Ho inventato la pet noia. Mancava nel pet vocabolario.
Riflessioni serie e poco serie su pet noia, pet politics e pet ipocrisia.
Sono Rocco Voto di Dogsportal.it e mi occupo di cinofilia, collaborazioni commerciali e tutto ciò che ruota intorno all’economia legata agli animali domestici.
Oggi voglio condividere una riflessione che parte da un mio fastidio personale, una sensazione che forse dovrei approfondire con uno psicologo: trovo del tutto nauseante l’abuso della parola “pet”.
Ne abbiamo parlato più volte su Dogsportal.it, e ti invito a leggere un interessante articolo di Roberto Marchesini sull’argomento.
Ma torniamo al punto: perché si abusa così tanto di questa parola?
Abbiamo la pet therapy, la pet economy, la pet industry, la pet family, il pet owner, il pet mate e perfino il pet parent.
E allora, perché non clonare un nuovo termine? Da qui nasce l’idea della pet noia.
Che cos’è la pet noia?
La pet noia è quella sensazione di saturazione e stanchezza che sorge quando tutto ciò che riguarda il mondo degli animali domestici viene inserito in un discorso in modo passivo, con l’unico obiettivo di commercializzarlo.
Il fenomeno della globalizzazione nel rapporto tra uomo e animali domestici sta crescendo rapidamente, ma spesso mi chiedo: è davvero tutto giustificato?
Non c’è nulla di male nel costruire un’economia attorno ai nostri animali, ma sembra che a questa pet mondialità non corrisponda una pet politics adeguata.
L’assenza di una pet politics.

Oltre alla pet noia, dovremmo parlare della mancanza di una vera e propria pet politics.
In Italia, in Europa e nel mondo, non esiste una politica dedicata che affianchi la crescente commercializzazione e globalizzazione del settore degli animali domestici.
Non vediamo una reale attenzione parlamentare al benessere animale, se non sotto forma di brevi accenni o promesse elettorali che rimangono vaghe e senza impatto concreto.
Ciò che manca è una cultura cinofila e, più in generale, una visione coerente e strutturata per affrontare temi fondamentali legati agli animali domestici.
Ad esempio, perché un cane o un gatto non devono essere inclusi nello stato di famiglia?
Perché le donne vittime di violenza domestica sono spesso costrette a scegliere tra salvarsi o lasciare il proprio cane o gatto in un ambiente tossico?
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Per non parlare della questione dell’IVA, dei prezzi, dei ridicoli sgravi fiscali e molto altro.
Arrivano proposte disomogenee in Parlamento, nelle Regioni, nei Comuni ma tutto rimane spesso poca roba, tanta propaganda e molto male amalgamato.
Queste sono solo alcune delle domande che un’effettiva pet politics dovrebbe affrontare concretamente.
La pet ipocrisia.
E qui introduco un altro concetto: la pet ipocrisia.
Questo termine vuole evidenziare il divario tra l’enorme attenzione economica e commerciale rivolta agli animali domestici e la reale preoccupazione per il loro benessere. I costi per mantenere un cane o un gatto sono spesso proibitivi: dalle spese veterinarie all’IVA, passando per tanti altri aspetti che gravano sui proprietari. In un mondo che promuove il benessere degli animali come parte di un modello di business, dov’è l’impegno per rendere realmente sostenibile la cura di un animale?
La pet ipocrisia è evidente quando osserviamo come il marketing politico promuova l’animale domestico come membro della famiglia, senza però offrire alle famiglie i giusti strumenti per occuparsi di lui, a partire da politiche pubbliche adeguate.
La riflessione che condivido oggi con i lettori di Dogsportal.it è semplice: stiamo vivendo un’era di pet noia, in cui la parola pet viene utilizzata per ogni aspetto del mondo animale, senza però che a questa commercializzazione corrisponda una vera consapevolezza del valore e del ruolo degli animali domestici.
C’è bisogno di una pet politics strutturata, capace di sostenere realmente i proprietari e i loro animali, e di mettere fine alla pet ipocrisia che pervade il settore.
Se dobbiamo usare la parola “Pet” usiamola, ma condiamola e arricchiamola di sostanza.
Perché così non va bene.
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