Cani di polizia in piazza, tra propaganda e vuoto normativo
Oggi, in Italia, invocare i cani di polizia nelle manifestazioni di piazza è propaganda. Non perché il cane non sia un asset efficace nell’ordine pubblico, ma perché il nostro Paese non ha mai costruito le regole che ne renderebbero l’impiego legittimo, sicuro e tutelato.
Dopo ogni corteo degenerato si ripete lo stesso copione: articoli di stampa ed esponenti politici chiedono “più cani in piazza”, come se bastasse far scendere un binomio dal furgone per riportare l’ordine. L’ultimo esempio è di questi giorni. Dopo gli scontri di Milano, come riporta Fanpage, Futuro Nazionale ha depositato una proposta di legge che prevede unità cinofile specializzate per l’ordine pubblico, da impiegare per sbarramento, dissuasione, interdizione d’area e contenimento; dai resoconti di stampa, però, non emergono regole su museruola, distanze, catena di comando o benessere del cane.
Chi chiede i cani spesso ignora un dettaglio decisivo, cioè che tocca proprio a chi governa e legifera scrivere, insieme al Ministero, le norme che oggi mancano. Ne abbiamo parlato spesso su Dogsportal, parlando dell’enorme vuoto normativo e delle sue ricadute penali, e torno sul tema perché il dibattito pubblico continua a ignorarlo, mentre a pagarne il prezzo sono gli operatori e i cani.
Il vuoto normativo e le sue conseguenze penali
Il conduttore che impiega il cane in piazza opera senza una norma che dica quando, come e con quali limiti può farlo; quando il cane morde, l’operatore resta solo davanti al codice penale.
Le norme a cui si guarda sono tre:
Art. 53 c.p., uso legittimo delle armi, che parla di armi “o altro mezzo di coazione fisica” impiegati per respingere una violenza o vincere una resistenza all’Autorità.
Art. 52 c.p., legittima difesa, che richiede necessità, attualità del pericolo e proporzione.
Art. 55 c.p., eccesso colposo, che punisce chi supera per colpa i limiti di quelle scriminanti.
Il cane, però, non è un’arma né uno sfollagente: è un essere vivente con una sua autonomia comportamentale. Senza regole scritte su distanze, comandi e condizioni di ingaggio, ogni valutazione di proporzionalità si fa dopo, in un’aula di tribunale, caso per caso.
Il risultato è prevedibile. Il conduttore rischia un procedimento per lesioni ed eccesso colposo anche quando ha agito in buona fede e su ordine, e un operatore che teme le conseguenze penali di ogni suo gesto non è messo in condizione di lavorare.
Le unità PG/OP, una risorsa lasciata in panchina
In Italia Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri dispongono, nell’ambito della sicurezza pubblica, di unità cinofile per polizia giudiziaria e ordine pubblico, le cosiddette PG/OP. Negli anni sono diventate sempre meno numerose, o comunque sempre meno impiegate, tanto che oggi in ordine pubblico si vedono pochissimo; il motivo è proprio la mancanza di norme e regolamenti.
All’estero, dove l’impiego è regolamentato, il cane viene inserito nel dispositivo di ordine pubblico per tenere a distanza i manifestanti. Raramente viene inviato contro le persone, perché il suo compito è presidiare lo spazio tra il reparto e la folla. In Italia questa regolamentazione manca, ed è proprio questo il vulnus che porta le amministrazioni e lo Stato a non impiegare queste unità.
C’è anche una ragione più ampia: il settore cinotecnico italiano non ha avuto, sul piano normativo, la stessa evoluzione che ha avuto nel resto d’Europa e del mondo. È questa, oggi, la situazione del nostro Paese.
La deterrenza attiva che in Italia non esiste
In molti Paesi europei il cane da ordine pubblico opera con la museruola indossata, proprio per evitare o ridurre i danni. Lavora in deterrenza attiva, allontanando le persone che non rispettano la distanza dall’operatore di polizia fissata dalle norme; in Italia quelle norme non esistono, e il cane resta pensato e addestrato attorno al morso.
