Notizie e approfondimenti sul lupo

Lupi, cani ed esseri umani: la lezione di un’antica convivenza.

Uno studio pubblicato di recente sulla celebre rivista scientifica PNAS (“Gray wolves in an anthropogenic context on a small island in prehistoric Scandinavia”) indica che lupi ed esseri umani hanno vissuto una relazione non casuale e non episodica in un contesto pienamente sotto il nostro controllo. 

Si tratta di una scoperta di grande valore che merita di essere raccontata, ma senza cadere nell’equivoco di parlare di una “nuova teoria della domesticazione”, come invece hanno fatto anche autorevoli quotidiani.

Non è questo il tema, anche se l’importanza della cosa rimane notevole. Ecco di cosa si tratta.

Per oltre un secolo, la grotta di Stora Förvar, sull’isola baltica di Stora Karlsö (Svezia), ha restituito agli archeologi un patrimonio di straordinaria ricchezza. I depositi lasciati dall’attività umana conservano migliaia di resti di animali, insieme a tracce continue di frequentazione che vanno dal Mesolitico all’Età del Bronzo. È in questo contesto che già negli anni Venti del Novecento alcuni resti di canidi avevano alimentato un’ipotesi allora considerata azzardata: che sull’isola fossero presenti lupi portati dall’uomo e mantenuti in un contesto umano.

Tuttavia, non si tratta di una nuova “lettura” della domesticazione del lupo, che all’epoca era già avvenuta da millenni, bensì dell’evidenza di una presenza ripetuta di questi predatori in contesti umani e in epoche in cui i cani erano già pienamente domestici.

Il punto di partenza è chiaro: i resti di almeno due canidi vissuti in epoche diverse, uno nel Neolitico medio e l’altro all’inizio dell’Età del Bronzo, quindi in un arco di tempo compreso tra circa 4.800 e 3.100 anni fa. Provengono entrambi dalla grotta citata, utilizzata per secoli come base stagionale per la caccia alle foche, la pesca e altre attività umane legate allo sfruttamento delle risorse marine.

Stora Karlsö è una piccola isola calcarea distante circa 80 km dalla Svezia. Non è mai stata collegata alla terraferma e, a quanto risulta dalle ricerche archeologiche, non ha mai avuto una propria fauna terrestre di grandi dimensioni. In altre parole, la presenza di lupi sull’isola, così come di altri animali comunemente parte della dieta umana, non può essere spiegata con una colonizzazione naturale ma solo con un’introduzione da parte nostra, come indicato dallo studio.

La prima domanda, a questo punto, è inevitabile: a che specie appartengono quei resti?

Dal punto di vista genetico, la risposta è netta. I genomi analizzati mostrano un’ascendenza sovrapponibile a quella dei lupi eurasiatici e non presentano affinità significative con la linea dei cani domestici.

È un passaggio fondamentale, perché sgombra il campo dall’equivoco più frequente: non siamo di fronte a “protocani” né a forme intermedie avviate verso la domesticazione: erano lupi veri e propri.

Dal punto di vista della taglia, uno degli individui si colloca nella fascia più bassa della variabilità conosciuta per questa specie. L’altezza ridotta in sé non dimostra nulla ma acquista significato se letta insieme ad altri elementi. Tra questi c’è un dato genetico particolarmente rilevante: una bassa eterozigosi, inferiore a quella osservata in decine di altri lupi antichi analizzati su scala globale e paragonabile a quella dei cani. Soffermiamoci su questo.

Una bassa eterozigosi, in sintesi, significa che i due corredi genetici ereditati dai genitori tendono a essere molto simili. Questo accade generalmente quando una popolazione è numericamente ridotta, isolata o soggetta a riproduzione tra individui imparentati (il famoso inbreeding).

Nei cani domestici la bassa eterozigosi è una conseguenza nota della gestione e del controllo riproduttivo da parte nostra; nei lupi selvatici, invece, valori così bassi sono rari e in genere legati a situazioni di forte isolamento o a “colli di bottiglia” demografici. Per questo, anche se nel caso dei lupi di Stora Karlsö la ridotta eterozigosi non rappresenta una prova inconfutabile di domesticazione, costituisce comunque un indizio coerente con l’ipotesi di una popolazione numericamente ridotta e compatibile con una qualche forma di controllo umano, come ipotizzato dagli autori. Ma c’è dell’altro e “pesa” parecchio.

