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Beagle anallergici: il primo cane modificato con CRISPR

Si chiamano Alfie e Bailey, sono due beagle femmine nate nel settembre 2024, e nella loro saliva e nella loro forfora non è stata rilevata la proteina Can f 1, il principale allergene canino.

A produrle è Kindred Companion Sciences, società di biotecnologie con sede a New York, che il 5 agosto è uscita dalla fase stealth pubblicando uno studio peer reviewed sul The CRISPR Journal, intitolato “Targeted Genetic Knockout of Can f 1, the Major Allergen in Dogs”.

Dietro il progetto c’è Matt Walker, genetista canadese, amministratore delegato dell’azienda e primo autore dello studio. Walker è allergico ai cani, come circa una persona su sette nel mondo, e ha impostato la propria carriera scientifica attorno a questo ostacolo personale: ha conseguito il dottorato alla Columbia University e ha fondato una società che inizialmente si chiamava Can9 Bioengineering, gioco di parole fra “canine” e Cas9.

La tecnica utilizzata è CRISPR-Cas9, che consente di intervenire in punti precisi del genoma. L’obiettivo era disattivare il gene che codifica la Can f 1, una proteina veicolata soprattutto attraverso saliva, pelo e forfora, che nelle persone sensibilizzate viene riconosciuta dal sistema immunitario come una minaccia e innesca la produzione di IgE. Lo studio rappresenta la prima applicazione riuscita di questo approccio nella specie canina. Bailey vive da oltre un anno con Walker, mentre Alfie vive in Florida con un altro ricercatore della società.

Cosa dice davvero il test

Il passaggio più discusso è quello cutaneo. I ricercatori hanno punto la pelle di Walker con estratti ricavati da saliva e forfora di Alfie e Bailey: la reazione è comparsa con i campioni di un barboncino e di un goldendoodle, non con quelli dei due beagle. Walker riferisce di non avere avuto i sintomi che in passato gli impedivano di stare a contatto con gli animali.

Quel test, però, ha coinvolto una sola persona, e questo limite è riconosciuto anche dagli autori. Jeff SoRelle, patologo alla University of Texas Southwestern Medical Center, ha osservato che il gene disattivato è il principale ma non l’unico responsabile delle reazioni allergiche, e che serviranno verifiche su una popolazione molto più ampia prima di poter parlare di cani anallergici. Chi è sensibilizzato ad altre proteine potrebbe continuare ad avere sintomi anche a contatto con animali modificati.

Restano aperti il monitoraggio sanitario a vita dei due soggetti, la verifica sull’assenza di effetti fuori bersaglio nel lungo periodo e i test su altre razze. La società non ha indicato né una data di commercializzazione né un prezzo.

Non è la prima volta, e questo cambia la discussione

L’idea di adattare geneticamente un animale domestico al nostro comfort ha una storia lunga, e il caso dei beagle si inserisce in una sequenza precisa.

Il primo animale transgenico venduto al pubblico è stato il GloFish, uno zebrafish reso fluorescente, arrivato nei negozi statunitensi all’inizio del 2004 dopo l’annuncio di fine 2003. Era nato alla National University of Singapore come strumento per individuare inquinanti nell’acqua, funzione mai realmente impiegata. La California ne ha vietato la vendita, mentre nel resto del Paese si è aperto un vuoto normativo, perché trattandosi di animali da compagnia né USDA né FDA rivendicavano competenza.

Sul cane si è arrivati presto. Nel 2009 un gruppo sudcoreano guidato da Byeong-Chun Lee ha creato Ruppy, un beagle clonato e transgenico che produceva una proteina fluorescente rossa, insieme ad altri quattro esemplari. Nel 2015 un gruppo di Guangzhou ha annunciato i primi cani editati con CRISPR, i beagle Hercules e Tiangou, ai quali era stato disattivato il gene della miostatina per raddoppiare la massa muscolare. La finalità dichiarata era esplicita: più muscoli e maggiore capacità di corsa, utili per la caccia e per gli impieghi di polizia e militari. I numeri di quell’esperimento vanno letti con attenzione, perché su decine di embrioni modificati nacquero 27 cuccioli e soltanto due presentavano l’alterazione in entrambe le copie del gene.

Sui gatti il percorso è parallelo. Nel 2024 un gruppo della Gyeongsang National University ha pubblicato su Scientific Reports la generazione di gatti con il gene Fel d 1 chain 2 editato: l’esemplare omozigote, chiamato Alsik, presentava livelli di allergene estremamente bassi, ed è stato successivamente clonato.

Vale la pena ricordare anche cosa è successo quando la stessa promessa è stata venduta senza scienza dietro. Nel 2006 la società Allerca proponeva quello che definiva il primo gatto ipoallergenico scientificamente provato, con prezzi compresi fra circa 4.000 e 28.000 dollari e liste d’attesa lunghe un anno. Si è poi scoperto che il fondatore aveva alle spalle una serie di iniziative fraudolente, e molte persone hanno pagato somme rilevanti per animali mai consegnati o consegnati malati. La memoria di quella vicenda serve a distinguere il caso attuale, che ha una pubblicazione peer reviewed, dal marketing travestito da scienza.

