Bioetica e cani: possiamo, ma è lecito?
Il talk con Roberto Marchesini, nato da un suo appunto a un nostro articolo di agosto sui beagle modificati con CRISPR
Il talk che ha aperto la stagione dell’Academy è nato da un appunto. Ad agosto avevamo raccontato la storia dei primi beagle modificati geneticamente per non produrre la proteina responsabile della maggior parte delle allergie al cane, e nel punto di vista finale mi ero permesso una provocazione: cambia la tecnologia, però il nostro ruolo di modificatori di cani, che negli anni ne abbiamo rovinati parecchi con quello che considero un maltrattamento genetico, in fondo non è così diverso. Roberto Marchesini non era d’accordo, me lo ha fatto sapere, e la serata è nata da lì.
La sua obiezione riguarda un punto in particolare: selezionare un carattere e produrlo non sono la stessa cosa. La selezione artificiale sceglie mutazioni che si verificano già nel soggetto, senza creare nuovi profili genetici, mentre l’ingegneria genetica interviene direttamente sul genoma. Ho provato a stringerlo con il caso limite, la sindrome brachicefala, chiedendogli che differenza ci sia tra un cane reso tale da decenni di selezione e uno reso tale in laboratorio. Il risultato è identico, l’intervento no, ed è quella la differenza che conta: quando apri la strada alla modifica del genoma di una specie, «sai dove inizi, ma non sai dove vai a finire».
Prima di arrivare lì, però, siamo partiti dalle fondamenta, perché volevo che fosse chiaro anche a chi la parola bioetica la sente nominare di rado. È un’etica che riflette sugli interventi dell’essere umano sulla vita, e si regge su una domanda sola, tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche lecito. Non è dogmatica, non discende da un testo o da una rivelazione, si basa su ragionamenti e confutazioni, e soprattutto ti obbliga a confrontarti con chi la pensa diversamente da te. Osservazione mia, buttata lì in diretta: allora in questo periodo storico l’etica non se la passa benissimo. Il problema, per Marchesini, sono gli atteggiamenti ideologici e di chiusura, che con l’etica non c’entrano nulla, perché quella è una dimensione dialettica.
Ne è venuto fuori un criterio che vale ben oltre il caso dei beagle: la scienza si occupa di fatti, l’etica si occupa di valori. I fatti non contengono già la risposta, producono problemi e domande. La scienza ci ha dimostrato che gli altri esseri viventi sono senzienti e non le macchine immaginate da Cartesio, che esiste una mente animale; sta a noi capire quali doveri e quali limiti nascano da quella scoperta.
Marchesini parla di esproprio adattativo, cioè del fatto che agli animali domestici togliamo la pressione di adattamento per sostituirla con una che avvantaggia noi, e sulle razze canine è stato durissimo su due fronti. L’inbreeding, prima di tutto, che ha impoverito il patrimonio genetico al punto da rendere i cani di razza ipoteticamente tutti fratelli, quando la biodiversità è esattamente il motivo per cui la riproduzione sessuale si è affermata. Poi gli standard rigidi, invenzione di poco più di un secolo, che hanno reso strutturali sofferenze come il brachimorfismo e patologie ereditarie ormai considerate normali per quel tipo di cane. La sua previsione, e non piacerà a tutti, è che saranno i meticci a restituire biodiversità alle razze. Sul punto ci siamo trovati d’accordo, anche perché nel mondo il cane è meticcio, mentre da noi la narrazione racconta ancora l’esatto contrario.
