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Lo scienziato Marc Bekoff al fianco di ENPA contro la riforma della caccia: «L’Italia ascolti la scienza»

Un appello arriva da oltre oceano e si aggiunge al coro di voci che chiedono al Parlamento di fermarsi. L’Ente Nazionale Protezione Animali ha reso pubblico l’intervento di Marc Bekoff, professore emerito di Ecologia ed Evoluzione all’Università del Colorado di Boulder e tra i più autorevoli etologi al mondo, che entra nel dibattito sulla proposta di riscrittura della legge 157 del 1992, la norma che da oltre trent’anni disciplina in Italia la tutela della fauna selvatica e l’attività venatoria.

Il provvedimento, approvato in prima lettura dal Senato e ora all’esame della Camera, è quello che seguiamo da tempo con la sigla DDL 1552, ribattezzato “Sparatutto” dalle associazioni e transitato alla Camera come PDL 2984. Bekoff esprime una preoccupazione netta: la riforma rischia di compromettere la tutela della biodiversità e di allontanare l’Italia dalle evidenze scientifiche più consolidate. Secondo lo studioso, il testo amplierebbe le possibilità di prelievo aumentando le specie cacciabili, estendendo i periodi di attività venatoria, riducendo le aree naturali protette e favorendo l’utilizzo dei richiami vivi.

C’è un punto su cui l’etologo insiste in modo particolare, ed è il ruolo della comunità scientifica nelle decisioni sulla fauna. Con la riforma, osserva, le valutazioni scientifiche sulla conservazione diventerebbero non vincolanti, lasciando alla politica l’ultima parola. Un passaggio che stride, sottolinea Bekoff, con l’orientamento della maggioranza dei cittadini italiani, contraria alla caccia e scesa in piazza contro queste modifiche.

Bekoff colloca poi il provvedimento dentro una cornice più ampia, quella della crisi ambientale globale. A suo giudizio i cambiamenti previsti non hanno nulla a che vedere con la tutela dell’agricoltura o con una gestione scientifica della fauna, e arrivano in un momento in cui il mondo affronta una crisi senza precedenti della biodiversità insieme agli effetti sempre più gravi del cambiamento climatico. Da qui l’appello diretto alle istituzioni: rivedere la proposta, fermarne l’approvazione, ascoltare la comunità scientifica e la volontà dei cittadini. Proteggere la fauna selvatica, per lo studioso, non è soltanto una responsabilità italiana ma una priorità globale.

Sul valore di questo intervento si sofferma la presidente nazionale di ENPA, Giusy D’Angelo, che legge nelle parole di Bekoff la conferma di come le critiche al testo non arrivino solo dal mondo animalista, ambientalista, giuridico ed europeo, ma trovino solide basi anche nella ricerca scientifica internazionale. La riforma, per D’Angelo, rappresenta una visione del territorio che appartiene al passato: la fauna selvatica non è un ostacolo da eliminare, ma una componente essenziale degli ecosistemi da comprendere e proteggere con rigore scientifico. La convivenza tra persone e animali, aggiunge, si costruisce attraverso la conoscenza, non ampliando le possibilità di uccisione.

D’Angelo richiama anche un esempio diventato un classico dell’ecologia moderna, quello di Yellowstone: dopo decenni di squilibri causati dalla scomparsa dei grandi predatori, il ritorno del lupo ha innescato un processo di riequilibrio che ha favorito la rigenerazione di boschi, corsi d’acqua e numerose altre specie. Non una favola, ma una lezione scientifica su cosa accade quando la natura viene rispettata. Il messaggio della presidente ENPA è che le associazioni non difendono gli animali per ideologia, ma con conoscenza e responsabilità, promuovendo strategie fondate sulla ricerca, sulla prevenzione dei conflitti e su una gestione ecologica e non cruenta della fauna. L’Italia, secondo D’Angelo, ha bisogno di politiche che investano nel monitoraggio scientifico, nella prevenzione dei danni e nell’educazione ambientale, non di norme che alimentano una cultura dell’emergenza permanente.

Il punto di vista di Dogsportal

La 157 del 1992 parla di fauna selvatica e non direttamente di cani, ma sarebbe un errore considerare questa partita lontana dal nostro mondo. L’estensione dei tempi di prelievo, l’apertura a nuove aree e a nuovi strumenti aumenta in modo concreto le occasioni di rischio per i cani che vivono e si muovono in ambiente rurale e montano, in continuità con i casi che documentiamo da anni, da Argo e Fiamma in Val Germanasca a Rocky a Cumiana. Che a chiedere prudenza sia oggi anche una figura come Bekoff, esterna al dibattito italiano e priva di qualsiasi interesse di parte, dovrebbe far riflettere chi governa questo passaggio: quando la voce della scienza diventa un parere facoltativo, a rimetterci non è solo la biodiversità, ma la sicurezza di chi il territorio lo attraversa ogni giorno, cani compresi.

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