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54 morti in 16 anni: lo studio che fotografa le aggressioni fatali dei cani in Italia

Tra il 2009 e il 2025 in Italia sono stati registrati 54 casi di aggressione fatale da parte di cani. Lo certifica uno studio pubblicato a dicembre 2025 sulla rivista scientifica Animals (MDPI), firmato da un team multidisciplinare di ricercatori delle Università di Bari, Catania, Bologna e dell’Università San Camillo di Roma. È la prima analisi epidemiologica sistematica sul tema dopo quella di Ciceroni e Gostinicchi, che si era fermata al 2009.

I dati sono stati raccolti incrociando archivi di testate nazionali e locali — da La Repubblica al Corriere della Sera, dalla Stampa alla Gazzetta del Mezzogiorno — e validati solo quando confermati da almeno due fonti indipendenti. Un metodo necessario, spiegano gli autori, perché in Italia non esiste un registro nazionale degli incidenti mortali da aggressione canina, e i dati ICD-10 del Ministero della Salute non sono accessibili a un livello di dettaglio sufficiente per questo tipo di analisi.

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Chi sono le vittime

L’incidenza annuale è oscillata tra 1 e 5 casi, con picchi nel 2012, 2024 e 2025. La regressione di Poisson non ha rilevato un trend statisticamente significativo di crescita nel tempo, ma il confronto con il periodo precedente è comunque preoccupante: si è passati da una media di 1,28 decessi l’anno (1984–2009) a 3,18 (2009–2025).

Le vittime non sono distribuite in modo uniforme per età. Gli over 64 rappresentano il gruppo più colpito con 23 decessi (42,6%), seguiti dagli adulti tra 40 e 64 anni (25,9%) e dai bambini in età prescolare, cioè 0–4 anni, con 12 vittime (22,2%). Adolescenti e giovani adulti sono quasi assenti dalla casistica. Il dato statistico è netto: chi è molto giovane o molto anziano è strutturalmente più esposto.

Tra maschi e femmine non emergono differenze significative: 59,3% di vittime maschili contro 40,7% femminili.

I cani coinvolti

Su 54 eventi, i cani coinvolti sono stati almeno 83, poiché diverse aggressioni hanno visto la partecipazione di più soggetti. I molossoidi sono stati protagonisti nel 40,7% dei casi — Cane Corso e Rottweiler in testa — seguiti dai bull type terrier al 27,8%. Insieme, queste due categorie morfologiche coprono il 69% degli episodi fatali.

Un dato che lo studio sottolinea con forza: i bull type terrier ( Terrier di tipo bull) erano assenti dal dataset 1984–2009. Il primo caso fatale attribuito a questa tipologia risale al 2017, e da lì la curva è salita costantemente fino a 15 eventi totali. Gli autori ipotizzano che questo rifletta una crescita della loro presenza nella popolazione canina italiana, probabilmente guidata da mode e tendenze di mercato.

Il contesto: casa propria, cane di casa

Il 92,6% delle aggressioni fatali è stato perpetrato da cani di proprietà. Non randagi, non cani abbandonati: animali che vivevano con qualcuno. E nel 56% dei casi tra quelli con proprietario, il cane apparteneva proprio alla vittima.

Il 66,7% degli episodi è avvenuto in ambienti privati: giardini e abitazioni, prevalentemente del nucleo familiare della vittima. Il dato non è nuovo — era già così nel periodo 1984–2009 — ma la sua persistenza dopo decenni e cambi legislativi lo rende ancora più significativo.

I bambini tra 0 e 4 anni sono stati aggrediti quasi esclusivamente (91,7%) da cani del nucleo familiare, per lo più nel giardino di casa. Gli anziani mostrano invece una distribuzione più eterogenea, con una concentrazione in ambienti rurali e maggiore variabilità nel tipo di proprietario.