La deterrenza attiva con museruola cambia tre cose. Riduce la gravità delle lesioni sui manifestanti e sugli stessi colleghi; rende l’intervento leggibile, perché il cane agisce solo su chi supera una distanza stabilita e non sulla folla indistinta; tutela l’asset, che non resta “agganciato” in mezzo ai manifestanti ed è meno esposto a calci, colpi e ritorsioni.
Va detto con chiarezza che la deterrenza in ambito di polizia non è una gara sportiva di IGP o di Mondioring. In piazza non ci sono un figurante protetto, un campo delimitato e un giudice che assegna punti, ma una folla imprevedibile, lanci di oggetti, fumogeni e uno scenario che cambia di minuto in minuto. Per questo ogni impiego va pianificato e regolamentato, tenendo conto anzitutto della tutela dell’unità cinofila a 360 gradi: del conduttore, sul piano fisico e giuridico, e del cane, sul piano fisico e del benessere.
La museruola da sola non basta. Servono standard sull’attrezzatura, addestramento specifico e tempi massimi di impiego, e servono soprattutto regole di ingaggio scritte:
Avvertimento obbligatorio: un’intimazione verbale chiara prima di ogni impiego del cane, salvo pericolo immediato.
Distanze: una distanza di sicurezza dall’operatore fissata per norma, il cui mancato rispetto legittima l’intervento del cane.
Catena di comando: chi decide l’impiego, con quale attrezzatura, e chi ne risponde.
Benessere del cane: tempi massimi di servizio, pause, idratazione, protezione da rumori, fumogeni e lanci di oggetti, controllo veterinario dopo ogni servizio critico.
Documentazione: registrazione di ogni ingaggio, a tutela dell’operatore.
Cosa fa il resto d’Europa
La Francia è l’esempio più avanzato, e lavora da anni sulla regolamentazione dei cani sia per l’ordine pubblico sia per il controllo del territorio. La legge francese assimila all’uso di un’arma l’uso di un animale per ferire o minacciare. Per la polizia municipale, un decreto del 2022 disciplina formazione, impiego e benessere dei cani delle brigate cinofile e riconduce alla legittima difesa l’impiego del cane sia con museruola sia al morso; per la Police nationale, un’istruzione dello stesso anno regola l’organizzazione e l’impiego delle unità cinotecniche.
Nei Paesi Bassi c’è un caso esemplare, quello della manifestazione del Malieveld del 2021: il conduttore aveva intimato l’alt prima di inviare il cane, e la Procura ha deciso di non perseguirlo. Quando la procedura è scritta e rispettata, l’operato del conduttore diventa verificabile; senza procedura, ogni intervento è una scommessa giudiziaria.
Chi deve scrivere le regole
Le regole non possono nascere da uno slogan né da una circolare interna. Al tavolo servono almeno quattro soggetti:
il Ministero dell’Interno, per la dottrina d’impiego e gli standard addestrativi;
la magistratura, per chiarire in anticipo come verranno valutate necessità e proporzione;
l’Avvocatura dello Stato, che difende l’amministrazione quando un operatore viene chiamato in causa;
il Parlamento, che deve dare a tutto questo una base normativa.
Uno scudo penale non sostituisce un regolamento. Dire che l’operatore non è punibile non spiega quando può inviare il cane, a che distanza, con quale attrezzatura e dopo quale avvertimento. Chi oggi chiede più cani in piazza ha in mano proprio questo potere, e prima di invocarli dovrebbe esercitarlo.
Più unità cinofile, ma tutelate
Il problema non è avere troppi cani, ma averne pochi e senza regole. Servono più unità cinofile stabilmente inserite nei dispositivi di polizia, non binomi chiamati all’ultimo momento come elemento scenografico.
La polizia locale si sta già muovendo in questa direzione, con nuovi nuclei cinofili. È un segnale positivo, che però moltiplica il problema se non arrivano anche standard comuni. Un cane presente in modo stabile sul territorio, con un conduttore formato e regole chiare, fa deterrenza attiva davvero; un cane portato in piazza solo per la fotografia no.
Prima le regole, poi i cani
L’ordine corretto è uno solo. Prima norme e regolamenti scritti con Ministero, magistratura e Avvocatura dello Stato; poi standard su museruola, distanze e ingaggio, tutela del benessere del cane e formazione certificata dei conduttori; solo dopo, più unità cinofile nei dispositivi.
