Una vita con i cani. Intervista a Sara Poma
L’autrice e curatrice di podcast per Chora Media ci racconta la sua vita con Ope e Sofì Gisella, tra incontri fortunati e cambiamenti indelebili.
Qualche tempo fa, alla ricerca di un podcast da ascoltare, mi sono imbattuta ne Gli occhi d’oro. Memorie di un cane albanese.
La voce narrante era quella di Sara Poma, autrice e curatrice di podcast per Chora Media, una delle più importanti storytelling e podcast company in Italia.
Gli occhi d’oro ripercorre la vita rocambolesca di Ope, il cane che Sara e Lucrezia, sua moglie, accolgono nella loro casa e amano fino alla sua scomparsa. Il racconto sonoro è un modo per celebrarne il ricordo e affrontare la sua mancanza. Abbiamo intervistato Sara Poma per chiederle di condividere con noi la sua vita con i cani, tra incontri fortunati e cambiamenti indelebili.
Come è iniziata la tua vita con i cani?
È iniziata innamorandomi di un cane. Io sono sempre stata più gattara, infatti ho una gatta che è la mia amica e compagna di vita da quasi 20 anni. I cani non li avevo mai calcolati troppo: non è che non mi piacessero, ma nessuno intorno a me aveva cani e non avevo mai fatto veramente amicizia con uno di loro finché non ho incontrato Bubi, una meticcia tranquilla e gentile di una mia cara amica, che ho conosciuto quando avevo già più di 30 anni. Mi sono innamorata di questo cane e questa mia amica ogni tanto me lo lasciava. Ho iniziato, quindi, a passare giorni — e una volta anche una settimana — insieme a Bubi, io e lei. Tra noi si è creata una relazione e da allora mi è rimasto questo sogno di avere un cane. Solo che mi sembrava un’impresa infattibile a Milano. Poi ho conosciuto Lucrezia, che sarebbe diventata mia moglie, e anche lei sentiva questa chiamata.Quindi, senza pensarci troppo, ci siamo dette “Ok, dai, prendiamo un cane”. A quel punto è arrivata Ope nella nostra vita.
Ope è la protagonista del tuo podcast, Gli occhi d’oro. Racconti che viene dall’Albania e ha un lungo passato in strada, durante il quale subisce un atto di crudeltà. Per salvarle la vita, una ragazza la affiderà a un’associazione italiana attraverso cui, infine, arriverà nella vostra casa. Come è andato il percorso d’adozione?
Una nostra amica conosceva questo rifugio che si occupava dell’adozione di cani sfortunati che arrivavano dall’Europa dell’Est. Abbiamo visto la foto di Ope ed è scattato qualcosa. Ancora ricordiamo quel momento, la foto di lei che sorrideva all’obiettivo, e ricordiamo quando siamo andate a prenderla, perché avevamo veramente paura che, dopo averla conosciuta, ci dicessero che non ce la volevano più dare. Avevamo vissuto una settimana in apnea e, quando Lucrezia mi telefonò per dirmi che l’avevano chiamata dal rifugio per comunicarci che ci avrebbero portato Ope, ero in una riunione di lavoro importantissima e sono uscita per ricevere la telefonata. È stata un’emozione gigantesca. Nonostante, appunto, nell’annuncio ci fosse scritto che era un’adozione del cuore, è andata molto bene perché comunque lei era un cane molto tranquillo e andava d’accordo con le persone. I primi giorni era terrorizzata dalla strada: la prima volta che abbiamo attraversato la strada davanti a casa, abbastanza trafficata, lei era molto spaventata e ci abbiamo messo tantissimo per percorrere 50 metri. Però, nonostante questo, si è adattata subito. Ha capito subito che quella era la sua casa, con il suo divano, che finalmente si poteva rilassare, che quella era una dimensione protetta che la faceva stare bene. È stato più complesso dal punto di vista dei vari problemi di salute che Ope aveva e che abbiamo affrontato insieme a lei. Dopo circa un anno abbiamo scoperto che aveva la leishmaniosi, però poi abbiamo trovato la cura ed è stata con noi altri 4 anni, stando bene nonostante le difficoltà. Abbiamo curato lei e lei ha curato noi.
Come è nata l’idea del podcast Gli occhi d’oro?
Sognavo di poter avere qualcosa che rimanesse lì per sempre e che fermasse la memoria di tante piccole cose che avevano caratterizzato la vita di Ope. Questo è il mio lavoro ed ecco chec’è stato un allineamento di stelle. Qualche mese prima di quello che sarebbe stato il primo festival di Chora Media, mi è venuta un’idea. Stavamo provando a immaginare un’attività che fosse realizzata al di fuori del palco del festival, magari in città. Io sono una grande fan delle camminate sonore, quei momenti in cui un po’ di persone si ritrovano con le cuffie e ascoltano nello stesso momento qualcosa camminando. Ho inventato una camminata sonora dedicata a Ope, per avere la scusa per scrivere di lei. Così è nata una passeggiata con altre persone che potevano partecipare con il proprio cane — o anche senza — all’interno dei Giardini Montanelli di Milano.
