Sanità veterinaria pubblica: l’illusione di un sistema impossibile e la paura del privato
Il tema che propongo è se il sistema sanitario nazionale potrà mai farsi carico degli animali cosiddetti d’affezione, in relazione alla Sanità veterinaria pubblica. E a quale prezzo. La domanda appare retorica, e forse lo è. E lo è nella misura in cui si vuole far passare il concetto che il consesso sociale sia pronto a questo cambiamento, a prescindere dalla imbarazzante mancanza di fondi e risorse per il servizio sanitario umano. Che deve essere, piaccia o non piaccia, il punto di partenza di una simile analisi.
Personalmente non lo credo affatto. I segnali, costanti, provenienti dalla politica, dal potere esecutivo travestito da potere legislativo come nello stato di Clerville, lo dimostrano. Gli animali sono importanti, vanno tutelati ma vengono prima gli umani. Un politico che oggi ricopre cariche importanti lo gridò un giorno davanti ad una platea entusiasta. Questa priorità riguarda anche le cure.
Quanto ci costano i nostri animali? I numeri della spesa veterinaria in Italia

È fondamentale considerare come la Sanità veterinaria pubblica possa influenzare la qualità delle cure disponibili per i nostri animali.
Ho letto su Il Sole 24 Ore che la spesa per le cure degli animali domestici, tra prestazioni veterinarie e costo dei farmaci, è passata da 642,14 milioni nel 2016 a 1.236,96 milioni nel 2024. Di cui 866 milioni per spese veterinarie e 320 per farmaci. Le detrazioni fiscali continuano ad essere poca cosa, come anche le misure previste in caso di ISEE comunque inferiori all’inverosimile, ammesso che ne permangano i fondi disponibili.
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Tralascio i dati relativi alla pet economy, imbarazzanti. E che dovrebbero farci riflettere. Sotto accusa, non direttamente ma implicitamente, la categoria dei veterinari e le case farmaceutiche. I primi perché avrebbero – vox populi – costi inarrivabili, le seconde perché erroneamente ritenute enti filantropici.
L’evoluzione della medicina veterinaria: eccellenza diagnostica e costi inevitabili
Parto dai veterinari. Credo sia più che evidente come il veterinario non si riconosca più in quella antica pubblicità dell’amaro Averna, invisa anche agli stessi veterinari. E mi permetto di aggiungere: meno male. La medicina veterinaria ha oggi raggiunto standard elevati: una diagnostica più che avanzata che ci permette, in una volta sola, di pervenire con immediatezza a diagnosi preziose. E quindi a cure altrettanto preziose. Tale risultato non può che avere un costo che, senza se e senza ma, è impensabile sia oggi posto a carico dello Stato. Il cui servizio sanitario nazionale fa acqua da tutte le parti pur avendo centri di pura eccellenza. Non devo certo ricordare quali siano le enormi criticità e quanto il diritto alla salute costituzionalmente garantito sia inficiato.
Si dice che la sanità veterinaria sia in mano alle multinazionali. Nella misura in cui ciò è vero, tanto non deve rappresentare un fattore negativo a prescindere. Si tratta di mercato. La domanda cresce in modo esponenziale e l’offerta si organizza. Come avviene anche nella medicina umana.
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Limitarsi a sottolineare una ritengo inesistente responsabilità della classe veterinaria (esercitata come noto secondo strutture diverse quali studi, ambulatori, cliniche, ospedali) per i costi diventati davvero importanti per accedere alle migliori cure dei nostri animali potrebbe condurre, temo, ad una conseguenza assai pericolosa. Quella della automedicazione, già purtroppo assai diffusa. Lascio immaginare quale possa essere il passo successivo ad una automedicazione non riuscita.
Il coraggio della responsabilità: la consapevolezza dei costi prima dell’adozione
Consapevole che si tratta di una affermazione impopolare dobbiamo avere il coraggio di partire da noi stessi. Mi spiego. Temo che ciò che non poche volte manchi sia quella consapevolezza di un onere economico importante che occorrerà affrontare e onorare quando si decide di convivere con un animale.
Non esiste un diritto alla cura gratuita dei nostri animali, nonostante la riforma dell’art. 9 della Costituzione. E quando per avventura (o forse disavventura) ci si dovesse trovare ad affrontare quell’onere economico colposamente inaspettato non potremo dire “se me lo dicevi prima”, come cantava Jannacci. Gli animali non sono cose, si rivendica. Vero. Altrettanto vero che non poche volte li consideriamo come cose. Dimenticando che un cane o un gatto non hanno una scadenza, come il latte (cit. di una pubblicità OIPA con Ale e Franz).
Veterinaria pubblica: un’utopia di fronte alle carenze del sistema umano?
Pensare ad una veterinaria pubblica vorrebbe dire avere consapevolezza che già esiste una medicina veterinaria che non è affare esclusivo degli animali d’affezione. È quella pubblica che svolge funzioni importantissime quali la prevenzione delle zoonosi, la (nostra) sicurezza alimentare, la farmacosorveglianza. Attività che ha bisogno di fondi.