Un articolo come questo nasce anche per dire che è forse arrivato il momento di portare in Parlamento, e davanti ai soggetti dello Stato deputati a legiferare, un’evoluzione normativa, applicativa e certificativa delle unità cinofile impiegate nella sicurezza pubblica e privata. Su questo siamo indietro, ed è solo una delle tante ragioni che lasciano l’Italia in ritardo nello sviluppo dell’attività cinotecnica in generale, soprattutto in ambito security.
Tutto il resto è propaganda.
Domande frequenti sui cani di polizia in piazza
Perché oggi l’impiego dei cani di polizia nelle manifestazioni è un problema?
Perché in Italia non esiste una norma che stabilisca quando, come e con quali limiti un conduttore possa impiegare il cane in ordine pubblico. Senza regole scritte, l’impiego non è né tutelato né verificabile, e chi chiede più cani in piazza ignora che quelle regole vanno ancora scritte.
Cosa rischia il conduttore se il cane morde un manifestante?
Il conduttore resta solo davanti al codice penale. Le norme a cui si guarda sono l’art. 53 c.p. (uso legittimo delle armi), l’art. 52 c.p. (legittima difesa) e l’art. 55 c.p. (eccesso colposo); il cane, però, non è un’arma, e ogni valutazione di proporzionalità si fa dopo, in tribunale, caso per caso. Il conduttore rischia così un procedimento per lesioni ed eccesso colposo anche quando ha agito in buona fede e su ordine.
Cosa sono le unità cinofile PG/OP?
Sono le unità cinofile per polizia giudiziaria e ordine pubblico di cui dispongono Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri. Negli anni sono diventate sempre meno numerose o meno impiegate, e oggi in ordine pubblico si vedono pochissimo proprio per la mancanza di norme e regolamenti.
Cos’è la deterrenza attiva con museruola?
È il modello adottato in molti Paesi europei: il cane opera con la museruola e allontana le persone che non rispettano la distanza dall’operatore fissata dalle norme. Riduce la gravità delle lesioni, rende l’intervento leggibile perché il cane agisce solo su chi supera la distanza stabilita, e tutela il cane, meno esposto a calci, colpi e ritorsioni. In Italia, in assenza di quelle norme, il cane resta pensato e addestrato attorno al morso.
Quali regole di ingaggio servirebbero?
Un avvertimento verbale obbligatorio prima dell’impiego, salvo pericolo immediato; una distanza di sicurezza dall’operatore fissata per norma; una catena di comando chiara su chi decide e chi risponde; tutele per il benessere del cane (tempi massimi di servizio, pause, idratazione, protezione da rumori, fumogeni e lanci di oggetti, controllo veterinario); la documentazione di ogni ingaggio, a tutela dell’operatore. Servono inoltre standard sull’attrezzatura e addestramento specifico.
Come si regolano gli altri Paesi europei?
La Francia è l’esempio più avanzato: la legge assimila all’uso di un’arma l’uso di un animale per ferire o minacciare, un decreto del 2022 disciplina formazione, impiego e benessere dei cani della polizia municipale e un’istruzione dello stesso anno regola le unità cinotecniche della Police nationale. Nei Paesi Bassi, dopo la manifestazione del Malieveld del 2021, la Procura ha deciso di non perseguire un conduttore che aveva intimato l’alt prima di inviare il cane.
Chi dovrebbe scrivere le regole?
Al tavolo servono almeno il Ministero dell’Interno, per la dottrina d’impiego e gli standard addestrativi; la magistratura, per chiarire in anticipo come verranno valutate necessità e proporzione; l’Avvocatura dello Stato, che difende l’amministrazione quando un operatore viene chiamato in causa; il Parlamento, che deve dare a tutto questo una base normativa.
Basterebbe uno scudo penale per gli operatori?
No. Dire che l’operatore non è punibile non spiega quando può inviare il cane, a che distanza, con quale attrezzatura e dopo quale avvertimento: uno scudo penale non sostituisce un regolamento.
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