Quali sono state le reazioni di chi ha partecipato alla passeggiata sonora e di chi ha ascoltato il podcast attraverso le diverse piattaforme di streaming?
La camminata sonora è stata un momento di terapia collettiva: tante delle persone che erano lì hanno versato qualche lacrima, abbiamo versato qualche lacrima insieme. È stato molto bello, anche perché sono venuti tanti amici che avevano conosciuto Ope. Ho la fortuna di essere seguita da persone molto sensibili e attente, in tanti mi hanno scritto raccontando che grazie a questo podcast avevano potuto ricordare il loro cane, che avevano amato. Ci sono state alcune persone che mi hanno scritto dicendo “Lo vorrei tantissimo sentire, ma ho un cane anziano e in questo momento non ce la faccio”. Questa cosa la rispetto perché credo che, forse, anche per me sarebbe stato difficile ascoltare un podcast così — sebbene sia un podcast allegro per certi versi — in un momento in cui Ope non era al massimo della forma.
Dopo Ope, nella tua vita e in quella di tua moglie è entrata una nuova amica: Sofì Gisella.
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Anche in questo io e Lucrezia siamo state fortunate a trovarci, non è scontato. Dopo poco tempo abbiamo capito che avremmo voluto un altro cane. Ci siamo sentite in colpa, non è stato facile. Abbiamo dovuto parlarne tanto, anche con le persone intorno a noi, e capire profondamente che non era una sostituzione per non affrontare il dolore della perdita di Ope, ma provare ad aiutare e farci aiutare da un cane che aveva bisogno. Fortunatamente, in quel periodo, dovevamo affrontare dei lavori in casa per cui abbiamo dovuto aspettare un po’ di mesi e questo ci ha permesso di non agire troppo d’impulso, di attendere, secondo me, un tempo abbastanza giusto. I social, ogni tanto, non sono soltanto il male, ma portatori di incontri particolarmente fortunati e, fra le millemila pagine che Lucrezia segue di canili e rifugi, un giorno è apparso il video di questo cane: non so cosa avesse di diverso rispetto agli altri, semplicemente era il nostro cane, sarebbe diventato il nostro cane. Quindi l’abbiamo intanto adottato a distanza, perché non potevamo prenderlo subito con noi, quindi abbiamo aiutato il rifugio che lo stava ospitando — non era in gabbia, per fortuna era in una casa con altri cani — e poi, una mattina di fine settembre, Sofì è arrivata con una staffetta ed è stata un’emozione grandissima. È un cane completamente diverso da Ope, sembra un po’ la reincarnazione del primo cane di cui mi ero innamorata, Bubi, perché anche lei è gentilissima, pacata e affettuosa. Tutti dicono che è il cane perfetto, ma tutti i cani lo sono. I miei colleghi e le mie colleghe sono molto felici quando la porto al lavoro e lo è anche lei, perché le piace farsi fare le coccole da chiunque. Sofì ci permette di continuare a tenere vivo il ricordo di Ope, di quel suo modo di portarci a immaginare storie sconclusionate e surreali sul suo conto, come racconto nel podcast. Continuiamo a farlo, come se loro due fossero in connessione in qualche modo, e Sofì è costretta ad ascoltare questi racconti senza senso. Però se li fa andare bene, credo.
Mi ricollego alla creatività che la presenza di Ope e Sofì Gisella hanno alimentato, ma anche alle esperienze e ricordi che avete creato insieme a loro e alle vostre amiche e amici. Come hanno cambiato la tua vita, la vostra vita?
È un cambiamento gigantesco, uno di quei cambiamenti così grandi e indelebili che non ti ricordi com’era la vita prima. Come quando ti fai un tatuaggio. Io ho tre tatuaggi sul braccio sinistro e non ricordo com’era il mio braccio prima di questi tatuaggi, non ho una memoria del prima. È per questo che poi, quando un cane viene a mancare, resta un vuoto con cui devi capire cosa fare: se costruirci intorno l’amore per un altro cane, costruirci intorno la memoria del cane che hai perso, oppure chiuderlo per sempre e non volerci pensare più. Ci sono persone che prendono questa decisione ed è da rispettare. Per me è semplicemente così, non mi ricordo il prima, non mi ricordo una vita senza un cane e non voglio immaginare una vita senza un cane.

Cosa ti hanno insegnato Ope e Sofì Gisella?
Parlo al plurale perché lavoro troppo e con Lucrezia ci siamo divise forse non equamente i compiti,per cui la gestione di Sofì è molto più sulle sue spalle. Ope e Sofì ci hanno insegnato a prenderci cura di qualcuno, a pensare al benessere di qualcuno e a renderci conto di quanto si possa essere contenti quando una persona o un cane a cui vuoi bene sta bene ed è felice. Il momento più bellodella settimana per noi è il sabato mattina, quando portiamo Sofì insieme al parco: per lei non c’è niente di più bello che uscire con noi due e questo rimette tutto in prospettiva. L’altra cosa è appunto questa: mi capita tantissime volte di tornare a casa dopo stress e preoccupazioni lavorative,e avere quel tempo con lei, gli abbracci e i salti, rimette tutto in prospettiva.
Questo è preziosissimo e potentissimo.
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