Possiamo davvero immaginare oggi una rete di strutture veterinarie pubbliche accessibili da chiunque ne avesse bisogno e dunque anche in quelle località particolari, oggi prive di presidi veterinari (penso alle piccole isole)? Suvvia. Si ha idea del costo che comporta avere un Pronto Soccorso veterinario H24?
Ancora una provocazione. Proviamo a non intasare i canili, che non poco incidono sulle spese degli enti pubblici. Proviamo a evitare di acquistare cani in rete, di provenienza illecita o gravemente sospetta. Cani che otto volte su dieci avranno necessità di cure veterinarie quando ancora possibili. Evitiamo di acquistare cani che sappiamo già trascorrere buona parte della loro esistenza in una clinica veterinaria per patologie che certamente si manifesteranno. Come in più di una occasione mi ha raccontato il mio amico Massimo Raviola, veterinario e autore di un libro molto interessante (“Che razza di bastardo”).
Insomma, facciamocene una ragione. Esiste un insanabile conflitto tra risorse pubbliche (limitate) e la crescente domanda di cure veterinarie.
Il dilemma del farmaco: veterinario o umano? Efficacia, costi e sicurezza
Vengo al costo dei farmaci. Liquidare la vicenda individuando nel (solo) minor costo il vero e unico discrimine tra una soluzione farmacologica piuttosto che un’altra lo trovo fuorviante. Preso atto della rivendicata sostituibilità del farmaco veterinario con quello umano contenente lo stesso principio attivo, possiamo affermare il contrario? Noi umani siamo disposti a curarci con farmaci ad uso veterinario? La domanda è tutt’altro che banale.
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Ciò che è efficace per l’uomo lo è aprioristicamente anche per l’animale? Un farmaco prodotto e pensato per un essere umano potrebbe essere altra cosa rispetto ad un farmaco pensato, studiato e sperimentato per gli animali? Al netto di tali interrogativi scientifici ai quali chi scrive non sa dare risposta alcuna, una cosa è incontrovertibile. Un farmaco non si autosomministra dal momento che attore unico e assoluto protagonista nel decidere quale approccio terapeutico utilizzare è – e deve essere – il medico veterinario.
È indubbio il risparmio che inevitabilmente potrebbe derivare dalla prescrizione di un farmaco ad uso umano in luogo di uno veterinario. Ma se non ricordo male il Ministero della Salute aveva affermato che ogni principio attivo deve essere studiato sulla specie animale a cui è destinato, con indicazioni e posologie accuratamente sperimentate per ognuna di esse, tenuto conto dei diversi metabolismi e di conseguenza della differente farmacodinamica e farmacocinetica. Ovviamente pronto a essere smentito da chi ne sa.
Oltre l’assistenzialismo: detrazioni, assicurazioni e il modello delle convenzioni
Preso atto che lo Stato oggi, come ieri e credo come domani, non ha alcuna intenzione di farsi carico di alcuna spesa veterinaria (e farmaceutica) rimangono percorribili altre strade alternative alla immaginifica sanità pubblica in favore degli animali (leggi: mutua).
Un modello concreto: L’Ambulatorio Sociale in Piemonte
Mentre il dibattito sulla “mutua per tutti” resta aperto, la Regione Piemonte ha tracciato una strada percorribile inaugurando il primo Ambulatorio Veterinario Sociale.
Non si tratta di sanità gratuita universale, ma di un servizio mirato e assistenziale: offre visite, vaccinazioni, sterilizzazioni e microchippatura gratuitamente, ma esclusivamente agli animali d’affezione di persone già in carico ai servizi sociali. Un esempio di come il pubblico possa intervenire a tutela delle fasce fragili e per la prevenzione degli abbandoni, senza promettere l’impossibile.
Alludo ad un serio aumento delle detrazioni fiscali; alla riduzione se non eliminazione delle aliquote gravose su alcune prestazioni medico veterinarie quali sterilizzazione e microchippatura.
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Mi riferisco ad una riduzione del costo di registrazione dei farmaci veterinari. Ad una cultura assicurativa da incentivare seriamente, che in parte potrebbe sostituire il servizio sanitario nazionale. Ammesso che le imprese assicuratrici non pensino solo al profitto ma creino polizze davvero utili.
Si potrebbe incentivare l’utilizzo del farmaco generico veterinario rendendolo individuabile per principio attivo e non, come avviene adesso, per nome di fantasia. Ottenere la riduzione dei prezzi dei farmaci veterinari salvavita e di quelli per le terapie di lunga durata. Bandire lo spreco del farmaco ad uso veterinario secondo il principio per cui se ne usa quanto serve e quando serve, come credo avvenga in buona parte nel resto dell’Europa.
Nell’attesa, diventano auspicabili quando necessarie allargate convenzioni con i veterinari libero professionisti. Ne è concreta dimostrazione il recente “Protocollo d’intesa finalizzato a promuovere la relazione tra persone e animali d’affezione quale azione di promozione della salute” tra Comune di Torino (con l’Assessorato al Welfare, Diritti e Pari Opportunità e l’Assessorato alla Cura della Città e Tutela degli animali), LAV sede di Torino, l’Ordine Medici Veterinari di Torino e il Dipartimento Scienze Veterinarie dell’Università di Torino.
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