Stress nel cane: il contatto fisico abbassa il cortisolo, lo studio di Pisa
Novantanove cani, una stanza sconosciuta, separazioni e ricongiungimenti. La ricerca pubblicata su Scientific Reports ha misurato cosa succede nel corpo del cane quando il legame con la persona di riferimento viene messo alla prova, e ha trovato un risultato che non riguarda lo stile di attaccamento ma il contatto
Come reagisce il corpo di un cane quando la persona con cui vive esce da una stanza e lo lascia solo con uno sconosciuto? E quanto di quella reazione dipende dal tipo di legame che i due hanno costruito nel tempo? Sono le domande da cui parte una ricerca coordinata dal Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa, firmata da Giacomo Riggio, Carmen Borrelli, Marco Campera, Silvana Diverio e Chiara Mariti, pubblicata su Scientific Reports e realizzata in collaborazione con la Oxford Brookes University e con il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Perugia.
Come si è svolto il test
Allo studio hanno partecipato 99 coppie formate da un cane e dalla persona che se ne prende cura. I test si sono svolti tra agosto 2021 e ottobre 2022, nei laboratori di Pisa e Perugia, in due stanze identiche di poco più di quattro metri per lato, sconosciute a tutti i cani coinvolti. Nella stanza c’erano solo due sedie, tre giochi (una corda, un peluche e un Kong vuoto) e due videocamere agli angoli opposti.
Il protocollo utilizzato si chiama Strange Situation Procedure ed è stato ideato negli anni Settanta dalla psicologa Mary Ainsworth per studiare l’attaccamento nei bambini piccoli. Si articola in sette episodi di pochi minuti ciascuno, costruiti per far salire gradualmente il livello di stress. Il cane esplora la stanza insieme al proprio umano di riferimento, poi entra una persona sconosciuta, poi la persona di riferimento esce e lascia il cane con lo sconosciuto, poi rientra, poi il cane resta completamente solo, e così via fino all’ultimo ricongiungimento. Nella versione usata a Pisa, il sesso della persona sconosciuta corrispondeva sempre a quello del caregiver.
Ogni sessione è stata videoregistrata e osservata in modo indipendente da due ricercatori addestrati, che hanno assegnato a ciascun cane uno stile di attaccamento sulla base di come si comportava nei momenti di separazione e soprattutto in quelli di ritorno.
Come si distinguono gli stili di attaccamento
La classificazione prevede quattro possibilità. Il cane sicuro cerca il contatto quando la persona rientra, si lascia rassicurare e torna a esplorare. Il cane insicuro-ansioso mostra una richiesta di contatto insistente e faticosa da placare, spesso mescolata a segnali di resistenza. Il cane insicuro-evitante tende a ignorare o a minimizzare il ritorno, mantenendo le distanze. Il cane disorganizzato mostra comportamenti contraddittori, senza una strategia riconoscibile.
Nel campione, il 64,6% dei cani è risultato sicuro (64 soggetti), il 15,2% insicuro-ansioso (15), il 17,2% insicuro-evitante (17), il 2% disorganizzato (2) e l’1% non classificabile (1). Gli ultimi tre casi erano troppo pochi per poter essere analizzati statisticamente, quindi i confronti riguardano 96 cani.
Cosa è stato misurato nel corpo
Al termine del test, mentre la persona di riferimento aiutava a tenere fermo il cane con delicatezza, i ricercatori hanno rilevato pressione arteriosa e frequenza cardiaca con un apparecchio applicato alla coda, frequenza respiratoria e temperatura rettale.
Sono stati raccolti anche due tipi di campioni di cortisolo, l’ormone che il corpo produce quando l’asse dello stress si attiva. Il primo è il cortisolo nella saliva, prelevato con un tampone prima del test e di nuovo nove minuti dopo la fine: racconta quello che è successo in quel momento, cioè lo stress acuto. Il secondo è il cortisolo nel pelo, prelevato dalla zona posteriore della coscia e standardizzato a due centimetri di lunghezza: il pelo incorpora l’ormone mentre cresce, quindi restituisce una fotografia dello stress accumulato in un arco di tempo molto più lungo, settimane o mesi. È la misura dello stress cronico.
