Un’urna consegnata, il corpo del cane ritrovato in un fosso
Il caso del Siberian Husky ritrovato in un canale dopo la consegna delle presunte ceneri riapre il tema della tracciabilità. Ecco cosa controllare prima di affidare la salma.
Un Siberian Husky di quattordici anni, l’eutanasia decisa il 30 dicembre 2025 in un ambulatorio veterinario del Perugino dopo il peggioramento delle condizioni di salute, la salma affidata a un’agenzia funebre per animali con richiesta di cremazione singola e la promessa dell’urna entro il 21 gennaio. Fino a questo punto è una procedura che migliaia di famiglie italiane conoscono, e che quasi nessuno ha la lucidità di verificare nel momento in cui la affronta.
Il 2 febbraio, secondo quanto riportato nella denuncia, i carabinieri forestali di Pavia telefonano all’umano di riferimento del cane per comunicargli che il corpo dell’animale è stato ritrovato in un canale di scolo di un campo agricolo ad Albonesi, a oltre quattrocento chilometri da casa, insieme ad altre quaranta carcasse; l’identificazione sarebbe avvenuta grazie al microchip, letto e ricondotto all’anagrafe tramite l’Ats locale. L’urna con le presunte ceneri, nel frattempo, era già stata consegnata, con tanto di disponibilità a fornire un campione per eventuali verifiche genetiche.
La vicenda si aggrava nelle settimane successive: sempre stando agli atti riportati dalle fonti reperibili, il 30 marzo i dirigenti veterinari dell’Ats di Pavia avrebbero comunicato che, per un errore tecnico legato a problemi di congelamento e al mancato riconoscimento del chip, la carcassa era stata smaltita collettivamente prima che si potesse restituirla. La denuncia è stata depositata il 21 aprile tramite l’avvocato Luisa Manini, la procura di Perugia ha aperto un fascicolo e l’indagine è tuttora in corso; l’agenzia funebre, con sede a Perugia, oggi risulta chiusa. Il servizio era stato pagato 440 euro, in parte a rate.
A fine maggio è arrivata anche la reazione della categoria. AISFA, l’associazione delle imprese del settore funebre per animali, è intervenuta con un comunicato del presidente Raffaele Bocci per chiedere che non si criminalizzi l’intero comparto, definendo i fatti gravissimi qualora confermati dalle indagini e annunciando di voler seguire gli sviluppi in Lombardia e in Umbria. È una posizione legittima, e in parte anche fondata: il settore serio esiste, lavora con impianti autorizzati e tracciabilità documentata, e non merita di essere travolto dal comportamento di chi ha scelto di risparmiare sui passaggi più costosi della filiera.
Resta il fatto che chi vive insieme a un cane, nel momento in cui deve affidarne il corpo, è nella condizione psicologica peggiore possibile per fare domande, chiedere carte, pretendere ricevute. Ci si fida, si paga, si torna a casa con un’urna. Proprio per questo vale la pena sapere in anticipo cosa si può chiedere, quando la testa è ancora lucida.
La cremazione degli animali d’affezione in Italia è regolata dal Regolamento CE 1069/2009 sui sottoprodotti di origine animale, e prevede impianti riconosciuti, trasporto tracciato e registrazione dei passaggi.
Tradotto in pratica, prima di firmare qualsiasi cosa si dovrebbero verificare alcuni punti: che l’impianto sia effettivamente autorizzato e riconosciuto, chiedendone gli estremi; che il contratto o il preventivo scritto specifichi in modo esplicito se la cremazione è individuale o collettiva, perché la differenza di prezzo tra le due è enorme e l’ambiguità su questo punto è il primo campanello d’allarme; che sia previsto un documento di trasporto della salma, con data e destinazione; che al termine venga rilasciato un certificato di cremazione con i dati identificativi dell’animale, microchip compreso; che l’urna arrivi sigillata ed etichettata. Alcune strutture consentono di assistere alla procedura o di ricevere una conferma video, e dove è possibile è la garanzia più solida che esista. Ogni ricevuta va conservata, perché in caso di contestazione è l’unica cosa che parla.
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Il punto di vista di Dogsportal su questa storia è meno consolatorio di quanto piacerebbe. Il problema non è soltanto l’eventuale disonestà di un singolo operatore, che le indagini accerteranno o smentiranno; il problema è che intorno alla morte del cane si è costruito un mercato in crescita rapidissima, con margini interessanti e una domanda emotiva altissima, dentro un quadro di controlli che si attiva quasi sempre a posteriori, quando qualcuno se ne accorge per caso. In questo caso è successo grazie a un microchip letto da un carabiniere forestale in un fosso della campagna pavese. Le altre quaranta carcasse trovate nello stesso punto raccontano che, senza quel microchip e senza quella lettura, la vicenda sarebbe rimasta invisibile.
La pet economy italiana ha imparato benissimo a vendere servizi alle famiglie che vivono con un animale, e molto meno a dimostrare cosa succede davvero dietro il servizio venduto. Chiedere tracciabilità non è diffidenza verso il proprio veterinario o verso l’impresa a cui ci si affida: è il modo più concreto per difendere il lavoro di chi opera correttamente, che oggi paga il prezzo reputazionale di storie come questa.
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