Lo studio analizza anche le aggressioni multiple: nel 37% dei casi erano coinvolti tre o più cani, e nel 27,8% una coppia. La letteratura etologica citata dagli autori descrive come la presenza di più soggetti possa abbassare la soglia inibitoria reciproca, rendendo l’attacco più rapido e difficile da interrompere.

Il nodo legislativo

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Lo studio si colloca esplicitamente in un arco temporale segnato da due approcci normativi distinti. Fino al 2009 l’Italia aveva adottato misure breed-specific con liste di razze pericolose (la cosiddetta Ordinanza Sirchia del 2003). Dal 2009 in poi, la normativa ha abbandonato le liste e puntato sulla responsabilità individuale del proprietario e sulla valutazione comportamentale del singolo animale.

I numeri mostrano che i decessi sono aumentati nel secondo periodo. Gli autori non concludono che la legge del 2009 sia fallita in senso assoluto, ma osservano che un modello fondato esclusivamente sulla responsabilità del proprietario non regge alla prova dei fatti quando l’aggressione avviene in contesti di supervisione condivisa — nonni, parenti, badanti — o quando il cane ha già manifestato segnali di rischio rimasti senza risposta istituzionale.

Solo il 7,4% degli episodi ha coinvolto cani randagi, a conferma dell’efficacia della Legge Quadro 281/1991 sul controllo del randagismo. Il problema, dunque, non è il cane senza padrone: è il cane con padrone, spesso convivente, spesso noto.

La proposta: un registro nazionale del rischio comportamentale

La raccomandazione centrale dello studio è la creazione di un registro nazionale del rischio comportamentale per i cani, integrato con i sistemi veterinari, forensi e di sanità pubblica. Un sistema che includa segnalazione obbligatoria degli episodi di aggressione, valutazioni comportamentali standardizzate e protocolli di intervento vincolanti.

Gli autori sottolineano che gli strumenti regolatori esistono già in forma frammentata: l’Ordinanza ministeriale del 2009 prevede già la segnalazione delle morsicature ai servizi veterinari pubblici e un registro locale dei cani ad alto rischio. Il decreto legislativo del 2022 ha rafforzato i sistemi informativi veterinari. Il problema è che questi flussi non comunicano tra loro e non producono un dato nazionale utilizzabile.

Il modello a cui guardare, secondo i ricercatori, è quello statunitense, dove database come DogsBite.org — pur non essendo strumenti scientifici peer-reviewed — offrono una base di dati centralizzata e accessibile che consente sorveglianza in tempo reale e valutazione delle politiche.


Il punto di vista di Dogsportal

Cinquantaquattro morti in sedici anni non sono un’emergenza statistica: sono cinquantaquattro storie, la maggior parte delle quali si sono consumate in un giardino di casa, con un cane conosciuto. Questo è il dato che dovrebbe far riflettere, e che invece fatica a entrare nel dibattito pubblico italiano, ancora troppo spesso polarizzato tra chi vuole vietare razze e chi nega qualsiasi specificità di rischio.

Lo studio di Iarussi e colleghi non dà ragione né agli uni né agli altri. Dice qualcosa di più scomodo: il problema non è la razza in sé, ma la gestione — la supervisione assente, il proprietario impreparato, il segnale di rischio ignorato, la catena burocratica spezzata. E dice che senza un registro nazionale che metta in comunicazione veterinari, pronto soccorso e autorità locali, continueremo a contare i morti uno a uno, senza imparare nulla da ciascuno di essi.

Un paese che ha costruito una delle normative più avanzate d’Europa sul randagismo non può permettersi di non avere un sistema di sorveglianza sulle aggressioni dei cani di proprietà. Non è una questione ideologica: è igiene pubblica.


Fonte

Iarussi F., Sessa F., Piccirillo S., Francaviglia M., Recchia A., Colella A., Bolcato M., Salerno M., Peli A., Pomara C. Fatal Dog Attacks in Italy (2009–2025): The Urgent Need for a National Risk Registry. Animals 2025, 15, 3523. https://www.mdpi.com/2076-2615/15/24/3523

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