Cosa è emerso sullo stress acuto
Qui lo stile di attaccamento ha fatto la differenza in modo chiaro. I cani insicuri-ansiosi avevano una frequenza cardiaca più alta sia dei cani sicuri sia degli evitanti, e una temperatura corporea più alta rispetto a entrambi gli altri gruppi. Anche il cortisolo salivare raccolto a fine test era più elevato nei cani ansiosi rispetto ai sicuri e agli evitanti.
Nei cani evitanti è emerso un dettaglio particolare: chi durante il test mostrava più comportamenti di evitamento aveva valori di cortisolo salivare già più alti prima ancora che il test iniziasse. Sugli altri parametri, però, gli evitanti risultavano simili ai sicuri. Gli autori invitano alla prudenza nell’interpretare questo dato, perché la strategia evitante potrebbe corrispondere a una reale riduzione della risposta emotiva oppure alla sua semplice non manifestazione, con l’attivazione interna che resta. Con soli 17 cani evitanti non è possibile stabilire quale delle due cose stia accadendo.
Su altri parametri le differenze non hanno retto alla verifica statistica. La pressione arteriosa, più bassa nei cani sicuri rispetto agli ansiosi, perde significatività quando si applica la correzione per i confronti multipli, cioè il controllo che serve a evitare risultati apparenti quando si testano molte variabili insieme. Lo stesso vale per la variazione del cortisolo tra inizio e fine del test. Sulla frequenza respiratoria non è emersa alcuna differenza.
Cosa è emerso sullo stress cronico
Il cortisolo nel pelo non è risultato collegato allo stile di attaccamento. Sicuri, ansiosi ed evitanti non mostravano differenze significative su questo parametro, esattamente come era già avvenuto in uno studio preliminare degli stessi autori nel 2022, condotto però su soli venti cani.
A collegarsi al cortisolo nel pelo è invece un comportamento specifico, che nella Strange Situation si chiama mantenimento del contatto. È una delle dimensioni che gli osservatori valutano negli episodi di ricongiungimento e misura quanto un cane si impegna a restare a contatto fisico con la propria persona una volta che l’ha raggiunta, e quanto resiste all’idea di interrompere quel contatto.
Il risultato è che più alto è il punteggio di mantenimento del contatto, più basso è il cortisolo nel pelo. Lo stesso comportamento si associa anche a una frequenza cardiaca più bassa. In entrambi i casi la relazione vale a prescindere dallo stile di attaccamento del cane, quindi anche nei cani classificati come ansiosi.

Come lo leggono gli autori
Nella lettura proposta nel testo, il contatto fisico non funzionerebbe soltanto come segnale di una relazione ben costruita, ma anche come meccanismo biologico a sé stante. Il contatto agisce sull’equilibrio tra sistema nervoso simpatico e parasimpatico e sull’asse dello stress, con il sistema dell’ossitocina come possibile intermediario, un effetto già documentato sia nella relazione tra bambino e figura di riferimento sia in quella tra cane e persona.
Gli autori aggiungono un’ipotesi: se un cane cerca e mantiene molto il contatto in laboratorio, è probabile che faccia lo stesso nella vita quotidiana, e questa abitudine ripetuta nel tempo potrebbe essere ciò che si riflette nel cortisolo del pelo.
Nelle dichiarazioni diffuse dall’ufficio stampa dell’Università di Pisa, la professoressa Chiara Mariti sintetizza così il messaggio che ne ricava:
“Al di là delle differenze nel tipo di legame, il messaggio che emerge è molto chiaro: quando un cane cerca il contatto con la persona di riferimento, rispondere in modo positivo è benefico per il suo benessere. Le carezze, la vicinanza e il contatto fisico non sono semplici gesti di affetto, ma rappresentano un importante fattore di protezione, capace di contribuire a ridurre lo stress dell’animale anche nel lungo periodo.“
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Va precisato che la risposta della persona non rientra tra le variabili misurate nello studio, come gli autori stessi segnalano tra i limiti del lavoro. Sempre nelle dichiarazioni all’ateneo, Mariti aggiunge che gli effetti di una relazione di qualità non si limitano al modo in cui il cane affronta un singolo episodio stressante, e indica in questi risultati una base per ripensare l’approccio al benessere dei cani in termini di qualità della relazione e di rispetto, al posto di vecchie concezioni fondate sull’imposizione.
I limiti dichiarati nello studio

Il testo indica con chiarezza cosa la ricerca non ha potuto stabilire. Il primo limite riguarda le persone: tutto ciò che è stato osservato e quantificato riguarda il comportamento dell’animale, non quello di chi lo accompagnava. Capire se la sensibilità della persona faccia da tramite tra il contatto e la risposta fisiologica è indicato come la priorità per le ricerche successive.