Poi c’è la questione del brevetto, che nella vicenda dei beagle rischia di passare inosservata e invece è importantissima. Queste tecnologie fanno sì che la vita venga considerata un prodotto, però l’essere umano non è un creatore di vita, è un creatore di prodotti, e un Rottweiler o un gatto persiano restano esseri viventi. Il paragone usato in diretta è di quelli che si ricordano: noi abbiamo selezionato quei cani esattamente come Candida albicans ha selezionato molte nostre caratteristiche, e a nessuno viene in mente di dire che sia stata lei a creare l’essere umano. Nessuno può brevettare un Rottweiler, una tecnica invece sì, e da lì è arrivata la citazione di Philip K. Dick, che queste cose le aveva già viste negli anni Sessanta. Il paradosso che gli ho messo davanti resta aperto: con i canili che strabordano, produrre cani in laboratorio per avere esattamente quello che desideriamo somiglia a una risposta a una domanda che nessuno aveva fatto.
La parte più utile per chi lavora con i cani è arrivata a metà serata, quando ho chiesto se le persone saranno mai capaci di distinguere questi piani o se continueranno a farsi guidare dall’estetica.
Finché non superiamo il concetto di pet, è stata la risposta, la situazione peggiorerà.
Marchesini ha raccontato che agli inizi, nei convegni internazionali, la formula pet owner gli sembrava meno pesante di quella che usiamo in italiano, salvo poi rendersi conto che il problema non stava nell’owner, stava nel pet. Infili una specie in quel calderone e la specie perde i suoi connotati etologici, perché chi la accoglie in casa non si chiede più che cane sia e di che cosa abbia bisogno. Da qui la sua convinzione che il lavoro di un educatore cinofilo, di un consulente della relazione felina o di un veterinario comportamentalista non sia tanto educare il cane, quanto spiegare l’etologia del cane alle persone.
Già, gli ho portato un esempio fresco di redazione, il nostro video sul cane che annusa e ricostruisce mentalmente il passaggio di un altro cane, pubblicato per dire una cosa semplice, cioè che non bisogna trascinarli via mentre annusano. Sotto sono arrivati i commenti del “voi la fate facile, bisogna andare al lavoro”. La replica sposta il problema di reparto: quello non è più un tema di etologia, è un tema di etica. L’etologia spiega com’è fatto il cane, però il fatto che una persona cambi condotta, priorità e valori appartiene a un altro piano, e servono le due cose insieme. Il cane non può essere un paziente del mio stile di vita, perché nel momento in cui lo adotto diventa esigente e si porta in casa bisogni concreti, quindi sono io a dovermi muovere. L’esempio scelto per spiegarlo lo giro volentieri a chi legge: quando Marchesini chiede alle persone se leggere sia importante, tutti rispondono di sì, e quando chiede quanto leggano, la risposta è che non hanno tempo. Il tempo si trova per le cose a cui diamo valore, e basta guardare come riempiamo la giornata per sapere quali sono i nostri.
In chiusura ho chiesto tre criteri, tre domande per chi vive con un cane o un gatto e deve prendere una decisione importante. Vale la pena ascolta il talk in differità per sentirle e rifletterci su…
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Sul finale il discorso è arrivato sul suo ultimo libro, Età post-umanistica, e sul motivo per cui l’ha scritto:
«Molto spesso le persone continuano a ragionare con i paradigmi del Novecento. Il Novecento se n’è già andato da due decenni, non siamo più all’interno di quel mondo lì. Siamo in un mondo totalmente differente, con altre categorie, con altri problemi, e bisogna saperlo riconoscere».

Tradotto nel nostro mondo diventa un compito: verso gli animali domestici abbiamo una responsabilità storica che verso i selvatici non abbiamo, e questo secolo dovrebbe servire a correggere le aberrazioni del precedente. Il tema per il prossimo appuntamento è arrivato di istinto, il maltrattamento etologico, che secondo Marchesini sta alla base del novanta per cento dei problemi comportamentali, e ce lo siamo promesso in diretta davanti a tutti.
Restano fuori da questo racconto tanti spunti emersi nel talk, dalla domanda provocatoria sul cane geneticamente esente dai tumori, con la risposta sull’effetto pleiotropico dei geni e sull’epigenetica, il distinguo tra eutanasia e soppressione eutanasica, l’accanimento terapeutico e le domande arrivate dalle persone presenti…
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