Razze canine

Razze “pericolose”: parliamo del Rottweiler

Una serie di articoli per raccontare cani spesso maltrattati anche mediaticamente.

Con questo articolo, il primo di una serie dedicata alle razze o tipologie che più spesso finiscono sui media per eventi gravi o gravissimi, cercheremo di trovare un filo conduttore che individui almeno in parte le possibili ragioni dei comportamenti aggressivi che si concludono in ospedale o all’obitorio per chi, parlando di bipedi, li subisce.

In questo contesto, parliamo del Rottweiler, una razza spesso fraintesa e soggetta a stereotipi negativi.

Il titolo non inganni: le virgolette indicano che si tratta di una classificazione arbitraria e fuorviante, per quanto ampiamente utilizzata dall’informazione generalista e dai social. Chiunque conosca i cani, infatti, sa perfettamente che l’individualità esiste e che ogni soggetto è unico e irripetibile, per cui le generalizzazioni lasciano il tempo che trovano.

Tuttavia, la selezione ha il suo peso e condiziona con ogni evidenza il comportamento, salvo rare eccezioni, così come la storia personale di ciascun cane. Ma c’è anche dell’altro.

Iniziamo la serie con il Rottweiler perché, volente o nolente, è una delle razze che negli ultimi tempi ha fatto parlare maggiormente di sé alla voce “aggressioni verso esseri umani”. E anche perché cominciare con il Pitbull (una “non razza” per la cinofilia targata FCI ma non per altre organizzazioni del settore) sarebbe stato un po’ scontato.

Parlare di “pericolosità” di un cane senza demonizzare inutilmente è possibile?

Sì, poiché a livello etologico sappiamo che il comportamento nasce sostanzialmente dall’incontro tra genetica, storia individuale e contesto. E nel caso del Rottweiler, la letteratura documenta una combinazione di predisposizione genetica e selezione che abbassa, in media, la soglia di attivazione di una risposta aggressiva rispetto ad altre razze. 

Non è un giudizio, qui nessuno ha la toga, ma è il profilo comportamentale di una popolazione canina “forgiata” da tempo per reagire con prontezza a ciò che essa interpreta come minaccia; che tale sia oppure no, poco importa ai fini della ricerca.

Uno studio significativo.


Un lavoro importante sul tema è quello di Deborah L. Duffy, Yuying Hsu e James A. Serpell: “Breed differences in canine aggression”, pubblicato su Applied Animal Behaviour Science (2008; 114:441–460). La cosa rilevante è che sono stati analizzati quasi 5.000 cani di oltre trenta razze con il noto questionario C-BARQ (Canine Behavioral Assessment & Research Questionnaire),riconosciuto a livello internazionale; quella meno qualificante è che il questionario viene compilato dai proprietari, il che ne rende meno autorevole il risultato, per chi si occupa di comportamento canino.  Tuttavia, con questo grosso lavoro sono state classificate differenze ampie e consistenti nella frequenza e nella gravità dei comportamenti aggressivi verso diversi bersagli. 

In questo quadro, i Rottweiler riportano mediamente punteggi più elevati nell’aggressione verso esseri umani estranei rispetto ad altre razze; si tratta di differenze statistiche, logicamente, ma significative. Vediamo il dato più importante.

I Rottweiler risultano sopra la media per l’aggressione verso gli estranei e, contemporaneamente, sotto la media per la paura degli estranei: un profilo che indica una reazione di difesa attiva preferita all’evitamento. Un comportamento condiviso, per esempio, con Dobermann, Jack Russell Terrier, West Highland White Terrier, Australian Cattle Dog e Pastore Tedesco.

Gli autori ricordano che si tratta di misure statistiche basate su questionari dei proprietari, ma la tendenza si è poi replicata in studi analoghi successivi ed è coerente con la storia di selezione del Rottweiler: non deve temere gli estranei ma deve farsi temere da loro.

Selezione e comportamento.


Abbiamo visto che i profili di aggressività differiscono tra razze in modo sistematico, secondo lo studio in questione. Resta da chiarire se queste differenze riflettano anche una base genetica. Ed è qui che entra in gioco la genetica stessa, ovviamente. 

Nel 2019, Evan L. MacLean, Noah Snyder-Mackler, Bridgett M. vonHoldt e James A. Serpell hanno messo in relazione i punteggi medi dei questionari C-BARQ di oltre cento razze (circa 14.000 cani!) con il grado di parentela genetica tra le razze, ricavato da marcatori del DNA (“Highly heritable and functionally relevant breed differences in dog behaviour” – Proceedings of the Royal Society B, 286:20190716).