Il secondo limite riguarda il campione. Sono stati inclusi solo cani fisicamente sani, di almeno due anni, che convivevano con la stessa persona da più di sei mesi. Questo ha ridotto i fattori di disturbo legati alle malattie, ma ha escluso i cani impegnati in attività lavorative o sportive, le cui dinamiche relazionali potrebbero funzionare diversamente. Il terzo limite riguarda l’attaccamento disorganizzato, troppo raro nel campione per essere studiato.
C’è infine una caratteristica generale da tenere presente: lo studio descrive associazioni tra comportamenti e parametri fisiologici, non rapporti di causa. Osserva che due cose vanno insieme, non dimostra che una produca l’altra.
A cosa può servire, nella pratica
Il risultato più immediatamente utilizzabile riguarda i momenti di paura. Quando un cane cerca il contatto fisico durante una situazione che lo mette in difficoltà, assecondarlo non risulta associato a nessun peggioramento dei parametri fisiologici misurati, e i cani che mantenevano di più il contatto avevano frequenza cardiaca e cortisolo nel pelo più bassi. Questo vale anche per i cani con attaccamento ansioso, cioè proprio quelli a cui più spesso viene attribuita una richiesta di vicinanza da contenere. Il dato non dice che consolare risolva il problema, dice che nei cani osservati la ricerca di contatto andava insieme a valori più bassi, non più alti.
Il secondo punto riguarda il modo di leggere un cane che sembra tranquillo. I cani evitanti, quelli che al ritorno della persona restano distanti e apparentemente indifferenti, mostravano valori di cortisolo salivare già alti prima dell’inizio del test, pur avendo parametri cardiaci simili ai cani sicuri. Il comportamento visibile e lo stato interno, in altre parole, non coincidono sempre. Per chi lavora con i cani o convive con un cane poco espressivo, è un promemoria concreto: l’assenza di segnali evidenti non è di per sé una prova di benessere.
C’è poi una distinzione che questo studio aiuta a tenere separata, quella tra stress acuto e stress cronico. Sono due cose diverse, si misurano con strumenti diversi e in questo campione rispondevano a fattori diversi. Un cane può reagire in modo intenso a un singolo episodio senza per questo portarsi addosso un carico prolungato, e viceversa. È una distinzione che nella divulgazione cinofila viene spesso schiacciata sotto la parola unica “stress”, e che invece cambia il modo di impostare sia la valutazione sia il lavoro educativo.
Per chi si occupa di adozioni e di canile, infine, c’è un elemento di contesto poco commentato: quasi un terzo dei cani coinvolti proveniva da canili o percorsi di rescue, e la distribuzione degli stili di attaccamento nel campione complessivo resta a maggioranza sicura, con circa due cani su tre. Lo studio non confronta i cani adottati con gli altri e non permette di trarre indicazioni su questo punto, ma segnala che il campione della ricerca cinofila italiana somiglia alla popolazione reale di cani che vivono nelle case italiane, meticci compresi.
Su tutto questo resta valido il limite principale del lavoro: nessuno ha misurato come le persone rispondevano. Quello che emerge riguarda il cane e il suo corpo, e va usato per capire meglio cosa osservare, non come istruzione su cosa fare.
Chi erano i cani coinvolti
Il 45,8% del campione era composto da meticci. Quanto alla provenienza, il gruppo più numeroso arrivava da canili e percorsi di adozione (30,2%), seguito da allevamenti amatoriali (27,1%) e professionali (20,8%), con quote minori di cani nati in casa, trovati per strada o arrivati da negozio. L’età media era di 6,5 anni e la convivenza media con la persona di riferimento di 5,4 anni. Tra le razze la più rappresentata era il Labrador Retriever, con nove soggetti. Le persone che hanno portato il proprio cane al test erano donne nell’82,3% dei casi.
Lo studio si intitola Attachment patterns toward the caregiver modulate canine physiological indicators of acute and chronic stress ed è pubblicato in accesso aperto su Scientific Reports. I dati grezzi sono depositati nel repository dell’Oxford Brookes University. I risultati sono stati diffusi anche dall’ufficio stampa dell’Università di Pisa.
Fonti: Scientific Reports (DOI 10.1038/s41598-026-60741-1), Università di Pisa
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