Il punto di Dogsportal

L’idea non ci piace. Non ci piace la prospettiva di un cane progettato su specifica, non ci piace il modello industriale che ne deriva, non ci piace che l’ennesimo adattamento venga chiesto all’animale invece che alla nostra organizzazione della convivenza.

Sarebbe però ipocrita fingersi sorpresi. Da oltre un secolo e mezzo selezioniamo cani per compiacere il nostro sguardo e le nostre comodità, e lo abbiamo fatto pagando prezzi altissimi in salute e benessere: musi schiacciati che impediscono di respirare, colonne vertebrali compromesse, arti accorciati fino alla patologia, taglie estreme in entrambe le direzioni, mantelli che generano dermatiti croniche. Ne abbiamo scritto parlando di maltrattamento e abuso di razza [LINK: https://www.dogsportal.it/maltrattamento-e-abuso-di-razza/], e ne abbiamo scritto contestando l’impianto di una legge che pretende di ordinare i cani per appartenenza morfologica, come nella nostra posizione sul DDL 1572 [LINK: https://www.dogsportal.it/plp4-e-ddl-1572-la-posizione-netta-di-dogsportal-contro-una-legge-ingiusta-e-antiscientifica/]. Chi si scandalizza oggi per due beagle senza Can f 1 dovrebbe spiegare perché non si scandalizza davanti a un cucciolo che nasce con un cranio incompatibile con la respirazione, venduto legalmente e premiato in expo.

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Dove sta allora la novità? Non nell’etica, che è la stessa da sempre, bensì in tre passaggi concreti.

Il primo è la velocità. La selezione tradizionale impiegava generazioni per fissare un carattere, mentre l’editing genetico lo fa in un’unica generazione, e questo elimina il tempo che finora ha permesso, almeno in teoria, di accorgersi dei danni prima di consolidarli.

Il secondo è la titolarità. Un cane selezionato apparteneva a una comunità di allevatori, con tutti i limiti del caso, mentre un cane editato appartiene a una linea proprietaria, brevettabile, gestita da una società di capitali. Il passaggio non è da natura ad artificio, perché il cane è artificio da millenni, bensì da patrimonio condiviso a prodotto aziendale.

Il terzo è la direzione del beneficio. La modifica non serve all’animale, non ne aumenta la salute, non ne riduce la sofferenza; serve a noi. Nessuno, allo stato attuale delle conoscenze, può affermare con certezza quale funzione svolga la Can f 1 nell’organismo del cane, e questa domanda meriterebbe di precedere la commercializzazione invece di seguirla. Segnaliamo anche una coincidenza che non è una coincidenza: la razza scelta è ancora una volta il beagle, la stessa impiegata in modo prevalente nella sperimentazione animale, per docilità e taglia. Vale infine la pena chiedersi quanti embrioni, quante gravidanze e quante madri surrogate stiano dietro a ogni cucciolo che arriva alla nascita con la modifica completa, perché è un costo biologico che nelle presentazioni pubbliche resta quasi sempre fuori campo.

Resta poi il rilievo del bioeticista Arthur Caplan, della New York University, che condividiamo e che tocca la materia di cui ci occupiamo ogni giorno. Un mercato che vende cani su misura sposta l’attenzione dagli animali che già esistono e che aspettano. Secondo il rapporto annuale di Shelter Animals Count, programma dell’ASPCA, nel 2025 sono entrati nei rifugi statunitensi 5,8 milioni fra cani e gatti, in calo del 2% rispetto all’anno precedente, a fronte di 4,2 milioni di adozioni. Un animale di canile non può garantire nulla, né la resa estetica né l’assenza di allergeni, e in un immaginario costruito sulla personalizzazione rischia di apparire un ripiego. Per questo continuiamo a sostenere che contro l’abbandono non serve una campagna, serve una strategia [LINK: https://www.dogsportal.it/contro-labbandono-non-serve-una-campagna-serve-una-strategia/].

Una precisazione utile per il pubblico italiano: in Europa un animale ottenuto in questo modo rientra nella definizione di organismo geneticamente modificato della direttiva 2001/18/CE, con un regime autorizzativo fondato sul principio di precauzione e con la valutazione dell’EFSA estesa anche agli aspetti di salute e benessere animale. La commercializzazione di un cane editato nell’Unione, oggi, non è una prospettiva a breve termine. Il che non ci esime dal discuterne, perché l’immaginario viaggia molto più veloce dei regolamenti.

Fonti: The CRISPR Journal, Associated Press, GEN (Genetic Engineering & Biotechnology News), Wired, Scientific Reports, MIT Technology Review, Nature Biotechnology, ABC News, Shelter Animals Count, EFSA.

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Rocco Voto

Fondatore & Editore

Fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore cinofilo e nel mondo del cane, si occupa di divulgazione cinofila promuovendo un approccio basato su etica, competenza e benessere animale.

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Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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