Quando il mastiff diventa mastino: un errore che dice molto dei media
Un episodio di cronaca a Latina riaccende il problema della scarsa competenza cinofila nella stampa
Il famoso Mastiff Napoletano…
L’ennesima aggressione da parte di un cane avvenuta qualche giorno fa a Latina ha visto protagonista un esemplare di Mastiff, secondo quanto riportato dai media.
Non propriamente un cagnolino, considerato che è una delle razze più grandi in assoluto, detentrice anche del Guinness dei primati con un esemplare di ben 2,5 metri di lunghezza per quasi 156 kg di peso (si chiamava Zorba).
Tre le persone ferite, due passanti e il proprietario stesso. Ovviamente, il cane era allegramente libero e senza museruola. E come se fosse un mantra, anche in questo caso “non aveva mai dato segni di aggressività”, secondo i media.
Considerata la stazza e la potenza del morso di un bestione simile, è andata anche bene: nessun morto anche se, naturalmente, le vittime dell’attacco sono finite in ospedale in codice rosso.
Ma non è l’episodio in sé che mi ha colpito: ormai siamo tristemente abituati al fatto che intorno a noi vivono, numerosi, perfetti imbecilli irresponsabili e criminali che lasciano liberi i cani dove capita e senza averne il minimo controllo.
Le conseguenze le conosciamo bene, purtroppo, cioè gente e altri cani che muoiono o che porteranno i segni fisici e psicologici dell’aggressione per tutta la vita.
No, in realtà ciò che mi ha fatto scrivere questo “Fuori dai denti” agostano è stato un importante quotidiano, “La Repubblica” per la precisione.
Allego qui lo screenshot della notizia pubblicata sul web dalla redazione romana del quotidiano.

Quello nella foto, secondo loro, sarebbe un Mastiff.
Peccato che si tratti invece di un Mastino Napoletano, “parente” del Mastiff per tipologia e in parte anche per storia ma piuttosto diverso nell’aspetto. Meno nelle prerogative comportamentali di selezione.
Sapete come ci è finito un Mastino Napoletano a illustrare un articolo sull’attacco di un Mastiff?
Provate ad aprire il sito di uno stock fotografico (grandi archivi di immagini digitali di cui si servono i media e non solo) e digitate “mastiff”.
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Vi appariranno foto di diverse razze canine ma, soprattutto, di grandi molossoidi come i due in questione.
E sapete perché? Perché in inglese “mastiff” significa “mastino” e ovviamente il motore di ricerca del sito di immagini vi squaderna tutti i cani di quel genere che trova: non è un cinofilo, è un programma informatico.
Ma il giornalista, o chi per esso, che deve trovare una foto per illustrare un pezzo, dovrebbe avere capacità cognitive sufficienti a domandarsi: “Ok, ora andiamo a vedere come cazzo è fatto un Mastiff su un sito di un allevatore e vediamo qual è la foto giusta da infilare nell’articolo”, o no?
Evidentemente no. Ecco, il problema sta nel fatto che questo modo di lavorare, per usare un eufemismo, quando si tratta di cani e di cinofilia, per i media “importanti” è quasi sempre la norma.
Non so quante volte ho visto foto di Pastori Tedeschi spacciati per Malinois quando questi ultimi erano molto meno diffusi di oggi (bei tempi per i Malinois, tra l’altro…), mentre è quasi uno standard vedere foto di American Bully ipertrofici in notizie di cronaca sui Pitbull, per esempio.
E così, tra un Mastiff che diventa Mastino e un Pitbull che diventa qualunque cosa con grosse mascelle e tanti muscoli, l’informazione cinofila sui grandi media continua a essere fatta molto spesso ad mentulam canis familiaris.
Come se in questo povero paese (minuscolo per scelta) avessimo bisogno di peggiorare la già penosa conoscenza cinofila del pubblico. O forse sì, così poi possono passare i PLP e le “save list” ossimoriche.
Siamo passati dalla “fantasia al potere” a “viva l’incompetenza (purché redditizia)” in pochi decenni.
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