Le analisi isotopiche indicano che questi lupi si nutrivano in larga misura di risorse marine, in particolare di pesce e di altri organismi acquatici. Ciò li distingue nettamente sia dai cani domestici i cui resti sono stati ritrovati nello stesso sito sia dalla maggior parte degli altri canidi preistorici della Scandinavia, che mostrano un maggiore consumo di risorse terrestri o di grandi mammiferi marini come le foche.

Una dieta marina stabile, in una zona dove non si verificano migrazioni di salmoni dal mare ai corsi d’acqua interni, è difficile da spiegare senza un accesso costante a risorse derivanti dalla pesca condotta dagli esseri umani, sotto forma di scarti o di foraggiamento diretto.

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C’è poi un dettaglio particolarmente significativo: uno dei lupi presenta una patologia ossea avanzata nell’omero, cosa che ne avrebbe compromesso la mobilità. E un lupo con capacità locomotorie compromesse difficilmente riesce a sopravvivere a lungo, in assenza di un accesso facilitato alle risorse.

Che questo accesso al cibo fosse garantito direttamente dagli esseri umani o mediato da altri lupi non possiamo saperlo, ma in entrambi i casi si tratta di alimenti procurati dall’uomo con la pesca: dunque, siamo di fronte a una coesistenza stretta tra Homo sapiens e Canis lupus in epoche in cui il cane era già pienamente domestico e inserito nelle comunità umane.

Gli autori dello studio, ed è un punto importante, non puntano alla “domesticazione”.

La loro interpretazione ruota invece attorno all’idea di “controllo umano” come ipotesi più probabile. Esistono ovviamente altre possibilità: una migrazione volontaria dei lupi attraverso il mare ghiacciato, ma sull’isola non avrebbero trovato cibo per sopravvivere da soli; oppure il foraggiamento da parte nostra finalizzato allo sfruttamento delle pellicce, da sempre considerate tra le più efficaci come protezione dal freddo, ma lo studio non indica la presenza di resti ossei di lupi che giustifichino una sorta di “allevamento di animali da pelliccia”.

Un terza ipotesi, del tutto personale ma coerente con molte delle culture del passato, potrebbe essere questa: che quelle antiche comunità umane, come moltissime altre dai Vichinghi ai Nativi americani, considerassero il lupo una creatura a suo modo “magica” e “sacra” e, quindi, volessero averne sempre alcuni esemplari intorno, allevati e nutriti a tale scopo.

Una quarta possibilità, sempre frutto di personali riflessioni, prevede invece che quegli antichi pescatori e cacciatori di foche re-ibridassero di tanto in tanto i loro cani con i lupi, per esempio per incrementare doti particolarmente spinte utili per la caccia,. Del resto, lo abbiamo fatto anche noi in epoche assai recenti con il Cane Lupo Cecoslovacco o il Saarloos, pur se con obiettivi diversi dall’impiego venatorio.

Ma a parte le diverse ipotesi, tutte da dimostrare, questo studio assume un valore particolare a prescindere. Non perché riscriva la storia della domesticazione del cane, che all’epoca era già un fatto compiuto da millenni, ma perché mostra che comunità umane abituate a vivere con i cani erano ancora capaci di convivere anche con lupi veri e propri, senza sterminarli ma, anzi, probabilmente accudendoli direttamente o indirettamente. Una convivenza “informata e consapevole”, diremmo oggi.

I lupi di Stora Karlsö non sono “l’inizio del cane”: c’era già. Sono piuttosto la testimonianza di un momento in cui i progenitori dell’uomo e del cane hanno condiviso spazi e risorse in un mondo già in buona parte dominato da noi.

Si tratta di una lezione preziosa che arriva da un passato remoto e che interroga direttamente un presente in cui la nostra capacità di accettare la presenza del lupo sembra essersi assottigliata, proprio mentre le nostre conoscenze specifiche, almeno sulla carta, non sono mai state così avanzate.

Una lezione che dovremmo studiare, apprendere e diffondere per superare l’ignoranza, la pessima stampa e, per quanto incredibile sia, il vero e proprio odio che anima il dibattito sul lupo. Una creatura che, piaccia o meno, fa parte della nostra storia da millenni e che ci ha donato l’amico più prezioso che potessimo incontrare: il cane

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Andrea Comini

Educatore Cinofilo & Giornalista

Educatore e istruttore cinofilo FISC da oltre vent’anni, consulente comportamentale e giornalista professionista. Studioso di etologia del cane e del lupo, si è formato con maestri internazionali ed è docente in corsi per educatori.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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