Il regolamento europeo sull’allevamento è legge: l’Associazione Nazionale Gruppo Allevatori Cinofili dice quello che il settore non ha voluto sentire
Il 28 aprile il Parlamento Europeo approverà definitivamente il nuovo Regolamento sul benessere animale e sulla tracciabilità degli animali da compagnia. Una data che, per chi ha seguito con attenzione l’evoluzione normativa europea degli ultimi anni, non suona come una sorpresa. Suona come l’inevitabile compimento di un processo che una parte del mondo cinofilo italiano ha sistematicamente ignorato.
A dirlo con una chiarezza insolita per il settore, e con una certa dose di rabbia trattenuta a malapena, è l’Associazione Nazionale Gruppo Allevatori Cinofili, che in un post pubblicato in questi giorni ha scelto di non usare mezzi termini: “la narrazione è crollata. E non per opinione, ma per legge.”
Il tono del comunicato è quello di chi ha avvertito per mesi, ha ricevuto in cambio accuse di allarmismo, e ora si trova a dover descrivere quello che sta per accadere senza più la possibilità di essere smentito. “Quando noi abbiamo provato a fare informazione”, scrive l’associazione, “venivamo accusati di terrorismo e arroganza. Non era terrorismo: era realtà che avanzava.”
Cosa prevede il regolamento
Il testo che verrà votato il 28 aprile introduce un impianto normativo che non lascia margini interpretativi comodi. Spazi minimi strutturali obbligatori, accesso quotidiano all’esterno per i cani, formazione certificata per chi alleva, visite veterinarie periodiche documentate, registri, notifiche alle autorità, divieti riproduttivi, approvazioni preventive per alcune attività, controlli senza preavviso e sanzioni significative. Un sistema che, come già avevamo approfondito su queste pagine quando la proposta era ancora in fase di negoziato, punta a rendere tracciabile ogni cane immesso sul mercato europeo, partendo dal presupposto che una quota rilevante degli animali in circolazione provenga da allevamenti “grigi” o sub-standard.
L’allevamento familiare e amatoriale nella forma in cui è stato praticato e difeso in Italia, ossia come attività svolta in casa privata, senza obblighi strutturali né formativi, viene di fatto superato. Chi vorrà continuare a fare selezione dovrà organizzarsi diversamente, con strutture adeguate, con competenze certificate, con un rapporto trasparente con le istituzioni.
Il regolamento, va detto, non si limita alla dimensione commerciale: scoraggia implicitamente la selezione morfologica intensa, introduce limitazioni genetiche (divieto di incroci tra consanguinei stretti, limiti alle cucciolate), e vieta la partecipazione a esposizioni e gare per animali con caratteristiche estreme o sottoposti a mutilazioni. Un cambio di paradigma complessivo, che trasforma l’allevamento da pratica culturale a attività amministrata e vigilata.
Il problema italiano
L’Associazione Nazionale Gruppo Allevatori Cinofili punta il dito non solo sul regolamento in sé, ma sullo stato di totale impreparazione in cui questo testo si trova ad atterrare in Italia. Il nostro Paese, ricorda l’associazione, regge ancora la disciplina cinofila su norme risalenti al Regio Decreto del 1934, sull’Accordo Stato-Regioni del 2003 e su un’architettura normativa regionale frammentata e incoerente. Il Regolamento EU 429/2016 (Animal Health Law) è ancora in attesa di applicazione concreta perché manca il SINAC, bloccato da anni tra pressioni contrastanti. La Direzione Generale della Sanità Animale si trova in una situazione paradossale introdotta dal D.lgs. 134/22. Le Regioni producono norme incompatibili tra loro.
In questo contesto, un regolamento europeo di portata così ampia non troverà un sistema pronto ad applicarlo, ma un vuoto normativo che rischia di trasformare ogni interpretazione in arbitrio.
L’associazione non risparmia critiche dirette all’ENCI, accusato di non aver mai avuto interesse a proporre una legge quadro che riconoscesse dignità e responsabilità professionale all’allevatore, preferendo mantenere un settore frammentato e dipendente piuttosto che costruire un comparto autonomo e competente.
Il punto di Dogsportal
Non è la prima volta che su queste pagine sosteniamo che il settore cinofilo italiano abbia un problema strutturale con il futuro: lo abbiamo scritto riguardo al DDL 1572, lo ripetiamo oggi. Il post dell’Associazione Nazionale Gruppo Allevatori Cinofili ha il merito di essere scomodo nel modo giusto. Dice quello che molti sanno ma pochi vogliono mettere per iscritto: che la difesa dell’allevamento amatoriale “come è sempre stato” non era una postura culturale, era un ritardo organizzato. Che l’assenza di una rappresentanza seria ha lasciato il settore senza voce nel momento in cui le regole venivano scritte a Bruxelles. Anche se oggi si fa a Bruxelles a parlare di “Modello italiano”.
Ora tocca scegliere se costruire qualcosa di nuovo o aspettare che le norme decidano per tutti.
Non siamo d’accordo su tutto. Il regolamento europeo contiene misure che condividiamo nel principio, come la tracciabilità, la lotta agli allevamenti substandard e i limiti alla selezione per caratteri estremi, ma che rischiano di essere applicate in modo rigido in un Paese che non ha ancora gli strumenti per farlo con equità. Il rischio concreto è che le regole penalizzino chi lavora bene e non raggiungano chi opera nell’ombra, come spesso accade quando le norme arrivano senza un sistema di accompagnamento adeguato. Quello che serve, e che manca, è un processo serio di adeguamento progressivo, con sanatorie ragionate e percorsi formativi accessibili, non una deadline che cade su un vuoto istituzionale.
La data del 28 aprile non è un allarme. È un fatto. E i fatti, come ricorda l’associazione, non hanno bisogno di essere creduti per essere veri.
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