2026, l’anno delle Startup Pet. Ma senza regole, chi garantisce la vera competenza?
Il paradosso della Pet Economy italiana: tanta innovazione digitale, nessuna tutela professionale
Il 2026 si candida a essere un anno molto importante per le Startup Pet dedicate al mondo dei cani.
Pet.
È una parola che non amo particolarmente, ma che utilizzo per semplificare, visto che è ormai ampiamente adottata all’interno di questo settore. Parliamo quindi di pet economy, di startup e di tutto ciò che ruota intorno a questo ecosistema. È evidente che ci sia una crescita significativa di progetti dedicati in particolare al mondo del cane, con alcuni filoni principali piuttosto chiari.
Da una parte troviamo il pet care: benessere, servizi, supporto alla relazione, alla gestione quotidiana, alla qualità della vita dei cani e delle famiglie.
Dall’altra parte c’è il tema dell’aggregazione e della messa in contatto dei professionisti: educatori, istruttori, consulenti, figure che lavorano con il cane (e il gatto) e che cercano di incontrare una domanda reale da parte delle persone. Ed è proprio qui che emerge il primo grande nodo.
In Italia, purtroppo, manca un quadro normativo chiaro e strutturato che definisca chi è un professionista e chi non lo è. Questo al netto della partita IVA, delle certificazioni, dello studio, della formazione continua, della competenza reale e della professionalità di tanti operatori seri. Di fatto, è importante dirlo con chiarezza: chiunque, anche una persona che oggi fa tutt’altro mestiere, domani può decidere di proporsi come educatore cinofilo e nessuno potrebbe impedirglielo o vietarglielo, anche in assenza di titoli o percorsi formativi riconosciuti.
Questo è un dato di fatto, non un’opinione.
Ed è qui che molte startup che operano in questo settore si portano dietro un bug strutturale nel loro DNA. Un bug che non dipende da loro, ma dal contesto in cui si muovono, e che però va necessariamente preso in considerazione.
Accanto a questo filone, ce n’è un altro che sta emergendo con forza: quello delle piattaforme e dei progetti che cercano di far incontrare le persone insieme ai loro cani. È un filone interessante, perché se sviluppato bene può davvero aiutare a creare occasioni di incontro sane, positive e rispettose. Il problema, però, è sempre lo stesso: se manca un supporto professionale, molte persone non hanno le competenze di base per gestire correttamente questi incontri. E quando si lavora con esseri viventi, con individui che comunicano, provano stress, disagio, eccitazione o paura, questo non è un dettaglio secondario.
In alcune di queste app e startup compaiono inoltre concetti che personalmente ritengo pericolosi, come il matching inteso in senso quasi “sentimentale”, una sorta di Tinder per cani. Questo approccio non è accettabile, soprattutto in un Paese che già convive con il problema delle cucciolate casalinghe e dell’allevamento non controllato. Tutto dovremmo fare, tranne incentivare accoppiamenti e dinamiche che nulla hanno a che vedere con il benessere animale.
Detto questo, il mondo delle startup sta crescendo e, senza dubbio, emergeranno anche strumenti realmente utili ed efficaci. Penso, ad esempio, a supporti tecnologici pensati per aiutare davvero i cani presenti nei canili a essere adottati in modo corretto, creando un incontro virtuoso tra animali e famiglie.
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Parliamo, ovviamente, di canili seri, strutturati, organizzati, non abusivi. In questo ambito esistono già alcune realtà interessanti. Tuttavia, anche qui serve grande attenzione nel mantenere un equilibrio delicato tra l’obiettivo reale — far adottare gli animali nel modo giusto — e quello economico. Non è semplice. Alcuni progetti sembrano più orientati a logiche di alta finanza che al mondo concreto delle adozioni. Ma il fermento c’è, ed è innegabile.
Accanto a tutto questo c’è poi il grande capitolo del pet friendly: turismo, strutture ricettive, locali, esperienze, territori che iniziano a interrogarsi seriamente su come accogliere famiglie multispecie. Anche questo sarà un ambito centrale nel 2026.
A tutto ciò va però aggiunta una riflessione fondamentale: oggi esiste un gap enorme tra la velocità del mercato e la velocità della politica. Il mercato sta correndo. Sta riconoscendo opportunità, le sta rincorrendo e, in alcuni casi, le sta anche valorizzando. C’è una richiesta fortissima di consulenti affidabili, educatori, istruttori, professionisti competenti a cui le persone vogliono potersi rivolgere. Dall’altra parte, però, la politica non si sta muovendo in modo serio, credibile e competente per regolamentare questo settore. E questo crea un problema enorme.
Da un lato abbiamo startup innovative che cercano di entrare in questo mercato, dall’altro manca una regolamentazione chiara. Il risultato è che queste app, questi progetti, queste startup si trovano costrette a operare all’interno di un contesto non normato, non certificato, non realmente verificabile. E questo rende difficile, se non problematico, scegliere i professionisti proprio attraverso questi strumenti. Perché se a monte non esiste una definizione condivisa e tutelata di chi è professionista e chi non lo è, qualsiasi mediazione tecnologica rischia di poggiare su basi fragili.
Questo non è un problema economico. È un problema politico.
L’economia sta galoppando, le idee ci sono, le soluzioni tecniche anche. Quello che manca è una cornice normativa capace di stare al passo con il mercato e di tutelare davvero persone, animali e professionisti. Per questo, come Dogsportal B2B, siamo curiosi di osservare e raccontare questo fermento. E tutte le startup che operano in questo settore sono invitate a scriverci: il confronto, quando è serio e trasparente, è sempre il primo passo per costruire qualcosa di solido.
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