Grazie a un modello statistico, hanno poi stimato quanta parte delle differenze di comportamento tra razze dipenda dai geni e quanta da altri fattori. Il risultato è netto: per vari tratti, inclusa l’aggressività verso gli estranei, una quota rilevante delle differenze medie tra razze è spiegata dal patrimonio genetico caratteristico di ciascuna di esse.

In altre parole: selezionando per generazioni e generazioni cani con determinate doti molto spinte (vigilanza, difesa, reattività), si sono spostate verso l’alto le frequenze di varianti genetiche associate a quei comportamenti. 

Questo filtro selettivo, nel Rottweiler pare aver stabilizzato ed esaltato tratti come vigilanza elevata, forte percezione del rischio potenziale, scarso timore degli estranei, minima tolleranza all’intrusione, ridotta inibizione del morso socializzato. Quando tali tratti incontrano gestioni inadeguate, la probabilità di risposte aggressive molto determinate e fuori contesto cresce parecchio.

In pratica, la selezione non plasma solo la morfologia ma anche il comportamento, con predisposizioni distinte a specifiche reazioni. Molti di noi lo avevano intuito? Sì, ma la validazione scientifica della cosa è fondamentale, se vogliamo fare discorsi seri.

Architettura poligenica dell’aggressività


Le evidenze genetiche spiegano come certe predisposizioni si fissino nel tempo. Isain Zapata, James A. Serpell e Carlos E. Alvarez, in “Genetic mapping of canine fear and aggression” (BMC Genomics, 2016; 17:572), hanno condotto una mappatura su tutto il genoma (GWAS) individuando due aree associate a paura/aggressività. Sono effetti quantitativi, non assoluti: nessun gene “determina” da solo l’aggressione. 

Emerge un’architettura poligenica, cioè la somma di molte varianti, che avrebbero un effetto limitato singolarmente, sposta il profilo medio di razza; nelle razze selezionate per guardia, utilità e difesa come il Rottweiler, una maggiore frequenza di tali varianti può tradursi in una reazione di difesa attiva molto rapida e decisa.

Conferme a tali risultati sono giunte poi da uno studio di Maryam Mahmoodi e collaboratori, uscito su The Veterinary Journal (2024; 308:106251). Sono stati cercati collegamenti tra DNA e comportamento confrontando molteplici varianti genetiche distribuite su tutto il genoma con i punteggi relativi a paura e aggressività dei test. Gli autori hanno seguito due strade: nella prima hanno messo direttamente in rapporto i punteggi (per esempio “paura degli estranei”) con le varianti genetiche; nella seconda hanno prima sintetizzato più misure comportamentali in pochi “fattori” riassuntivi e poi hanno cercato quali varianti del DNA si associno a questi fattori. 

In entrambe le analisi emerge lo stesso quadro: le differenze medie tra razze  per quanto riguarda paura e aggressività hanno una componente ereditaria riconoscibile. Tale componente, però, non dipende da un singolo gene bensì da molti effetti correlati dei geni (di nuovo, l’architettura poligenica). In pratica, si ribadisce che è la somma di tante varianti, ciascuna di per sé con “peso” limitato, a spostare il profilo comportamentale medio di una razza.

Semplificando, possiamo dire che l’aggressività è multifattoriale (selezione, genetica, storia individuale, contesto eccetera) ma le differenze tra razze esistono e sono anche misurabili.

Semplificando, possiamo dire che l’aggressività è multifattoriale (selezione, genetica, storia individuale, contesto eccetera) ma le differenze tra razze esistono e sono anche misurabili.

Cambiare è possibile


Dunque, se il ruolo della selezione influenza il comportamento, è plausibile che cambiando obiettivi si riescano a ridurre le componenti che concorrono a generare risposte aggressive ingiustificate? 

Un riscontro operativo fondamentale arriva dalle ricercatrici olandesi Joanne A. M. van der Borg, Ellen A. M. Graat e Bas Beerda, con il lavoro  “Behavioural testing based breeding policy reduces the prevalence of fear and aggression related behaviour in Rottweilers” (Applied Animal Behaviour Science, 2017; 195:80–86). 

Questo studio rivela infatti che nei Paesi Bassi l’adozione di politiche di selezione basate su test comportamentali nei Rottweiler ha condotto a una riduzione dei comportamenti aggressivi e di quelli indotti dalla paura nella popolazione allevata. È la conferma che i tratti a rischio sono sufficientemente ancorati all’ereditarietà da poter essere “scremati” con criteri di selezione mirata.

Saperlo con certezza non è cosa da poco, se realmente si vuole lavorare per ridurre al minimo il rischio di aggressioni da parte di una razza come il Rottweiler, uno dei cani più interessanti, intelligenti e versatili del gruppo 2 FCI ma anche uno dei più letali, per ovvie ragioni di reattività,  morfologia, taglia, tipo di morso e la relativa, devastante potenza.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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