Orme oltre le mura: quando gli interventi assistiti con gli animali entrano negli istituti penitenziari
La direttrice di WeAnimal Camilla Siliprandi, medico veterinario esperto in interventi assistiti con gli animali (IAA) e zooantropologia urbana, ci ha parlato del progetto che ha superato le mura delle carceri per migliorare le vite di chi sta pagando il proprio debito con la società.
Camminando per le strade della vostra città vi sarete, forse, imbattuti in qualche manifesto pubblicitario di attività di pet therapy. L’immagine rappresentata è quasi sempre la stessa: bambini che abbracciano cani.
Gli interventi assistiti con gli animali (IAA) sono molto di più di una carezza a un cucciolo e si rivolgono a un bacino di utenza molto più ampio e complesso. Lo sa bene chi lavora in WeAnimal , la rete nazionale degli operatori della relazione uomo – animale nata nel 2014.
Abbiamo ascoltato le parole di Camilla Siliprandi, medico veterinario esperto in IAA e zooantropologia urbana e direttrice di WeAnimal, che ci ha raccontato di un progetto che ha superato le mura del carcere per migliorare le vite di chi sta pagando il proprio debito con la società.
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Il progetto Orme oltre le mura nell’Istituto penitenziario di Verona
Orme oltre le mura compie i suoi primi passi nel 2016. Il progetto si basa sull’introduzione degli interventi assistiti con gli animali nell’Istituto Penitenziario di Montorio, a Verona.
«Orme oltre le mura nasce da un’intuizione semplice della direttrice del carcere di allora e dall’incontro con la nostra équipe. — spiega Siliprandi — La sua ricchezza risiede nell’essere riusciti a impostare un progetto in cui gli animali, i cani, sono residenziali».
A differenza di interventi in cui gli animali sono portati temporaneamente nella struttura e sono svolti corsi per educatori cinofili o di semplice conoscenza del cane, in questo caso è stato possibile realizzare un rifugio per cani gestito dai detenuti, con la guida di una squadra di professionisti in ambito psicologico, veterinario e cinofilo. Il rifugio è una struttura interna al carcere che può ospitare fino a 8-10 cani provenienti dal canile sanitario territoriale, attività coordinata con le AULSS (Aziende Unità Locali Socio-Sanitarie) Veterinarie dell’area.
In seguito, si è passati a una fase ancora più ambiziosa.
Il rovesciamento di un paradigma
Al canile rifugio, in un secondo momento, si affianca una pensione/asilo per cani.
È un’idea inaspettata e in qualche modo rivoluzionaria, come racconta Camilla Siliprandi: «È arrivata molto casualmente dai poliziotti stessi, che ci hanno chiesto di tenere i loro cani. In quel momento si è aperto improvvisamente un mondo davanti a noi su questa possibilità in una chiave educativo-riabilitativa.
Agenti di polizia penitenziaria che affidano i loro cani ai detenuti: questo è un paradigma totalmente rovesciato».
L’episodio da cui è partita la fase della pensione per cani e la sua realizzazione sono portatori di un messaggio molto potente: gli agenti di polizia diventano testimoni e promotori della rinascita dei detenuti stessi, persone che hanno commesso degli errori e che con lo studio, l’impegno e la motivazione di cura che risiede in noi umani, sapientemente alimentata dalle esperienze con i cani, possono riacquistare la fiducia e il rispetto della comunità.
Emerge evidente quella che dovrebbe essere la funzione riabilitativa, educativa, e non punitiva degli istituti di detenzione.
Affidare il proprio cane, un membro della famiglia, a qualcuno è una forma di fiducia profonda, che sia per una giornata o per il tempo di una vacanza. Siliprandi ci racconta che l’asilo per cani del carcere è stato anche un supporto per il personale medico-sanitario durante l’emergenza SARS-CoV-2: «Durante la pandemia è stato l’unico progetto rimasto aperto, in quanto abbiamo dedicato metà dei box ai cani di medici e infermieri che, prima di iniziare turni massacranti, passavano di lì e ci lasciavano i loro cani».
Gli interventi assistiti con gli animali in Italia oggi
L’abbassamento della frustrazione, la crescita della propria resilienza, il miglioramento di competenze sociali e l’apprendimento di competenze più tecniche, che potrebbero essere utilizzate in un futuro fuori dalle mura del carcere: sono alcuni degli obiettivi raggiunti attraverso Orme oltre le mura. Tutto questo è stato e continua a essere possibile per mezzo di un’organizzazione che coinvolge esperti di salute e benessere umano e animale, con una selezione ragionata dei partecipanti, cani e persone, e attenzione nei riguardi di tutti — perché negli IAA gli animali non sono né strumenti né oggetti, e devono essere garantiti loro la cura e il rispetto necessari —, grazie a un programma con finalità, modalità e valutazione dei risultati ben definiti.
Il panorama degli interventi assistiti con gli animali sta divenendo sempre più amplio, con professionisti sempre più competenti.
Chiediamo alla dottoressa Siliprandi, che è stata parte del gruppo di lavoro per la realizzazione delle Linee Guida Nazionali per gli Interventi Assistiti con gli Animali (C_17_opuscoliPoster_276_allegato.pdf), approvate nel 2015, cosa è cambiato negli ultimi anni e come si è evoluto quest’ambito: «Il panorama degli IAA oggi è molto limpido.
Noi in Italia siamo fortunati e abbiamo lavorato bene in passato: circa dieci anni fa sono uscite le linee guida che dettano le indicazioni di metodo, le buone prassi e soprattutto definiscono i professionisti che possono occuparsi di questo ambito nelle tre declinazioni ludico-ricreativa, educativa e terapeutico-riabilitativa.
Sono passati quasi 10 anni e, al netto del periodo della pandemia, si è lavorato bene sempre, anche per quanto riguarda la formazione, sebbene in alcune regioni di più e in altre meno.
Tutto questo ha portato ad avere oggi un settore in crescita e anche molto unito». E la rete WeAnimal è la dimostrazione di questa unione, di questo impegno per valorizzare la relazione tra esseri umani e animali in percorsi di salute e di rinascita, tutelandone entrambe le parti.
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