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Milano, la pet economy in vetrina e sotto accusa

Nel giro di quarantotto ore, a Milano, il mondo degli animali domestici mette in fila due appuntamenti opposti. Domenica 13 settembre, alle 15:30 in piazza Sempione, si tiene “No Pet Summit! Boicottiamo le logiche del mercato”, incontro promosso dalla campagna NORA, che si definisce campagna contro la produzione di razze canine. Martedì 15 settembre, dalle 8 del mattino negli spazi di Magna Pars in via Tortona, va in scena la terza edizione dell’Italian Pet Summit, l’evento del Sole 24 Ore dedicato alla filiera degli animali da compagnia, realizzato in collaborazione con Purina.

Due eventi, due linguaggi, due pubblici che con ogni probabilità non si incontreranno. Al Summit saremo presenti con l’accredito stampa e una parte della redazione, e seguiremo con attenzione anche quello che verrà detto due giorni prima, perché raccontare un fenomeno guardandone una metà sola è un esercizio che qui non abbiamo mai trovato utile.

Che cosa succede il 15 settembre

L’Italian Pet Summit 2026 parte dai numeri che il settore ripete ormai da anni: quasi dieci milioni di famiglie italiane, il 37,7% del totale, vivono con almeno un animale, e il mercato di prodotti e servizi collegato vale 6,7 miliardi di euro. La mattinata alterna analisi di mercato a tavoli istituzionali e culturali, dalle città a misura di quattro zampe al rapporto tra persone e animali, dagli interventi assistiti alla pet tech, fino al futuro della professione veterinaria. Abbiamo raccontato il programma completo e i relatori in un articolo dedicato.

L’evento è gratuito e in formato ibrido, i posti in presenza risultano esauriti, la partecipazione online resta aperta. Tra i patrocini figurano Comune di Milano, ANMVI, ASSALCO, ENPA e FNOVI.

Che cosa succede il 13 settembre

L’appuntamento di piazza Sempione è un incontro pubblico costruito attorno al tema degli animali considerati “da compagnia” e al mercato che ruota intorno a loro, con gli interventi di Massimo Filippi, Michele Minunno, Alessandra Ferrari ed Eleonora Evi.

Il comunicato che lo annuncia ha un registro molto distante da quello del Summit. L’appello descrive l’evento del 15 come organizzato per capitalizzare lo sfruttamento degli animali che vivono nelle case degli italiani e legge l’industria del pet come un meccanismo in cui a più animali in società corrispondono più profitti, con la produzione di pet food a chiudere il cerchio sugli animali allevati a scopo alimentare. Nel testo vengono contestati la produzione di razze, l’addestramento coercitivo, i costi delle strutture veterinarie, l’ENCI e il DDL 1572. La richiesta finale è esplicita e rivolta anche al mondo professionale: che nessuna associazione animalista, nessuna scuola cinofila, nessun addetto del settore partecipi all’evento del 15.

Che cosa andremo a osservare

Alla prima edizione del Pet Summit, nel 2024, eravamo presenti e ne avevamo scritto un’analisi con alcune critiche. La principale riguardava quella che ci era sembrata l’assenza più evidente, cioè un interlocutore cinofilo riconosciuto seduto a quei tavoli accanto al mondo veterinario e al volontariato. L’altra osservazione riguardava la distanza tra la velocità di crescita del mercato e la comprensione dei bisogni etologici dei cani, una distanza che a nostro avviso non si colma da sola.

Quest’anno torniamo in modo del tutto indipendente. L’interesse non è stabilire chi abbia vinto la giornata, ma verificare che cosa viene detto nei due luoghi, dove le due narrazioni si somigliano nei punti in cui si dichiarano opposte e quali questioni concrete restano fuori da entrambe: l’IVA al 22% su cure e alimentazione, la stasi legislativa sui maltrattamenti, la qualità reale di quello che compriamo, il tempo che riusciamo a dedicare ai nostri animali.

Una parola che di per sé è neutra

Su un punto, che è il nostro e non una posizione di equidistanza, vale la pena essere chiari. La pet economy, presa per quello che è, è una definizione neutra.

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Lasciando da parte la discussione sull’abuso del termine “pet” e su cosa quel termine porti con sé, discussione che facciamo spesso, anche con Roberto Marchesini, dal punto di vista macroeconomico la pet economy indica l’economia che ruota attorno alla nostra vita insieme agli animali domestici. Non è soltanto la multinazionale del cibo, la clinica o l’applicazione per smartphone. È anche chi propone corsi di educazione cinofila, chi organizza stage, chi scrive libri, chi interviene come relatore in un seminario, chi produce e vende attrezzature.

E riguarda, inevitabilmente, anche chi quel modello lo contesta. Una campagna che stampa volantini, raccoglie donazioni, mantiene un sito e organizza incontri pubblici si regge anch’essa sulla relazione tra noi e gli animali domestici, non sfruttando il cane ma raccontandolo. Non è un’accusa, è una constatazione: non esiste un punto esterno da cui parlare di cani restando fuori dall’economia che ci gira attorno. Ne abbiamo scritto qui, Ma che cos’è questa benedetta pet economy?.

Se la definizione è neutra, il giudizio non può fermarsi all’etichetta ma riguarda quello che ciascuno ci mette dentro: quali prodotti, quali pratiche, quali modelli di allevamento, quale idea di cane. È una discussione più scomoda di uno slogan, in tutte e due le direzioni.

Torneremo su questa pagina dopo il 15 settembre con quello che avremo visto e sentito. Dove ci sarà da criticare criticheremo, dove ci sarà da ascoltare e imparare ascolteremo e impareremo, come sempre.

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