno voluto togliere di mezzo proprio questa possibilità.
Che cosa hanno osservato
I cani hanno guardato più a lungo la forma rotonda quando sentivano Bouba e quella spigolosa quando sentivano Kiki. Dai 51 soggetti del primo studio è emerso anche altro, ovvero che i cani dirigevano il primo sguardo più in fretta verso la forma spigolosa, a prescindere dal suono, e la esploravano di più quando ascoltavano Kiki.
Proprio questa attenzione per le punte apre una domanda interessante. Nei bambini e nei pulcini l’effetto sembra particolarmente forte sul versante di Bouba e delle forme arrotondate, mentre nei cani potrebbe esserci una predisposizione percettiva diversa; per ora, spiegano dall’Università di Parma, non si può dire se dipenda da caratteristiche della specie, dall’esperienza individuale o dal tipo di oggetti con cui i cani hanno abitualmente a che fare.
Che cosa significa, e che cosa no
Secondo il gruppo di ricerca, i risultati indicano un’associazione spontanea fra suono e forma, coerente con l’effetto Bouba-Kiki, e rafforzano l’idea che questo fenomeno appartenga a un insieme più ampio di corrispondenze fra sensi diversi condivise da più specie, invece di essere una caratteristica solo umana e legata al linguaggio. Non è nemmeno la prima volta che i cani mostrano qualcosa di simile; altri studi avevano già osservato che tendono a collegare i suoni più acuti a corpi più piccoli e quelli più gravi a corpi più grandi.
Vale la pena dirlo chiaramente, perché titoli come “i cani capiscono le parole” arrivano in fretta: lo studio non dice nulla del genere. Bouba e Kiki non significano niente, né per noi né per loro, e quello che è stato misurato è dove e per quanto tempo i cani guardano, in condizioni sperimentali controllate. Le domande ancora aperte sono molte; bisognerà capire se questa associazione è presente già nei cuccioli, quanto è diffusa in altre specie e se la domesticazione e la vita accanto all’essere umano l’abbiano in qualche modo rafforzata. Gli stessi ricercatori indicano come pista futura anche il ruolo che questi meccanismi potrebbero avere nel modo in cui i cani elaborano la voce umana e i comandi, ma si tratta appunto di una pista, non di un risultato.
Il nostro punto di vista
Ci piacciono le ricerche come questa perché raccontano il cane per quello che è, un animale con un mondo percettivo ricco e in parte diverso dal nostro, senza bisogno di trasformarlo in un piccolo umano che parla una lingua segreta. È anche un bel segnale vedere un gruppo italiano firmare uno studio di questo livello, con un’attenzione al metodo (le cuffie agli umani di riferimento ne sono un esempio) che dovrebbe essere la norma quando si parla di cognizione canina.
La tentazione, adesso, sarà quella di tradurre tutto in consigli pratici, magari su come scegliere il nome del cane o il suono dei comandi; lo studio non autorizza niente del genere e noi preferiamo aspettare che la ricerca vada avanti. Nel frattempo possiamo portarci a casa qualcosa di più semplice, cioè la curiosità di osservare il nostro cane con un po’ più di attenzione, ricordandoci che percepisce il mondo intrecciando i sensi in modi che stiamo appena cominciando a capire.
Domande frequenti
Che cos’è l’effetto Bouba-Kiki?
È la tendenza ad associare la parola inventata Bouba a una forma rotonda e Kiki a una forma spigolosa. Il fenomeno, descritto per la prima volta dallo psicologo Wolfgang Köhler alla fine degli anni Venti, si osserva nelle persone di lingue e culture diverse ed è stato riscontrato anche nei pulcini.
Chi ha condotto lo studio sui cani?
La ricerca è stata condotta all’Università di Parma da Eleonora Biffi e Giulia Pedretti, sotto la supervisione di Paola Valsecchi, in collaborazione con l’Università di Padova, l’Università di Haifa e la Jönköping University. È stata pubblicata il 14 ottobre 2026 sulla rivista Proceedings of the Royal Society B.
Come si è svolto l’esperimento?
Sono stati osservati 70 cani adulti, divisi in due studi da 51 e 19 soggetti. A ogni cane venivano mostrate insieme una figura rotonda e una spigolosa mentre ascoltava, in modo alternato, le parole Bouba e Kiki; i ricercatori hanno poi misurato dove e per quanto tempo guardava.
L’umano di riferimento poteva influenzare il cane?
Nel secondo studio no: le persone che accompagnavano i 19 cani indossavano cuffie e non sapevano quale parola venisse riprodotta. In questo modo i ricercatori hanno escluso il cosiddetto effetto Clever Hans, cioè l’influenza involontaria di chi sta accanto all’animale.
Vuol dire che i cani capiscono le parole?
No. Bouba e Kiki sono parole inventate e senza significato; lo studio mostra un’associazione spontanea fra suoni e forme, cioè un collegamento fra sensi diversi, non una comprensione del linguaggio.
Posso usare questi risultati per scegliere nome o comandi del mio cane?
Al momento no. Gli stessi ricercatori indicano il rapporto con la voce umana e i comandi come una domanda da approfondire in studi futuri; per ora non ci sono basi per trasformare questi risultati in indicazioni pratiche.
Fonti: Proceedings of the Royal Society B (DOI 10.1098/rspb.2026.1209), Università di Parma, Royal Society.
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